decessi vaccinati
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Politica

Vaccini: le nostre obiezioni alle false certezze

L'editoriale del direttore

L'editoriale del direttore, in risposta alla lettera di una lettrice sui decessi fra vaccinati. «Io non sono contro i vaccini, ma contro i cretini, ossia contro coloro che dall’alto della loro sicumera dicono che la terza dose ci proteggerà per cinque o 10 anni».


Gentile direttore, la lettura del suo editoriale, dal titolo «Obiezioni sensate», evoca a mia volta un’obiezione. È fuorviante riportare che «le vittime del virus non sottoposte alle dosi anti Covid sono state 722, mentre i decessi tra i vaccinati sono stati 1.004. Punto» come lei scrive. Sebbene in assoluto i numeri possano essere esatti, è ingannevole esprimersi in numeri assoluti piuttosto che in numeri percentuali. Solo dal confronto delle relative percentuali emergerebbe la sostanziale differenza tra chi muore senza vaccino e chi grazie al vaccino «se la cava».

Mariarosaria Di Tommaso, professore associato dell’Università di Firenze

Gentile professoressa, lei ha ragione. Se si prendono i numeri assoluti e li si confrontano con il numero dei vaccinati e con quelli di chi non si è immunizzato, si scopre che i tassi di mortalità sono infinitamente più elevati tra coloro che non hanno accettato di sottoporsi all’iniezione anti Covid rispetto a coloro che hanno offerto il braccio. Ma questo io non l’ho mai negato.

Nell’editoriale a cui fa riferimento, non intendevo mettere in discussione l’utilità dei vaccini nella lotta contro il coronavirus. Semplicemente, mi limitavo, in linea con l’inchiesta di copertina, a mettere in luce gli errori compiuti in questi due anni di pandemia e le molte cose imprecise dette anche dai cosiddetti esperti, per non parlare delle bugie.

È innegabile che in percentuale si registrino più decessi tra chi non si è vaccinato rispetto a chi ha ricevuto due oppure anche tre dosi. Tuttavia, se non si vogliono raccontare frottole e ingannare le persone, inducendole a comportamenti rischiosi, bisogna anche avvertire gli italiani che il vaccino ti aiuta, in moltissimi casi ti salva la vita, ma non è uno scudo che ti protegge dal Covid al 100%.

Pur essendo tri-vaccinato (sì, ho fatto anche il booster) mi è capitato spesso di incontrare persone che, incuranti del distanziamento e senza mascherina, pretendevano di parlarmi a due palmi dal viso, facendo precedere la fase di avvicinamento da una giustificazione: «Tanto siamo vaccinati». A tutti ho risposto che il vaccino serve, ma non è una garanzia che ci tutela completamente e dunque era meglio mantenere la mascherina e un minimo di distanziamento.

Io non nego la pericolosità del Covid, né penso che la pandemia e il conseguente vaccino facciano parte di un complotto per controllare il mondo e ridurre i diritti dei cittadini, come sostiene qualche matto. Sono assolutamente convinto che dal virus ci si debba proteggere, con mascherina, vaccino e con tutti gli altri sistemi messi in campo dalla scienza. Ma se lei dice che con il Green pass si è sicuri di stare tra persone che non sono contagiate e non si contagiano, le precauzioni vanno a quel Paese.

Il certificato verde è un pezzo di carta che attesta una sola cosa, e cioè che settimane fa, forse addirittura mesi fa, ci si è vaccinati. Altro non dice. Paradossalmente, il Green pass da tampone dà la certezza che almeno nelle ultime 24 ore la persona non è positiva e dunque non infetta e nella maggioranza dei Paesi europei è richiesto per assicurare la negatività al Covid, a prescindere dalle vaccinazioni.

Non so se mi spiego: il Green pass ha agevolato la vita di milioni di italiani, i quali sono potuti tornare a una vita relativamente normale. Ma allo stesso tempo li ha convinti che tutto fosse ormai alle spalle. E invece no, il Covid non è alle spalle: è davanti a noi, altrimenti non si spiegherebbero le centinaia di migliaia di positivi che il nostro Paese registra. Davvero pensa che il problema sia solo il numero di non vaccinati, che peraltro è percentualmente minore rispetto alla gran parte dei Paesi dell’Europa?

No, il problema è che l’iniezione anti Covid perde efficacia dopo tre o quattro mesi e si deve ricorrere alla terza e forse alla quarta; il problema sono quei 25 milioni di persone che, credendosi protetti perché hanno ricevuto la seconda dose, non lo sono affatto. E pur essendo a rischio, si comportano come se non ne corressero alcuno. Lo so, i non vaccinati sono più a rischio di chi non ha fatto le iniezioni, ma quando nel mio editoriale parlavo di «obiezioni sensate», puntavo a smontare le molte, troppe, false certezze diffuse dai cosiddetti esperti.

Se siamo giunti a 200.000 positivi al giorno, non si può pensare che i contagiati siano solo «no vax», né si può continuare a dire, come ha fatto il portavoce del Comitato Tecnico Scientifico, che in terapia intensiva o al camposanto ci finisce «solo» chi non è immunizzato, perché non è vero.

Vede, gentile professoressa, io non sono contro i vaccini, ma contro i cretini, ossia contro coloro che dall’alto della loro sicumera dicono che la terza dose ci proteggerà per cinque o 10 anni. Salvo poi ammettere che ci sono persone che hanno ricevuto il booster ma sono positive e se la passano anche male. Le balle a volte fanno più male delle verità, seppur dolorose.

Invece di spacciare per certe le proprie opinioni, anche gli «scienziati» farebbero bene a dire che non sanno che cosa accadrà, perché non l’hanno ancora scoperto. Altrimenti il rischio è che si faccia strada un dubbio, e cioè che quello che si è fatto finora non serva a niente. Meglio dire che non si sa, piuttosto che dire, dall’alto della propria cattedra, che si sa tutto quando invece non è così. Il vero scienziato si nutre di dubbi. Il vero giornalista di domande. A volte anche scomode.

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