E’ la nuova corsa all’oro: verde. Il fenomeno si chiama «greenwashing» e i primi a denunciarlo sono le vestali dell’ecologia senza se e senza ma. Ne sa qualcosa Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea che con il suo interessatissimo afflato ecologista vuole azzerare da qui a meno di 40 anni le emissioni in atmosfera. A muoverla sono prima di tutto interessi economici e politici della Germania, che con il «Dieselgate» ha già sperimentato che fare i furbi sull’ambiente costa caro: la Volkswagen ha pagato finora 30 miliardi tra multe e risarcimenti per aver taroccato i dati sulle emissioni delle sue vetture.
Ebbene proprio Von der Leyen si sia presa un metaforico schiaffo da Greta Thunberg che le ha detto in pieno Parlamento di Strasburgo: «Il tuo Green Deal manda il forte segnale che un’azione reale è in atto, quando non è così». Una denuncia esplicita di greenwashing politico. Ma anche in Italia il 30 aprile, alla presentazione dell’ormai celebre Piano nazionale di ripresa e resilienza, con una nota congiunta Wwf, Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport & Environment hanno scritto «non è un piano significativo per il clima». Con buona pace del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani – voluto dai Cinque Stelle in cerca di una nuova verginità politica – e a dispetto di un sacco di quattrini che Mario Draghi ha dipinto di verde: un’ottantina di miliardi.
«Oggi tutto ciò che ha un sound ecologico funziona sul mercato» spiega a Panorama l’avvocato Vincenzo Acquafredda, uno dei massimi esperti di diritto verde. «Per questo servono normative stringenti. Ce ne siamo accorti soprattutto nel settore alimentare dove le sanzioni sono pressoché quotidiane, ma il fenomeno va arginato a partire dagli imballaggi».
Nuotiamo in un mare di bottiglie di plastica che velleitarie iniziative, quali la plastic tax, non riescono a fermare: servono alternative di prodotti e di modelli. Lo ha reso palmare una recente intervista del ministro Cingolani al Corriere della Sera in cui ammette: «Entro il 2030 istalleremo 70 gigawat per la produzione di rinnovabili. Per ora si va al ritmo di 0,8 all’anno». Non sarà che per accelerare c’è chi pensa di fregarsene anche della Costituzione che impone: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Vedere foreste di pale eoliche e distese a perdita d’occhio di pannelli solari non sembra costituzionale.
Certo poi ci sono Paesi come la Francia che fanno altre scelte. È sempre Cingolani a dirlo: «Parigi sta pensando di istallare mini centrali nucleari da 340 megawatt e l’Europa è seriamente orientata a ritenerle energie rinnovabili. In tal caso la strategia di molti paesi potrebbe cambiare». Riusciamo a rispettare le emissioni zero, magari abbiamo un po’ di scorte nucleari da smaltire. Così, tra le 27 multinazionali che firmano un appello per mettere al bando entro il 2035 le auto a combustibili fossili c’è pure la Coca Cola, che mentre si impegna per ridurre il proprio impatto ambientale, continua a produrre bevande «addizionate di anidride carbonica».
Stando alle auto, in Italia mancano le colonnine per le ricariche. Secondo Arera (l’Agenzia di controllo sull’energia) sono meno di 20 mila quelle installate. Il dato più sorprendente sono i costi indotti. Una ricarica rapida può arrivare a 80 mila euro, quelle domestiche oscillano tra 2 e 3 mila, ma ci vuole un giorno per ricaricare le batterie. Anche inattivi, questi «distributori» consumano almeno il 3 per cento della potenza istallata. Fornita peraltro da energia derivante per oltre il 70 per cento da fonti fossili.
Il caso più eclatante è quello della Germania che nel 2020 ha progettato una nuova centrale a carbone a Datteln che si aggiunge alle 73 che sono in attività nel suo territorio. Il 30 per cento della corrente tedesca deriva da antracite e lignite. Un altro caso di greenwashing? Difficile dirlo, certo è che Elon Musk, «mister Tesla» osannato come genio e sregolatezza e il quarto uomo più ricco del mondo, ce l’ha fatta nel 2020 a chiudere dopo 17 anni il primo bilancio in utile. Ha venduto 500 mila macchine che costano da 300 mila euro in su, ma i ricavi veri li ha fatti grazie ai crediti ambientali che vende alle altre case automobilistiche: 1,6 miliardi di patenti anti-inquinanti. Voce di bilancio è triplicata in un anno, potenza del green. Musk (ha un fatturato da 30 miliardi ma in Borsa ne vale 800) con il suo jet privato lo scorso anno ha volato per 240 mila chilometri, consumando circa 160 mila litri di kerosene. Non bastasse il tycoon che va alla conquista del cosmo con la sua Space X e i suoi razzi li alimenta a metano.
