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Finanza

Mediobanca pigliatutto

L'istituto di Piazzetta Cuccia è diventato il crocevia obbligato di ogni affare che conta. Dalla fusione tra Fca e Peugeot alla trattativa tra Benetton e il governo per Autostrade. E il prossimo obiettivo è la ricerca di un partner per Mps.

Mediobanca, il ritorno. A distanza di vent'anni dalla morte di Enrico Cuccia, la banca milanese è di nuovo il crocevia obbligato di ogni grande affare, pubblico o privato. Non più salotto buono della grande imprenditoria del Nord, ma salotto buono di se stessa. Che si tratti di unificare le reti 5G di Tim e Open Fiber, di trovare un compromesso tra i Benetton e il governo per Autostrade, di mettere insieme Fca e Psa Peugeot, o di aiutare Intesa Sanpaolo a conquistare Ubi Banca, sempre da Mediobanca bisogna passare. E nei prossimi mesi anche la privatizzazione del Monte dei Paschi, il probabile ribaltone in Rcs Mediagroup e la difesa degli attuali equilibri delle Generali, saranno decisi dalle parti di Piazzetta Cuccia.

Non male per l'istituto guidato da Alberto Nagel, 55 anni, il discendente di una famiglia di spedizionieri di Barletta, al timone dall'ottobre 2008 dopo una carriera tutta interna. I suoi detrattori, a cominciare dal socio Leonardo Del Vecchio, fino all'altro ieri lo accusavano di «sedersi sugli allori» e di limitarsi a «lucidare le azioni Generali», di cui Mediobanca è l'arbitro di fatto con un pacchetto del 13 per cento. Ma in pochi mesi, il film sembra proprio cambiato.

Il segnale definitivo del grande ritorno è arrivato giovedì 16 luglio: mentre il premier Giuseppe Conte andava a Bruxelles per iniziare la maratona negoziale sul Recovery fund, il Monte dei Paschi di Siena comunicava di aver scelto l'istituto di Piazzetta Cuccia come advisor finanziario per valutare «le alternative strategiche a disposizione della banca». Visto che la ex banca dei compagni è stata salvata a spese dei contribuenti nel 2017 dall'ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, ora lo Stato se ne ritrova tra le mani il 68 per cento e l'attuale ministro, Roberto Gualtieri, deve vendere entro un anno per ordine della Commissione Ue.

Nei mesi scorsi, si sono defilati Ubi Banca, Banco Bpm, Bper e perfino Credit Agricole Italia. Il mandato incassato da Francesco Canzonieri, 41 anni, a capo delle attività di banca d'affari di Mediobanca, è quanto di più vicino a un cubo di Rubik. Da un lato, la recente cessione di 8 miliardi di crediti marci ad Amco, altro veicolo pubblico, ha probabilmente concluso le decennali pulizie di Montepaschi. Dall'altro, ne riduce di oltre un miliardo il patrimonio e, in attesa di vedere come hanno reagito i conti al lockdown, i livelli di patrimonializzazione sono poco sopra i minimi Bce.

Non solo, ma su Mps pendono cause legali per 5 miliardi, con l'attuale cda che non ha ancora deciso se coprirsi le spalle con un'azione di responsabilità contro il management precedente. Se Mediobanca non riuscirà nell'impresa, il piano B di M5s è già pronto: andare a Bruxelles, far notare che il Mef ha già perso quasi 5 miliardi su Siena e che quindi tanto vale metterne un altro paio e nazionalizzarla del tutto. Anche in questo caso, in Piazzetta Cuccia hanno l'uomo giusto, perché l'altro ambasciatore romano di Nagel è Antonio Guglielmi, stimatissimo tra i grillini (e anche tra i leghisti) in quanto tre anni fa ebbe il coraggio, da capo dell'ufficio studi, di pubblicare una simulazione di Italexit per nulla tragica.

Entro fine mese, poi, andrà in porto l'offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo su Ubi. Anche questa operazione è stata studiata nelle segrete stanze di Mediobanca da Carlo Messina, ceo di Intesa, e da Nagel. Certo, Messina aveva escluso per mesi qualunque ritocco all'insù dell'offerta e alla fine ha dovuto aggiungere 650 milioni in contanti. Tuttavia, la struttura dell'operazione ha retto bene. In più, ne «usciranno» anche 500 filiali da vendere (per motivi di Antitrust) a Bper, altra protetta di Piazzetta Cuccia.

A febbraio, Mediobanca ha garantito l'aumento di capitale di Bper per incorporare la malconcia Unipol Banca. A sua volta UnipolSai è il primo azionista di Modena con il 20 per cento e il suo dominus incontrastato è il più fedele alleato di Nagel, ovvero Carlo Cimbri, al quale l'erede di Cuccia ha consegnato quel che restava dell'impero Ligresti.

Ma Nagel si è rafforzato molto anche sotto il Po. Al Mef raccontano che il banchiere parla regolarmente con Gualtieri, che è seduto sul terzo debito pubblico del mondo. La faccenda ha il suo peso perché Mediobanca ha in pancia 3,3 miliardi di euro investiti in titoli di Stato e le Generali hanno Bot e Btp addirittura per 60 miliardi. Certo, quel pingue pacchetto di azioni Generali ora costa a Nagel qualche grattacapo, anche se 320 degli 860 milioni dell'utile Mediobanca arrivano da Trieste. Del Vecchio, che con il suo 4,8 per cento non riesce a contare quanto vorrebbe nel Leone, ha capito che fa prima a scalare Piazzetta Cuccia, della quale ha già il 10 per cento e dove mira al 20.

A ottobre, provò a criticare Nagel. E però, c'è la firma di Mediobanca anche sul matrimonio Fca-Psa, nel quale la banca d'affari assiste i francesi. Sempre Piazzetta Cuccia ha messo lo zampino anche nella telenovela della rete unica per il 5G, visto che è stata scelta da Enel per stabilire quanto vale Open Fiber. E in tutti questi mesi di braccio di ferro tra Atlantia e governo per risolvere la questione Autostrade, a chi si è affidata la famiglia Benetton? A Mediobanca.

A un anno di distanza, si può dire che l'istituto è tornato al centro dei giochi come vent'anni fa e che, oltre al governo, può contare su alleati come Intesa e il polo della ex finanza rossa. E se nel 2016 Nagel perse la battaglia per il controllo di Rcs-Corriere della Sera (sponsorizzava la cordata di Andrea Bonomi, Marco Tronchetti Provera e Unipol), adesso che i rapporti tra Intesa e Urbano Cairo sono diventati gelidi, il banchiere potrebbe anche prendersi la rivincita. Insomma, Mediobanca è tornata a fare la Mediobanca, ma senza Enrico Cuccia. Il tempo dirà se sia una cosa buona anche per l'Italia.

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