Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, è severo con il governo e le misure post-pandemia per il mondo produttivo. E dice: «Riduciamo il numero dei contratti. Lo smart working? Bene se la produttività cresce. Ma relazioni e incontri sono essenziali per l’equilibrio professionale».
Un governo che vuole far morire il Paese di assistenzialismo». Non potrebbe essere più tranchant il giudizio di Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, sull’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Bonometti, oggetto di minacce per essersi schierato contro l’istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano nella Bergamasca, non perde il suo piglio polemico e in questa intervista accusa Roma di voler penalizzare il Nord e la Lombardia.
Che segnali stanno arrivando dalle imprese lombarde: la ripresa c’è?
Le imprese lombarde hanno accusato duramente il colpo del lockdown e, come emerso dalla rilevazione svolta da Unioncamere e Confindustria Lombardia, nel secondo trimestre 2020 hanno perso il 20,7 per cento di produzione rispetto allo stesso periodo del 2019 e il 20 per cento di fatturato. Un vero e proprio cataclisma. La ripresa sarà lenta, e lo sarà ancor di più se le imprese continueranno a essere abbandonate al proprio destino dalle istituzioni. Certo, l’export rappresenta un’opportunità di ripresa rapida. Il Report Sace diffuso recentemente ha indicato che l’export italiano tornerà a salire con una «ripresa relativamente rapida già dal 2021», segnando una crescita del 9,3 per cento dopo la caduta, che si stima dell’11,3, attesa per quest’anno. Il problema è che – come ormai da almeno 15-20 anni – il nostro mercato interno è asfittico. È da anni che le imprese sollecitano i governi a mettere in campo politiche fiscali per risollevare il potere d’acquisto degli italiani, anche perché affidarsi solo all’export lascia le imprese in balìa degli eventi e degli shock internazionali.
Che cosa succederà secondo lei quando a fine anno cadrà il blocco dei licenziamenti? Lei si era espresso contro questa misura…
Il blocco dei licenziamenti aveva senso come misura tampone nel pieno dell’emergenza Covid. Mantenerlo attivo a distanza di sette mesi significa non avere la benché minima conoscenza del funzionamento di un’impresa e tantomeno del mercato del lavoro. Quando cadrà il blocco è probabile che vi sarà un contraccolpo molto duro sull’occupazione, sulla cui entità è difficile fare previsioni. Quello che più sconcerta è la miopia di un governo che vuole far morire il Paese di assistenzialismo: in questi mesi di emergenza sono stati buttati miliardi in misure assistenzialiste e mance elettorali. Zero investimenti sulle imprese, le uniche in grado di far ripartire il Paese creando posti di lavoro e ricchezza. Un’impostazione chiara e inequivoca che, sommata alle dichiarazioni di importanti esponenti di governo e delle istituzioni contro l’impresa e ai tentativi di far passare gli imprenditori come i responsabili del contagio, sono un campanello d’allarme per chi ha a cuore la democrazia e valori come la libertà e la giustizia.
Il Nord è penalizzato da questo governo?
Senza dubbio l’azione di questo governo è ispirata da una ideologia che vede nel Nord, e in particolare nella Lombardia, un ostacolo. Dall’inizio dell’emergenza Covid-19 la Lombardia è stata oggetto di vere e proprie campagne di odio frutto di un disegno politico preciso in netta contrapposizione con un modello che ha come capisaldi la collaborazione tra pubblico e privato nell’interesse generale e la libertà d’impresa. I tentativi, poi, di far ricadere le colpe dell’epidemia sulla Lombardia sono stati spudorati ma abbastanza goffi, come poi è emerso dai verbali del Comitato tecnico scientifico una volta desecretati. Se si penalizza il Nord e la libertà d’impresa l’Italia non ripartirà mai più e le vite dei cittadini dipenderanno dalle mance e dai bonus decisi da questo o da quel partito.
In che modo dovrebbero cambiare i contratti di lavoro?
Imprese e sindacati dovrebbero cogliere la palla al balzo dell’emergenza per innovare. Non si può continuare a portare avanti modelli validi nel secolo scorso perché il mondo produttivo è cambiato profondamente. Bisogna innanzitutto semplificare riducendo il numero di contratti: le sembra normale che in Italia vi siano ben 864 diversi contratti nazionali? E poi perseguire nuove strade per legare gli aumenti dei salari alla produttività. È necessaria una riforma complessiva che, recuperando lo spirito del Patto della Fabbrica del 2018, semplifichi e renda più omogenei gli ammortizzatori sociali e le politiche attive del lavoro basandosi su quattro line guida: salario minimo, salario di produttività, welfare e formazione.
Pensa che lo smart working si diffonderà molto?
Penso che bisognerebbe avere un approccio più laico nei confronti dello smart working. Se concepito come uno strumento in più per migliorare la produttività dei lavoratori può essere considerata un’innovazione positiva. Se, invece, diventa un feticcio ideologico rischia di avere un effetto nocivo negli equilibri professionali perché il lavoro è fatto di relazioni e incontri. Inoltre, in questi mesi, abbiamo constatato che lo smart working porta con sé una serie di stravolgimenti economico-sociali nelle nostre città, stravolgimenti che vanno riequilibrati per non portare alla desertificazione di quei tantissimi piccoli business legati all’indotto della classe media.
