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Discarica Amazzonia

Discarica Amazzonia

La foresta brasiliana, che ospita città e 34 milioni di persone, è degradata anche da veleni e scarti riversati nei fiumi, e da centinaia di tonnellate di rifiuti che la popolazione più povera recupera per l’equivalente di pochi euro al mese. A differenza dell’«emergenza CO2», però, queste gravi forme di inquinamento vengono ignorate.


Si ripete spesso che l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità, il polmone verde del pianeta, con una fauna ricca di giaguari, serpenti, caimani e piranha. E come tale va protetto. Si racconta molto meno che questa foresta ospita non solo le tribù indigene, ma anche 34 milioni di persone, e ci sono città con gli stessi problemi di altre realtà del continente sudamericano come fabbisogni e di impatti.

Arrivati a Santarém, città nata da poco e cresciuta rapidamente tra Belém e Manaus, le due grandi capitali dell’Amazzonia, ci si rende subito conto di come siamo lontani dalle mitologie ambientaliste. Qui vivono 350 mila abitanti e, da lontano appare come un unico palazzone; secondo la teoria degli «istogrammi» che collega il numero di grandi edifici alla ricchezza di un luogo, Santarem è ancora povera; ma c’è da scommettere che il suo skyline si trasformerà velocemente. Oggi la regione amazzonica cresce a due cifre, è la parte del Brasile più dinamica, chi vuole arricchirsi viene qui, non più a San Paolo, Rio de Janeiro o Belo Horizonte; c’è bisogno di architetti, ingegneri, operai, serve tutto, è l’epoca della distruzione che purtroppo coincide ancora con la ricchezza. Si costruiscono strade, case, aeroporti, scuole e ospedali, e tutto questo corrisponde a Pil, ancora oggi l’unico indicatore su cui si fondano tutte le politiche.

La distruzione della foresta non è iniziata con il presidente Jair Bolsonaro e non finirà con il ritorno al potere di Lula, è un fenomeno strutturale, legato alla pressione della popolazione sulla costa e alla ricerca di nuovi spazi da colonizzare, esattamente come avvenne con la costruzione di Brasilia, inaugurata nel 1960. C’è una nuova corsa all’oro, questo suolo ne custodisce enormi quantità. Nascono in continuazione miniere illegali per sfruttare vene aurifere; contrastarle è una guerra persa, che il governo cerca di arginare concedendo licenze regolari per lo sfruttamento, così da evitare attività ancora più devastanti. I «garimpeiros», i leggendari cercatori d’oro, non sono infatti granché preoccupati dell’inquinamento quando utilizzano in modo massiccio il mercurio (reperito al mercato nero poiché vietato) che, combinandosi facilmente con l’oro, consente di procedere poi all’identificazione del metallo prezioso, riversando poi nei fiumi veleni pericolosissimi per la salute di chi vive in quei territori (e, a cascata, per tutto il bacino del Rio delle Amazzoni).

Non è solo l’oro, o le altre risorse custodite nel terreno a mettere a rischio la foresta. C’è il pascolo, responsabile del 70 per cento del taglio degli alberi, e ci sono le responsabilità dell’industria della carne, legate alla coltivazione della soia. A Santarém è nato un porto logistico del gruppo americano Cargill, che ogni giorno riempie intere navi di container di soia. L’Unione europea ne ha vietato l’importazione da aree soggette a deforestazione, ma il 60 per cento della soia amazzonica è destinata alla Cina per i suoi allevamenti di maiali, e il 20 per cento al mercato interno brasiliano per gli allevamenti di polli.

La terra qui è fertilissima e qualunque seme germoglia rapidamente; per questo motivo nella coltivazione della soia si usa una quantità enorme di pesticidi, per consentire a questa pianta di non essere sopraffatto da altri semi della ex foresta; e così suoli e fiumi vengono uccisi in maniera sistematica. Governare e controllare una regione enorme come quella di Santarém appare complicato, se non impossibile. Il Rio delle Amazzoni è tra i maggiori diffusori di veleni e rifiuti nei mari del mondo, insieme ai grandi corsi d’acqua cinesi. Non esiste un sistema efficiente di raccolta degli scarti, e tutto finisce direttamente nel fiume o nella discarica Perema, a un’ora dalla città, dove ogni giorno vengono buttate 200 tonnellate di rifiuti.

