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Lavoro

Il 30 per cento di bar e ristoranti rischia il fallimento

Questo lo scenario per il 2021 raccontato a Panorama dal presidente di Beverage Network Lorenzo Verardo. Di conseguenza anche i distributori di bevande sono sul lastrico, dimenticati dai vari decreti Ristori.

Sono gli invisibili, gli abitanti di una «terra di mezzo» dimenticati da tutti. Sono i distributori di bevande, quelli che riforniscono bar e ristoranti di caffè, birre, vino e bibite. Pur essendo stati colpiti violentemente dalla crisi provocata dal Covid non hanno ottenuto quasi nulla dallo Stato. E ora in tanti rischiano di chiudere. A dare voce al loro scontento è Lorenzo Verardo, amministratore delegato di Beverage Network, una srl consortile con sede a Bergamo che raggruppa i più importanti distributori di bevande in Italia. Verardo è anche il numero uno della San Marco, azienda del settore che distribuisce i suoi prodotti in tutto il Veneto. Del gruppo Beverage Network fa parte anche Birra Castello, acquisita nel 2002 e guidata dal padre Eliano che l'ha portata a diventare il terzo gruppo birrario in Italia, il primo di proprietà italiana e unico caso in Europa di acquisizione dell'industria birraria da parte della distribuzione.

«Il nostro settore» spiega Verardo «è composto da circa 1.800 distributori specializzati con più di 30 mila addetti e con un fatturato di quasi sei miliardi di euro. I clienti principali sono i bar, seguiti da ristoranti, pizzerie, hotel e birrerie, il cosiddetto "horeca». Un mondo che si è completamente fermato dal 9 marzo fino a metà maggio. Il problema è che i nostri clienti sono un gigante dai piedi d'argilla: sono tantissimi, più di 310 mila punti vendita, ma da un punto di vista finanziario sono deboli. Quindi abbiamo cercato di aiutarli e in qualche modo tutti siamo riusciti a ripartire dopo maggio. Ma da ottobre siamo ripiombati nell'oblio causato dai vari Dpcm e solo chi si è organizzato con l'asporto sta resistendo pur con esiti sconfortanti. Il risultato è che il nostro settore ha accusato un calo dei ricavi del 45-50 per cento su base annua, con punte del 70 per cento nelle città d'arte come Venezia e Firenze».

Il paradosso è che mentre baristi e ristoratori un aiuto lo hanno avuto, seppur piccolo, chi li rifornisce di bevande, spesso sostenendoli finanziariamente, non ha avuto niente. «Il nostro comparto è stato interessato dal primo decreto Ristori solo per le aziende con un fatturato inferiore ai 5 milioni di euro. Le imprese più grandi, quelle che danno maggior lavoro e sostengono più clienti, non hanno ricevuto nulla. Siamo stati completamente dimenticati. Come le torrefazioni: collaboro con la Caffè Città d'Italia di Piacenza e anche questa categoria non è stata minimamente considerata dai vari ristori pur avendo subìto riduzioni del fatturato simili alle nostre».

Come Federazione associata a Confindustria, i distributori «horeca» di Italgrob hanno comunicato con la quinta commissione del Senato, con il presidente della commissione Finanza al Senato, con quello della commissione Bilancio al Senato, hanno scritto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e interagito con i senatori relatori dei decreti Ristori e membri della commissione Bilancio. «Tante le promesse di venire inseriti nei decreti Ristori ter e quater, a oggi rivelatesi come promesse da politici» commenta Verardo.

Precedentemente, Beverage Network aveva denunciato la situazione del suo settore alla ministra dell'Agricoltura Teresa Bellanova, l'unica che l'ha ascoltata e qualche aiuto lo ha dato, seppur con i tempi lunghi di questo governo, per sostenere gli acquisti di merci dell'agroalimentare italiano da parte di bar e ristoranti. Un incentivo con una dotazione di pochi milioni.

Alla politica Verardo ha fatto quattro richieste. «Ci sono i doverosi ristori anche per aziende di fatturato superiore ai cinque milioni di euro; per quanto riguarda poi le perdite su crediti per merci che abbiamo venduto a locali che hanno chiuso causa Covid - merci regolarmente pagate ai nostri fornitori, sulle quali abbiamo già versato l'Iva e pagato le tasse senza incassare nulla - abbiamo chiesto che ci vengano riconosciute come credito di imposta. Inoltre vogliamo che l'accisa sulla birra, il nostro prodotto principale, venga eliminata o ridotta per i consumi fuori casa. È l'unica bevanda da pasto soggetta ad accisa, e almeno a quella venduta nei locali si dovrebbe togliere».

Infine l'imprenditore ha sollecitato un maggior coinvolgimento, di essere ascoltato nei tavoli che riguardano il settore, insomma di uscire dall'invisibilità in cui si trova il suo «mondo di mezzo» per far comprendere l'importanza del «fuori casa» e delle imprese che vi lavorano. Ma per ora non ha ottenuto nulla. «Non esiste alcun emendamento con la dicitura «distributori di bevande, caffè e alimentari» lamenta Verardo. In media, le aziende distributrici di bevande hanno un giro d'affari di 3,3 milioni. Le dimensioni però sono molto variabili: si passa dalle piccole imprese familiari ai gruppi da centinaia di milioni di ricavi.

Secondo Verardo, nel 2021 ci saranno molti fallimenti: «Circa un 30 per cento di bar, ristoranti e hotel non riapriranno o falliranno in tempi molto brevi e di conseguenza anche il mondo della distribuzione soffrirà parecchio. Temo che le aziende più piccole e meno forti da un punto di vista patrimoniale dovranno chiudere; quelle medie, fino a circa sette milioni di fatturato, si guarderanno intorno per vendere la propria attività, se ce la faranno. E il consolidamento del settore continuerà, ma in un mercato ridimensionato».

Verardo pensa che il mondo di bar e ristorazione per i prossimi cinque anni non tornerà più ai tassi di crescita pre-Covid: «La gente ha iniziato a cambiare abitudini, in futuro ci saranno meno colazioni al bar, cene al ristorante e aperitivi. Il nostro mercato cambierà: cresceranno take away e delivery. Un lavoro che non tutti sanno o vogliono fare e per il delivery sostanzialmente in mano a multinazionali che non pagano le tasse in Italia, eludono il diritto del lavoro e le norme sanitarie, appiattiscono l'esperienza di consumo del cliente finale e lasciano ben poco valore ai ristoratori. Ultimo, ma non per importanza, il rischio sempre più forte che parte dell'«horeca e della distribuzione passino sotto il controllo della malavita organizzata, pronta a sguazzare dove lo Stato è assente».

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