Come ripete a Panorama Davide Tarabelli, presidente di Nomisma energia: «La differenza tra le rinnovabili e il petrolio sta nel fatto che per ora il petrolio è la sola energia stoccabile e “richiamabile” al momento del bisogno, ed è anche la sola democratica che ha tolto dalla fame miliardi di persone».
Detto questo il tema centrale resta: è tutto verde quel che appare «eco»? Uno dei settori più critici è l’alimentare. Appena due settimane fa l’Europa ha dato il via alla commercializzazione della larva della farina «tenebrio molitor» come alimento. L’idea è che gli allevamenti zootecnici, i bovini in particolare, siano nemici dell’ambiente. Il presupposto è il protocollo Fao che suggerisce «dato il boom demografico e la carenza di sostanze proteiche a basso costo bisogna rivolgersi agli insetti». Ecco un classico esempio di greenwashing: narrare una falsa emergenza per imporre un prodotto.
In Europa c’è il fenomeno della denatalità e i prezzi della carne sono in discesa costante da 20 anni. Nonostante ciò, mangeremo insetti che costano l’ira di Dio: i vermetti della farina si vendono a 60 euro al chilo, gli scorpioni a 700 euro. Giuseppe Pulina, docente di filosofia, con l’associazione Carni sostenibili si batte da anni per sfatare il luogo comune che le mucche producano eccessi di metano e consumino fiumi d’acqua. «La Fao» scrive «stima l’incidenza delle emissioni riferite a tutta la zootecnia (carne, latte e uova) al 14,5 per cento su scala globale e l’Ispra al 5,2 per cento per l’Italia». Uno studio francese sostiene che a valori nutrizionali equivalenti la carne inquina meno di molti cibi supposti bio. Per esempio, un etto di manzo fornisce circa 260 calorie, per avere le stesse calorie servono 2 chili d’insalata. Produrre un etto di carne richiede 1.500 litri d’acqua, per due chili d’insalata ne servono 11 mila.
Mentre l’Europa promuove il vegano, Cina e Russia insieme hanno realizzato il più grande allevamento del mondo: 110 mila vacche concentrate su 220 mila acri. Nella Mega Farm di Mudanjiang si producono formaggi che stanno invadendo il mondo. Non solo: il progetto cinese Yangxiang comprende persino un grattacielo con 850 mila maiali.
C’è poi il problema del packaging. Aggiunge l’avvocato Vincenzo Acquafredda: «È uno dei settori dove l’attività sanzionatoria è più frequente. Ci sono aziende come la Sant’Anna o la Coop che sono state sanzionate perché dichiaravano le bottiglie o i sacchetti biodegradabili quando in realtà non lo erano. Abbiamo fatto un monitoraggio del mercato online e ne è emerso che i casi di greenwashing nel 2020 sono aumentati e il 42 per cento dei “green claim”, analizzati presentano affermazioni esagerate, false o ingannevoli, identificandosi come pratiche commerciali sleali secondo le norme in vigore».
Il greenwashing è partito negli anni Settanta con la pubblicità delle centrali nucleari della Westinghouse, proseguito con il petrolio della Chevron, andato avanti – e clamorosamente – con la DuPont che ha venduto per decenni fertilizzanti e diserbanti dicendo che facevano bene all’ambiente. Sono gli artifici del marketing che arrivano a definire «bio» ciò che non lo è, o ad ammiccare al naturale.
Ne sa qualcosa Oscar Farinetti che si era inventato il «Vino Libero». L’Antitrust ha ritenuto quella dicitura ingannevole e ha comminato multe per 50 mila euro a Eataly, 8 mila per Fontanafredda, la cantina che imbottigliava il Vino Libero, e 5 mila per l’associazione Vino Libero. Conclude l’avvocato Acquafredda: «Serve un giro di vite sulle etichette. Molto si discute del Nutriscore, l’etichetta a semaforo degli alimenti. Sarebbe più utile e necessaria un “greenscore” che spieghi esattamente la compatibilità ambientale dei prodotti anche perché la fogliolina verde del “bio” concepita dall’Europa dice tutto e nulla». In linea con il Green Deal.
