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Politica

Marta Cartabia, la presidente in carriera

I trascorsi in Cl e le giravolte sui temi etici. Le amicizie e gli appoggi che contano. L'attuale guida della Corte costituzionale guarda più in alto. Nonostante qualche passo falso...

Con l'emergenza coronavirus ci hanno tolto la libertà a colpi di atti amministrativi, ma a salvarci non sarà un giudice legislatore. Con buona pace della presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, che nella sua relazione annuale, in cui ha rimbrottato Giuseppe Conte per l'abuso di Dpcm, è tornata a delineare la teoria della Corte come una specie di terza Camera. Peccato solo che le toghe non le elegga nessuno.

Cartabia è sul proscenio della politica da un paio d'anni. Almeno dalla primavera del 2018, quando, con le trattative per il nuovo governo al palo, s'iniziò a vociferare che l'allora numero due della Consulta si fosse messa a disposizione di Sergio Mattarella, che la stima molto. Invece ci furono il massacro di Carlo Cottarelli e il patto Lega-Cinque stelle. Di Cartabia e delle sue ambizioni politiche, però, non s'è mai smesso di parlare. Lei ha definito «inappropriato» attribuirle «l'intendimento di scendere nell'agone politico». Ma una conferma indiretta che sia considerata una riserva della Repubblica è venuta dagli ambienti grillini, irritati dai richiami al premier: «Si scordi il Quirinale» è il virgolettato che La Stampa ha attribuito ai pentastellati. In effetti, al netto dell'ipotesi di guidare un governissimo, che ora non entusiasma Mattarella e comunque complicherebbe l'ascesa al Colle, pare che a Cartabia, che concluderà a dicembre il novennio alla Consulta, il Pd abbia già offerto la candidatura alla presidenza della Repubblica nel 2022.

Ciellina, la giurista lombarda s'è fatta largo tra le maglie dell'establishment con una serie di giravolte: partita con lo stigma dell'integralista cattolica, è finita ad avallare la sentenza sul fine vita nel «caso Cappato». Suo padre accademico è Valerio Onida, a capo della Corte dal 2004 al 2005: nel 1987 fu relatore della sua tesi di laurea. Agli albori, Cartabia, ricercatrice alla Statale di Milano, poi professoressa associata a Verona e alla Bicocca, negli anni Novanta assistente di studio alla Corte, era vicina alle posizioni di Mary Ann Glendon, docente di Harvard e futura ambasciatrice Usa presso la Santa Sede. Per intenderci, Glendon era una contraria all'uso dei profilattici nella lotta all'Aids in Africa. E nel 2009 si rifiutò di ritirare un'onorificenza in un ateneo nello Stato dell'Indiana, perché alla cerimonia era stato invitato l'abortista Barack Obama. La vera svolta per Cartabia, tuttavia, arrivò con la trasferta a New York, sotto la guida del professor Joseph H.H. Weiler. Ebreo osservante, nel 2010 il giurista difese il crocifisso nel procedimento intentato contro l'Italia alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Weiler, tuttavia, aveva un altro vantaggioso pregio: un'amicizia di lunga data con Giorgio Napolitano.

L'attuale presidente della Consulta incontra il capo dello Stato al meeting di Cl nel 2011. Quando, dodici giorni dopo, gli serve un giudice costituzionale in quota cattolica, re Giorgio subito pensa alla protetta di Weiler. Che intervenendo a Rimini nel 2015, in una tavola rotonda insieme all'ex allieva e all'altro kingmaker di Cartabia, Sabino Cassese, lodò la scelta di Napolitano.

La nomina di Cartabia alla Consulta mise in subbuglio le associazioni Lgbt. Solo tre anni prima, lei s'era schierata con la Chiesa e contro la Cassazione nel caso Englaro. Nel 2009, se l'era presa con «l'individualismo di cui si nutre la tutela dei diritti in Europa». E quando lo Stato di New York liberalizzò le unioni gay, la Cartabia parlò di «pretesa di falsi diritti», che criticava nel saggio «weileriano» del 2010, The age of «new rights». Quelle dei detrattori, tuttavia, si sono rivelate preoccupazioni infondate: come commentò un suo collega di sinistra, dell'affiliazione culturale della Cartabia, alla Consulta «nessuno se ne accorge».

Questa natura anfibia ne avrà propiziato l'altra essenziale metamorfosi: da allarmata analista del progetto di Costituzione europea, che, come lamentò nel 2004, avrebbe «esaltato» il ruolo dei magistrati, accrescendone la discrezionalità, a sostenitrice dell'attivismo della Consulta. Alla fine, nel libro scritto nel 2018 con Luciano Violante, Giustizia e mito, Cartabia arriva a dipingere così il ruolo delle Corti costituzionali: «Esse svolgono a un tempo una funzione di garanzia - custodi dei valori costituzionali, stabili e duraturi - e una funzione dinamizzante dell'ordinamento attraverso l'interpretazione sempre nuova dei principi costituzionali».

È questa la sua nuova filosofia, ribadita nel documento di un paio di settimane fa. Lì si legge che la «piena attuazione della Costituzione richiede (...) l'attiva e leale collaborazione di tutte le istituzioni, compresi Parlamento, governo, Regioni» e, significativamente, «giudici». Difatti, «separazione e cooperazione tra poteri sono due pilastri coessenziali e complementari che reggono l'architettura costituzionale repubblicana». Ma la Corte così si snatura: non più custode dello spirito originario della Carta, bensì motore del processo legislativo. Peraltro, mischiare separazione e cooperazione dei poteri, estendendo quest'ultima al ramo giudiziario, è un azzardo: o i poteri si controllano e si riequilibrano a vicenda, oppure entrano in competizione, finché uno usurpa l'altro. E dal conflitto è più probabile che esca vincitore l'organo di ultima istanza: la Consulta, appunto, le cui sentenze non sono impugnabili.

Da questo punto di vista, il chiacchierato salto dalla toga alla politica sarebbe la logica prosecuzione della seconda vita della Cartabia. Quella in cui l'ex giurista tradizionalista si lascia coccolare dall'élite: gradita a Mattarella, adorata dai dem e da Matteo Renzi, che all'ultima Leopolda ne ha quasi profetizzato l'elezione alla presidenza della Consulta.

Lei, intanto, porta avanti un'operazione simpatia: le foto mentre fa trekking, la passione per i Metallica, le interviste. Dopo quello della Corte costituzionale, si prepara a sfondare un altro «tetto di cristallo», come l'ha chiamato al suo discorso d'insediamento: per essere la prima donna al Quirinale, le basterà uscire dal palazzo della Consulta e attraversare la strada.

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