La legge «Dopo di noi» stabilisce un aiuto economico per i più fragili e bisognosi, ma di quei fondi stanziati dal governo ne è arrivato appena un decimo a chi ne avrebbe diritto. La colpa, rivela ora la Corte dei conti, è delle Regioni che non rendicontano le risorse ricevute.
Rosaria ha 42 anni. Non riesce a camminare da sola e anche l’uso delle mani è quasi del tutto impossibile. «È distonica dalla nascita a causa di un trauma quando è nata» racconta il padre, Antonio, che ancora si prende cura di lei. «Di fatto qualsiasi azione ordinaria per lei è estremamente difficile. Ha bisogno del nostro aiuto». Un aiuto essenziale perché, nonostante ci siano le leggi, non riesce a beneficiare di altre agevolazioni. «L’unica risposta che ci siamo sentiti dare è che non ci sono fondi» spiega con un sorriso amaro.
Eppure, quando nel 2016 fu approvata, la legge sul «Dopo di Noi», come venne ribattezzata, fu salutata come una piccola grande rivoluzione nel mondo delle politiche sociali: la norma andava a coprire proprio un vuoto normativo in Italia. Un passo in avanti sul versante delle politiche della disabilità. Non a caso in ogni intervento autoelogiativo, ancora oggi Matteo Renzi ricorda sempre l’approvazione della riforma fortemente voluta dal suo governo. «Un atto di civiltà» è la definizione minima che ha sempre dato l’ex presidente del Consiglio e attuale leader di Italia Viva. Solo che, a oltre sei anni dall’entrata in vigore, il tagliando al «Dopo di Noi» sottolinea i problemi, che in pratica vanificano le buone intenzioni.
Così, come troppo spesso accade in Italia, le risorse ci sono, ma le Regioni non le spendono per loro mancanze. Il motivo principale è che per ricevere i fondi devono fornire un’adeguata rendicontazione sull’attività portata avanti. In questo modo si blocca l’intero processo di trasferimento con la ricaduta sull’efficacia della norma: numeri alla mano, appena 8.424 persone risultano tra i beneficiari delle prestazioni garantite. Meno di un decimo rispetto alle previsioni. Una marea di disabili che, esattamente come Rosaria, sono rimasti esclusi da ogni benefit.
A questo punto, però, un passo indietro è necessario per inquadrare la vicenda. La legge introduce misure fiscali, di assistenza, cura e protezione per le persone con disabilità gravi che non possono contare sull’aiuto dei genitori, dei familiari o comunque vogliono costruire un percorso personale. Lo scopo principale è quello di garantire l’autonomia e l’inclusione sociale di chi presenta disabilità. I decreti attuativi hanno indicato una serie di servizi sull’intero territorio nazionale, come i «programmi di accrescimento della consapevolezza, di abilitazione e di sviluppo delle competenze per la gestione della vita quotidiana e per il raggiungimento del maggior livello di autonomia possibile»; ma anche «soluzioni alloggiative con caratteristiche di abitazioni, inclusa l’abitazione di origine, o gruppi-appartamento o soluzioni di co-housing che riproducano le condizioni abitative e relazionali della casa familiare». Uno spettro ampio, dunque. Per questo motivo è stato previsto lo stanziamento strutturale di un fondo che nel 2016 ammontava a 90 milioni di euro, sceso poi a 38 milioni di euro nel 2017 per risalire sopra i 50 nel 2018 fino a raggiungere stabilmente i 76 milioni di euro del 2022. In totale, dal 2016 al 2022, sono stati messi a disposizione 465,8 milioni di euro sul capitolo.
Tanti soldi che, però, sono rimasti nel cassetto quasi per la metà, come certifica la Corte dei conti in una corposa relazione che Panorama ha letto, dando forma e sostanza agli allarmi delle associazioni del settore. «Soltanto 240 sono stati effettivamente trasferiti alle Regioni, che non hanno provveduto a rendicontare l’effettiva attribuzione delle risorse ai destinatari. Appena sei Regioni risultano aver ricevuto tutte le somme complessivamente assegnate» riferisce la magistratura contabile. I problemi riguardano nello specifico alcuni enti. Esempi? Eccone: la mancata rendicontazione delle risorse ricevute, per quanto riguarda il 2017, non ha consentito alla Calabria e al Molise di partecipare al riparto relativo al 2019. Ma non solo. La limitazione della rendicontazione ha bloccato il trasferimento delle risorse alla Regione Campania per la stessa annualità. Una situazione che non è migliorata con il passare del tempo. Anzi. Ci sono 13 Regioni che non hanno ricevuto le quote delle risorse assegnate per il 2020, e cioè Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto. Il problema è sempre lo stesso: lo slittamento della data di rendicontazione, rispetto alle prescrizioni di legge. C’è chi l’ha presentata tardi e chi nemmeno l’ha inviata.