In calo di energia

Il piano del governo prevede di raddoppiare la produzione delle rinnovabili in un decennio. Ma è un traguardo difficile da raggiungere: eolico e solare devono combattere contro burocrazia e difensori del paesaggio, e ai ritmi attuali ci vorrebbero 70 anni per realizzare l’obiettivo. La soluzione? Più pannelli sui tetti, impianti in mare e, soprattutto, meno scartoffie.
di Guido Fontanelli
E’ come la Bella di Torriglia, tutti la vogliono ma nessuno se la piglia. Tutti sono per l’energia pulita, per il sole, per il vento. Ma quando poi si tratta di approvare la costruzione di un parco eolico, di una centrale fotovoltaica o di un impianto a biomasse, allora fioccano i no: bisogna tutelare il paesaggio, signora mia! Intanto, però, chiudiamo le centrali a carbone e non facciamo quelle a gas. Insomma, in campo energetico gli italiani stanno dimostrando un pericoloso distacco dalla realtà.
E a sua volta il governo sembra vivere in un altro mondo: il ministro della Transizione ecologia Roberto Cingolani ha dichiarato che per soddisfare l’obiettivo europeo di ridurre del 55 per cento le emissioni di anidride carbonica entro il 2030, l’Italia dovrà installare circa 65-70 gigawatt di energie rinnovabili nei prossimi dieci anni sfruttando i fondi del Pnrr. Peccato che nel 2020 abbiamo costruito appena 0,78 gigawatt di impianti eolici e solari, 1,2 gigawatt nel 2019 e 1,1 gigawatt nel 2018. Se andiamo avanti così, i 70 gigawatt di elettricità verde li installeremo in 70 anni, non in dieci.
E perché siamo così lenti? Prima di rispondere, proviamo a fare un quadro della situazione. In Italia la domanda di energia elettrica oscilla tra i 25 mila e i 30 mila gigawattora al mese: in luglio si tocca il picco, in aprile il punto più basso. A soddisfare questa richiesta contribuiscono la produzione interna e le importazioni: lo scorso anno l’85,5 per cento dei consumi è stato soddisfatto dalla produzione nazionale, il resto con energia comprata all’estero, che in genere costa meno. Da che cosa è composta la produzione interna? Per la maggioranza, il 60 per cento, da quella che arriva dalle centrali termoelettriche (gas e carbone) e per il 40 per cento circa dalle fonti rinnovabili: qui la parte del leone la fa l’idroelettrico con il 17 per cento (e più di così non può fare), seguito dal fotovoltaico con il 9 per cento, dall’eolico con il 6, le bioenergie con il 6 e infine il geotermico con il 2 per cento. Da notare che la produzione di elettricità da fonti rinnovabili è quasi triplicata negli ultimi 20 anni.
Questa fotografia però non rivela l’estrema variabilità della produzione delle fonti rinnovabili, in particolare eolico e fotovoltaico (l’idroelettrico è più stabile) che risentono del tempo atmosferico. Prendiamo un giorno a caso, il 20 aprile 2021, martedì: alle 9 del mattino la domanda era soddisfatta da 44,3 gigawattora di produzione, di cui 24 di termica tradizionale, 7,2 di fotovoltaica e appena 0,63 di eolica. Alle 13 la produzione fotovoltaica era cresciuta a 9 gigawattora e l’eolica a 1,2. Alle 20 il sole non c’era più mentre il contributo del vento saliva ancora un poco a 1,3 gigawattora.
Ci sono però giornate in cui il fotovoltaico batte le centrali termiche (è capitato venerdì 22 maggio 2020 a mezzogiorno) o che l’eolico diventa la seconda fonte con oltre i 5 gigawattora di produzione istantanea. Questa forte variabilità obbliga ad avere una capacità produttiva di energie rinnovabili in proporzione più alta rispetto alle fonti fossili: in Italia abbiamo una capacità installata di 115,9 gigawatt di cui 55,6 gigawatt da impianti verdi (idroelettrici, eolici, fotovoltaici…). E secondo il governo dovremmo più che raddoppiare questo numero in un decennio.
