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Politica

Tutta la verità sul concorso universitario di Conte

  1. Un'anticipazione esclusiva di Giuseppe Conte. Il trasformista, il libro che svela segreti e retroscena dell'irresistibile carriera del premier. Dalla vicinanza al Vaticano alle trame internazionali fino ai rapporti con i servizi segreti e gli 007 americani. Pubblichiamo un estratto che, grazie a documenti inediti, fa luce sull'esame per ordinario vinto del presidente del Consiglio e i rapporti con Guido Alpa, suo mentore e membro della commissione esaminatrice. Tra parcelle in comune, incroci professionali e sperticati giudizi.
  2. Il tête à tête tra Belpietro e il professore. «Cercavo la toilette in stazione e ho incontrato il futuro premier».

In anteprima digitale il primo capitolo del libro.

«Cercavo la toilette, ho incontrato Conte»

Libia: Conferenza Berlino in salita

Ansa

Capitolo I: Il giorno in cui il professore divenne premier

«Mi dicono che lei sta scrivendo un libro contro di me.» La telefonata è partita dal cellulare di Rocco Casalino, il portavoce di Palazzo Chigi. Mentre rispondo, non immagino certo che mi sarei ritrovato a parlare con Giuseppe Conte. «Il premier vuole ringraziarti per aver pubblicato su "La Verità" una sua intervista» annuncia Rocco, prima di passarmi il presidente del Consiglio. Una cortesia, penso, in linea con lo stile del professore di Diritto prestato alla politica, anzi ai 5 Stelle. Ma capisco subito che le parole del capo del governo hanno un altro obiettivo: sapere se è vero quello che si dice in giro. Da giorni, Le Iene e «La Stampa» fanno rimbalzare una voce nel nostro piccolo mondo antico di cronisti: sta per uscire un libro bomba su Giuseppe Conte.

Ora, io non so se quelle che leggerete siano le notizie bomba che cercavano di scoprire i colleghi giornalisti, nella speranza di bruciarci sul tempo. So però che il pomeriggio dell'8 novembre 2019, il presidente del Consiglio mi chiama per reiterare con voce flautata ciò che in qualche modo ci ha già detto nell'intervista concessa a Maurizio Caverzan per il nostro giornale. Occhio a quel che scrivete. Oltre che capo del governo sono un avvocato, le citazioni in giudizio sono il mio pane quotidiano. La telefonata del professore con la pochette, il premier dal baciamano perfetto, l'uomo che ha un vestito di sartoria per tutte le stagioni, non è una minaccia. È solo una precisazione. Quasi un anticipo di rettifica. Per dirla in termini legali: la chiamata è una specie di diffida, un invito a non pubblicare, o per lo meno a pubblicare con cura. Gli argomenti che riguardano il premier, il presunto conflitto di interesse e la sua inarrestabile ascesa, sono pericolosi. Da maneggiare con cura. Chi sbaglia, rischia grosso.

Al preavviso di citazione, rispondo ovviamente con lo stesso garbo usato da Conte: «Presidente, non stiamo scrivendo un libro contro di lei, ma su di lei. Fino a due anni fa lei era un illustre sconosciuto, un ignoto docente universitario, anche se già ben inserito nel mondo della giustizia e del potere. Oggi è uno degli uomini più potenti del paese, a capo di un governo di grandi intese, soprattutto estere. Ed è pure responsabile diretto dei servizi segreti. Per chi fa il nostro mestiere, raccontarla è un dovere».

La risposta non deve averlo entusiasmato. Convinto di non essere stato chiaro, a questo punto il professore di Volturara Appula, docente dal linguaggio volutamente paragiuridico e parapolitico, diventa più esplicito: «Si sono scritte tante cose imprecise e non vorrei che altre se ne scrivessero. Capisco che ragioni politiche inducano alla critica, ma gli insulti no». Non so perché Conte usi questo sostantivo: insulti. Forse reputa offensivo che qualcuno scandagli la sua vita privata e la sua carriera universitaria. O forse ritiene che le critiche alla sua persona siano di per sé un oltraggio. Sta di fatto che, al garbo del capo del governo, contrappongo medesima grazia: «Presidente, se avrà la pazienza di riceverci, verificheremo con lei le informazioni, perché non è nostra abitudine insultare nessuno, figurarsi lei». E così mi congedo, promettendo di richiedere un incontro per chiarire i passaggi di una carriera strepitosa, che da un paesino della Puglia ha portato un riservato professore a trasformarsi nel più scaltro dei politici. Tanto scaltro da aver messo tutti nel sacco, nemici e amici.