La questione dei soldi non erogati si riverbera ovviamente sulla realtà quotidiana. Come nel caso di Andrea che, dopo un incidente ha perso l’uso delle gambe ed è costretto a vivere su una sedia a rotelle. Lo contattiamo dopo aver letto un suo post di sfogo: «Ci si ricorda dei disabili solo in occasione delle giornate nazionali o in campagna elettorale. Dopodiché passiamo in secondo piano». Il risultato? «Ho imparato ad arrangiarmi da solo. Faccio la spesa e le varie commissioni da me. A volte però devo per forza chiedere una mano. E scomodare mia madre che ha quasi 80 anni e soffre di ipertensione». Non è un caso, allora, che la stessa Corte dei conti abbia rilevato «come il numero dei beneficiari (tra i 100 e i 150 mila) sia stato stimato in modo solo indiretto e parziale». Un calcolo che «ha evidenziato la mancanza di strumenti idonei ad arginare prontamente i ritardi e a superare le inadempienze delle Regioni», si legge ancora nel dossier.
Una questione che non coglie di sorpresa chi da anni segue l’evoluzione e l’applicazione della legge, come l’Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e relazionale (Anffas). Omissioni e criticità erano state denunciate con dovizia di particolari, «senza mai ottenere la dovuta attenzione soprattutto da parte di molte Regioni e ambiti territoriali», spiegano dall’Anffas. Tra i molteplici nodi c’è anche quello che riguarda il governo: il «Dopo di Noi» istituisce l’obbligo di una relazione da parte dei ministri competenti da presentare in Parlamento entro il 30 giugno, tema su cui già si è impegnata la ministra Alessandra Locatelli. Anche perché l’impegno di chi c’era prima di lei (Elena Bonetti) non veniva rispettato. «Alla politica e allo Stato centrale» asserisce il presidente dell’Anffas, Roberto Speziale, «chiediamo di commissariare senza indugio tutte quelle regioni e quegli ambiti inadempienti, o comunque di rimuovere i funzionari che non fanno il loro dovere, piuttosto che ritardare o ritirare i finanziamenti che finiscono solo con il penalizzare le persone con disabilità e i loro familiari».
Sulla vicenda è stata presentata anche un’interrogazione alla Camera dalla deputata del Pd, Ilenia Malavasi, per chiedere un cambio di passo, senza intenti polemici ma per arrivare a una soluzione condivisa. Le inadempienze hanno «determinato l’erogazione parziale delle risorse» dice a Panorama la parlamentare dem, che mette il dito in una piaga tutta italiana: «Spesso abbiamo leggi molto buone e poi falliamo nell’attuazione. Per questo motivo» aggiunge «serve migliorare i controlli perché se è vero che a spendere i soldi tocca alle Regioni, allo Stato spetta la verifica sulla corretta gestione dei fondi». L’appello è quindi rivolto a una riorganizzazione complessiva: «Serve dotare l’amministrazione centrale di strumenti idonei ad assicurare l’effettività dei controlli per garantire la distribuzione delle risorse indispensabili per garantire servizi efficaci e sostegni alle famiglie».
D’altra parte l’Anffas ha manifestato una preoccupazione sul possibile taglio strutturale al «Dopo di noi», visto che il mancato impiego delle risorse potrebbe essere letto come uno stanziamento economico superiore a quanto necessario. «Se fosse confermato tale orientamento si verrebbe a determinare una sottrazione di fatto delle complessive risorse per circa 150 milioni di euro» evidenziano dall’associazione. Con il pericolo che persone come Andrea o Rosaria rimarrebbero fuori dai finanziamenti anche questa volta.