Ma è possibile raggiungere tale obiettivo in un Paese dove il Consiglio dei ministri deve impugnare una legge varata dalla Puglia che ostacola il rinnovo degli impianti eolici esistenti e la conversione di quelli fotovoltaici? Dove la Giunta provinciale di Bolzano decide di dichiarare l’Alto Adige «libero dall’energia eolica»? Dove la Sardegna blocca pale e solare termodinamico? Dove l’Abruzzo dice no alle energie rinnovabili sui terreni agricoli?
«No, allo stato attuale non è possibile» risponde Alberto Pinori, presidente Anie Rinnovabili, l’associazione dei produttori di impianti di energia verde della Confindustria. «Una visione senza strategia è un sogno: gli obiettivi del governo sono belli, ma manca una strategia per realizzarli davvero. I nostri associati hanno pronti progetti per 800 milioni per costruire impianti eolici e fotovoltaici, ma sono bloccati». A fermarli sono due fenomeni: la burocrazia e la cultura del no. Il percorso di un’autorizzazione è lungo e contorto: prima bisogna che i ministeri dell’Ambiente e delle Belle arti siano d’accordo, poi ci sono le Regioni, poi i Comuni, poi i vari uffici dei Comuni. Sono una ventina i documenti necessari per concludere l’iter per avere l’ok. E ci sono anche casi in cui un ufficio vuole, per sicurezza, un documento che in realtà non sarebbe necessario. Quando alla fine l’autorizzazione è arrivata, un gruppo di cittadini può sempre mettersi di traverso e cercare di bloccare tutto con il sostegno dei politici locali.
Secondo Pinori l’iter autorizzativo dovrebbe essere snellito, magari introducendo il silenzio-assenso in alcuni passaggi. E poi occorre spingere famiglie, condomini e piccole e medie imprese a montare i pannelli solari sui tetti, che sono decisamente meno impattanti sul paesaggio: «Così si potrebbero installare anche 400 megawatt all’anno».
Sul fronte dell’eolico i piani del governo sembrano ottimistici non solo alla luce dei vincoli e dell’ostilità della pubblica opinione, ma anche considerando che realisticamente lo spazio per nuovi impianti sulla Penisola è limitato e che i siti migliori ormai sono già occupati. Tanto è vero che Erg, leader italiana nell’eolico con 1,1 gigawatt installati e ottava in Europa, non costruisce più nuovi impianti in Italia ma cerca di rinnovare i parchi esistenti: secondo i calcoli del gruppo genovese, se si rinnovasse l’installato eolico italiano si potrebbe aumentare la potenza di 3,4 gigawatt, riducendo il numero di turbine grazie a macchine più grandi ed efficienti. Ma anche per questi progetti di repowering i tempi burocratici sono biblici: in media ci vogliono 5,5 anni per ottenere le autorizzazioni.
E dunque che cosa si può fare? Emilio Campana, direttore del Dipartimento Cnr di Ingegneria, Ict e Tecnologie per l’energia e i trasporti, sostiene che «per non impattare sul paesaggio la soluzione è puntare sull’eolico offshore: avendo fondali profondi, bisogna costruire impianti galleggianti, come le piattaforme petrolifere. Inoltre, l’energia elettrica prodotta da un parco eolico che in quel momento non è assorbita dalla rete nazionale può essere usata per produrre idrogeno o stoccata in batterie per essere immessa in rete quando serve». Tecnicamente i campi offshore sono fattibili. È credibile realizzarli nel giro di 10 anni? Con impianti di produzione di idrogeno o batterie di cui per ora non si vede l’ombra? Nell’Italia delle mille scartoffie? Mah…
Intanto, mentre il Paese scrive il libro dei sogni verdi, dal 2013 abbiamo dismesso impianti termoelettrici per 14 gigawatt ed entro il 2025 dovremmo chiudere le centrali a carbone e altri 7,2 gigawatt mancheranno all’appello. Così ci troveremo ad affrontare una riduzione di capacità nell’ordine dei 20 gigawatt. E già ora, come è stato spiegato chiaramente dai tecnici di Terna in una recente audizione al Senato, in caso di condizioni climatiche estreme «il sistema elettrico italiano, in assenza di import, risulta non adeguato». Forse sarà il caso di costruire un po’ di campi fotovoltaici e pale eoliche, anche se sono brutti. Oppure tenerci il carbone e la CO2.