Il duello con l'avvocato del popolo, cominciato al telefono, era dunque rinviato alle prossime settimane. Antonio Rossitto e io avremmo messo sul tavolo le nostre carte, chiedendo a Conte chiarimenti su certi passaggi della sua storia, presente e passata. Su quella carriera costruita con tanta maestria e altrettanta fortuna.

Ma prima di arrivare all'incontro con Conte e alle domande che gli abbiamo rivolto, devo raccontare quando ho conosciuto il futuro presidente del Consiglio. Ovvero, quando ho avuto la ventura di trovarmi davanti il "professor Nessuno", come lo appelleranno i giornali, in procinto di diventare qualcuno. La colpa è di quel vecchio brontolone di Giampaolo Pansa, il maestro di tutti noi cronisti di cose politiche. Dovete sapere che a maggio del 2018, dopo la vittoria dei 5 Stelle e della Lega, l'autore del Bestiario d'Italia diventa una pentola a pressione che rischia di esplodere.

Il trionfo dei partiti più antisistema non lo fa dormire di notte. È preoccupato per le sventure che figuri come Di Maio e Salvini potrebbero causare all'Italia. Dei due, detesta in particolare il capitano leghista, che non manca mai di attaccare ogni sabato su «La Verità», il giornale di cui sono direttore, prendendo a pretesto ogni cosa. Una volta è la ciccia debordante del futuro ministro dell'Interno. Un'altra è la barba mal curata inadatta a un leader, o la camicia fradicia di sudore indossata in uno studio televisivo senza aria condizionata. Salvini è la bestia nera del Bestiario. La faccenda rischia di annoiare, più che i lettori, lo stesso Pansa. Una settimana sì e l'altra pure, minaccia di interrompere la rubrica. Così per addolcirlo, come facevo ogni volta che lo sentivo sulle spine, decido di andarlo a trovare.

Pansa vive in un paese sperduto della Toscana. Da Milano, serve un viaggio in treno fino a Firenze e poi un prosieguo in auto per un altro paio d'ore, su strade deserte e contorte che attraversano la campagna della Val d'Orcia. Il pranzo è veloce e il discorso laconico, tipico dello stile di Giampaolo. Chiuso l'argomento e rabbonito il domatore del Bestiario, rifaccio il viaggio all'incontrario: due ore di macchina più due ore di treno, con sosta nella sala d'attesa del Frecciarossa, a Santa Maria Novella. E proprio qui, mi capita di conoscere Giuseppe Conte, poche ore prima che diventasse presidente del Consiglio.

A dire il vero, cercavo la toilette per problemi idraulici. Mentre mi avvio in tutta fretta verso il bagno, mi scappa però l'occhio su un signore: in piedi, appoggiato al bancone della lounge, sfoglia una copia del «Corriere della Sera». Ha gli AirPods alle orecchie, le cuffiette senza fili che si usano con l'iPhone, ma quando lo saluto dicendogli «Buongiorno professore» si gira di scatto. Non l'avevo mai visto, se non in tv: il giorno in cui s'era affacciato nella sala del Quirinale, appena ricevuto da Sergio Mattarella l'incarico esplorativo per formare un nuovo governo. E poi quando, da quella stessa sala, aveva comunicato di rimettere il mandato dopo il veto del presidente della Repubblica (e dell'Europa) su Paolo Savona ministro dell'Economia.

