In Russia la protesta viene repressa in piazza. Ma c’è chi ha il coraggio di dire la parola «guerra». Alla tv di Stato.
Se la guerra andrà avanti mesi, il 90 per cento dei cittadini ucraini finirà in povertà». L’ospite in studio dice proprio così, «voyna», e a sentirlo viene da sobbalzare sulla sedia data la notizia, ormai arcinota, che in Russia non si può parlare di «guerra» bensì di «operazione militare speciale». Vietate anche le parole «invasione» e «offensiva» perché secondo il Cremlino l’esercito russo sarebbe impegnato in una attività di peacekeeping, un’azione difensiva volta a denazificare l’Ucraina. Pena per i trasgressori: fino a 15 anni di carcere con l’accusa di diffondere fake news. Nonostante questo, se si fa un po’ di zapping tra i talk show di Rossiya 1, Pervey Canal e Gazprom, le tv russe più filogovernativa e considerate i principali amplificatori della propaganda di Stato, si scopre che le cose non stanno esattamente così.
Vasil Vakarov, politologo ucraino, agguerrito avversario della politica di Putin, parla di guerra e lo ripete persino sulla tv di Stato Rossiya 1 nel salotto di Vladimir Solovev, l’alfiere della disinformatia, la propaganda russa che secondo amministrazione Usa e Unione europea inquina il dibattito da settimane. Motivo per cui il giornalista è stato punito con dure sanzioni tra cui il congelamento di due ville sul Lago di Como. Eppure Vakarov sembra perfettamente a suo agio nella veste del bastian contrario al punto da criticare la linea del Cremlino persino sotto gli occhi della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, anch’essa oggetto di sanzioni.
Nella puntata del 25 marzo del talk show Pravo Zonato, Diritto di sapere, di TVC Centro lo scambio è quanto mai diretto: «Sto parlando dell’Ucraina e della guerra» dice Vakarov «la causa principale è nelle politiche della Federazione russa e il conflitto del 2014 avrebbe potuto essere risolto in tanti modi, non c’era bisogno di trasformarlo in una guerra nel 2022». Lo dice di nuovo, papale papale e la Zhkarova non si scompone. «Lei dice che noi la chiamiamo operazione militare speciale, ma lei come chiama quello che avete fatto voi nel 2014?!». L’atmosfera si scalda ma fa parte del format, a partire dalla disposizione degli ospiti, da una parte la portavoce del ministro, dall’altra 4 opinionisti tra cui anche il liberale Maxim Yusin. Non che l’informazione in Russia sia libera. Dopo l’oscuramento di siti e tv accusati di veicolare la propaganda occidentale, il quotidiano Novaja Gazeta, sei giornalisti uccisi tra cui Anna Politkovskaya e secondo molti osservatori internazional «l’ultima voce indipendente» nel Paese, ha deciso di autocensurarsi. Se l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Josep Borrell ha colto l’occasione per puntare il dito contro la «manipolazione e la disinformazione dei media di Stato», da qualche settimana le tv russe hanno deciso di passare al contrattacco cercando di scardinare la propaganda occidentale con una fitta serie di programmi di «fact checking».
Il programma 60 minutes di Rossiya 1 è stato tra i primi, tramite un’attenta analisi di video retrodatati e fuori contesto, a smentire la notizia, poi confermata dallo stesso governo ucraino, che i mille morti provocati dal bombardamento del teatro di Mariupol in realtà non c’erano. Alcuni opinionisti inoltre non mancano di ricordare come le televisione ucraine, oggi accorpate in un’unica piattaforma d’informazione governativa, non abbiano mai dato molto spazio a ospiti russi contrari alla linea del presidente Volodomyr Zelensky. A Mosca, invece, le voci critiche si alternano sugli schermi. Mentre il diplomatico israeliano Yaakov Kedmi dice la sua a La sera con Vladimir Solovyov, il giornalista americano Michael Bohm parla di guerra nello studio di Svoya Pravda, Propria Verità, su Gazprom TV dove ironizza persino sulla legge russa secondo cui gli conviene dare la colpa delle proprie opinioni all’Occidente. Quando il conduttore gli mostra le immagini di Mariupol distrutta, Bohm non tentenna: «La colpa è dell’aggressione russa» e quando lo studio chiede le immagini delle marce a Kiev per Stepan Bandera, tra torce e ritratti dei nazisti, il giornalista ribatte che in Ucraina nessuno di questi personaggi è al potere. Un forma di dibattito, insomma. Almeno per ora.