Qui, in uno scenario da girone infernale, uomini e donne raccolgono materiali da riciclare in mezzo a migliaia di urubù, un uccello della famiglia degli avvoltoi. Sono i «catadores», guadagnano l’equivalente di circa 100 euro al mese e fanno capo a tre cooperative che cercano di vendere i materiali provenienti dalla discarica (con scontri, anche violenti, tra loro). In tutto il Brasile i raccoglitori sono circa 80 mila, organizzati in 1.100 cooperative. Recuperano il 90 per cento dei materiali che hanno un mercato, a testimonianza della totale assenza delle istituzioni in un settore pubblico come i rifiuti. Esistono leggi, ma totalmente disattese, e senza «catadores» la situazione sarebbe ancora peggiore. Una di queste cooperative, come racconta un suo responsabile a Panorama, vende una piccola parte della plastica così recuperata a un impianto Volkswagen, a 5 giorni di viaggio; i carburanti costano poco, circa la metà rispetto all’Italia, ma il materiale ha un «valore di mercato» insignificante. Quella di Santarém è solo una delle tante discariche dall’aspetto «dantesco» in Brasile, né la peggiore del mondo visto che Africa, Asia e lo stesso Sudamerica sono disseminati di analoghi incubi ambientali. Ma l’enorme distesa di rifiuti di Santarém ha un’inquietante caratteristica in più: si trova nel cuore della foresta pluviale, il suo percolato scende e finisce in fiumi che sfociano nel Rio delle Amazzoni.

Già nell’Amazzonia di oggi l’emergenza ambientale è tangibile. Nonostante l’Europa continui a discutere di sostenibilità ed economia circolare, il mondo sembra andare in direzione opposta: il livello di «circolarità» dell’economia mondiale è passato dal 9 al 7,2 per cento negli ultimi cinque anni. L’economia globale consuma attualmente 100 miliardi di tonnellate di materiali l’anno, ed è previsto il raddoppio entro il 2050. Il consumo di plastica è raddoppiato rispetto al 2000, e tale dato non stupisce: accanto a me un venditore di acqua di cocco versa il succo in un contenitore in plastica, da cui, con un piccolo rubinetto, fa scendere l’acqua che mi consegna in un bicchiere, rigorosamente in plastica. Un piccolo esempio che fa però capire come il mondo si muova con logiche e prospettive opposte a quanto si dichiara nelle conferenze; e come politiche unilaterali come quelle europee siano figlie di approcci ideologici fuori dalla realtà.

Difficile immaginare l’Amazzonia tra 20 o 30 anni; difficile capire quanto aumenterà la popolazione in questa regione. Forse si arriverà a delimitare le aree più importanti dal punto di vista della biodiversità, come è avvenuto in Europa e, in misura minore, in Africa e Asia. Non ci sono alternative, se non quella di sequestrare l’Amazzonia ai Paesi che ne sono legittimi proprietari, presidiarli con droni e telecamere e permettere l’accesso con una sorta di «green pass». Una follia giuridica. Se invece di concentrare tutto il dibattito ambientale sulle emissioni di CO2 si utilizzassero le enormi risorse attivate per la transizione energetica per promuovere una reale economia di recupero, anche l’Amazzonia ne beneficerebbe. Ma è più facile individuare obiettivi illusori in una piccola area del mondo invece di farsi carico dell’inquinamento che sta distruggendo le aree fondamentali del pianeta. I rifiuti puzzano, nessuno va a imbrattare una discarica, meglio andare a Firenze o in Piazza Duomo a Milano a gettare vernice su testimonianze d’arte.

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