Dal vivo sembra un po' più basso dell'uomo apparso in televisione, ma la pochette è la stessa e la flemma pure. Quel giorno sta rientrando a Roma, dopo una lezione all'università. Sembra già destinato a ritornare nell'anonimato da cui è uscito all'improvviso grazie a Luigi Di Maio, che lo ha scelto per diventare premier di un esecutivo con la Lega. Lui stesso pare rassegnato a una carriera politica stroncata sul nascere. Anzi, prima ancora di nascere. Infatti, dopo avermi riconosciuto, comincia a lamentarsi di come la stampa lo ha maltrattato in quei pochi giorni da esploratore di governo. Passato ai raggi X manco avesse qualcosa da nascondere. Il trattamento,evidentemente, lo ha lasciato tramortito. Non si dà pace d'essere stato rivoltato come un calzino. In particolare, l'ha colpito la faccenda del suo curriculum «gonfiato»: così lo definisce tutta la stampa di sinistra che non vuole un governo 5 Stelle-Lega. E poi le tasse non pagate, che gli sbattono in faccia quasi fosse un mezzo imbroglione.

Cerca comprensione, quasi conforto. Vuole sentirsi dire che non ha fatto nulla di male. È vero, si difende, tra le esperienze accademiche ha citato anche i soggiorni brevi in giro per il mondo, ma si tratta di viaggi più che studi. Peccatucci veniali, suvvia. Soprattutto, gli dispiace però di passare come una specie di evasore fiscale: un furbo che dimentica, spesso e volentieri, di pagare le tasse. «Ma io sono sempre impegnato fuori casa» chiarisce. «Le lettere dell'Agenzia delle entrate si sono accumulate.» Cerca di spiegami perché il fisco, lamentando i mancati pagamenti, ha messo le ganasce fiscali a un suo immobile. «Quando me ne sono accorto ho saldato tutto, mettendomi in regola con l'erario.» Il senso è chiaro: è stato un errore dovuto alla lontananza da casa, ma poi ha rimediato. Lui è vittima di un sopruso. Non di Equitalia, ma dei cronisti. Sui suoi trascorsi la «vil razza dannata» non ha mostrato alcun riguardo, scavando con ferocia.

«È la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare niente» gli faccio capire, pur senza usare la frase di Humphrey Bogart. Il futuro presidente del Consiglio, appreso che il trattamento non ha nulla di personale, non sembra sollevato. Ha l'aria del cane bastonato, di chi si rende conto di aver avuto la fortuna a portata di mano e se l'è vista fuggire. Guardandolo, certo non immagino cosa stia per succedere di lì a poche ore. Quell'uomo abbattuto appare rassegnato a dividere il suo tempo tra gli studenti universitari e lo studio professionale specializzato in pareri legali. Invece, di lì a breve, diventerà presidente del Consiglio.

Il treno che Giuseppe Conte sta per prendere non è il Frecciarossa, il convoglio che lo porta avanti e indietro fra Roma e Firenze. È il treno della vita: un convoglio che lo sta per condurre al vertice del paese. A sedersi al tavolo con grandi della terra, come Donald Trump, Angela Merkel ed Emmanuel Macron. L'anonimo professore, che in quella sala d'attesa nessuno pare riconoscere, è destinato al grande viaggio.

Mentre il futuro avvocato del popolo si lamenta per il trattamento ricevuto dalla stampa, Carlo Cottarelli getta infatti la spugna. È il tardo pomeriggio del 31 maggio 2018: anche l'altro professore a cui Mattarella ha affidato l'incarico esplorativo, dopo la prima rinuncia di Conte, comunica al presidente della Repubblica d'aver fallito. Non è riuscito a trovare una maggioranza disposta a votarlo. Il governo tecnico non c'è. L'ex direttore del Fondo monetario internazionale passa la mano. Dunque si riaffaccia la strana alleanza gialloverde, unico incastro possibile per far nascere un esecutivo.

Non so quando Conte abbia ricevuto la chiamata del Colle: se subito dopo il nostro colloquio nella saletta della stazione di Firenze o mentre è in viaggio per tornare a casa. In serata però corre già al Quirinale. Davanti alle telecamere, fa il trionfale annuncio: accetta l'incarico di formare un nuovo governo. Da abbacchiato che era fino a poche ore prima, sullo schermo televisivo appare giulivo.

L'avventura di Giuseppi è iniziata. Sarà il premier più trasformista della storia. Una specie di Fregoli della politica. Be', credo allora che sia arrivato il momento di iniziare il libro su Conte. Cominciando da quando, passati alcuni mesi, mi invita a Palazzo Chigi. Mario Giordano deve intervistarlo per il nostro quotidiano. E il premier vuole che anch'io partecipi all'incontro.