polizia scientifica bottiglie incendiarie brescia anti covid
Ansa
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Inchieste

Anarchici pronti alla rivolta

Soffiare sul fuoco della pandemia. Il lancio di molotov e gli incendi nei luoghi-simbolo della lotta al virus sono da ricondurre all'area insurrezionalista. Lo conferma l'appoggio di blog e siti web a queste azioni. Che sono un tassello di una più ampia strategia d'attacco.

La «A» cerchiata, il simbolo degli anarco-insurrezionalisti, è la sigla per l'invito alla rivolta che appare sempre più spesso in questi mesi di pandemia e firma anche alcuni attacchi ai siti-icona del contrasto al Covid. La Procura nazionale antiterrorismo sta verificando eventuali collegamenti tra gli episodi che si sono susseguiti nell'ultimo mese in varie città.

Se da una parte sul web le voci di quest'area politica corrono veloci e calamitano nuovi seguaci, dall'altra lasciano tracce che difficilmente sfuggono ai cacciatori dell'antiterrorismo. Si sta lavorando, per esempio, su un messaggio pubblicato sul blog finimondo.org e che pare legato al lancio, il 3 aprile scorso, di un paio di molotov incendiarie contro il centro vaccini di via Morelli a Brescia. «Chi semina coercizione cosa raccoglie? Spesso e volentieri, l'obbedienza di molti. Talvolta anche gesti di rivolta, benché di pochi».

Il materiale è entrato ora nell'indagine cui lavora il pm Francesco Carlo Milanesi, che ipotizza la finalità eversiva e procede per i reati di danneggiamento e detenzione di armi da guerra. L'inchiesta si concentrerebbe sugli ambienti anarchici che più stanno postando commenti sull'attentato, selezionando chi ha dato già prova di saper maneggiare gli esplosivi. Anche a Roma, per l'incendio del portone dell'Istituto superiore di sanità appiccato il 14 marzo, la Procura guidata da Michele Prestipino ha analizzato una rivendicazione informatica. Sul sito roundrobin.info, che si autodefinisce di «comunicazione orizzontale per la galassia antiautoritaria anarchica», un post preceduto dall'incipit «riceviamo e diffondiamo» si apre con un riferimento all'8 marzo e ai gravi disordini nelle carceri italiane del 2020, culminati con nove vittime solo nel carcere di Modena. Gli investigatori si sono dunque indirizzati verso gli ambienti, ormai noti, che hanno contribuito a fomentare quelle rivolte.

Nel frattempo si sta tracciando il messaggio web, apparso con questo testo: «Un giorno non troppo lontano dall'8 marzo, incendiato il portone dell'Iss. Perché sul mio corpo decido io. Perché le responsabilità degli assassinii di Stato nelle carceri a marzo 2020 sono da cercare anche là dentro». Il collegamento tra l'incendio e le violenze in carcere è diretto. Il blocco centrale del «post» riguarda quindi la propaganda anarchica contro le misure per contenere il virus: «Perché la medicina è un'istituzione oppressiva, una delle molteplici colonne su cui si fonda il sistema capitalista patriarcale tecnoindustriale. Perché era l'ultima giornata prima del ritorno in zona rossa e ci stava di passarla in allegria». E nella parte finale l'autore crea una sorta di figura retorica per tenere insieme i due concetti, che poi sembrano aver stimolato all'azione gli attivisti, ovvero la detenzione e le misure per la pandemia: «Solidarietà con chi lotta dentro le carceri, contro di esse e contro ogni tipo di gabbia. Un pensiero ai virus oppressi di tutto il mondo».

Anche a Milano i danneggiamenti ai bancomat di quattro uffici postali sono stati «dedicati» a detenuti. Per i magistrati del pool antiterrorismo, più che di un vero attentato si è trattato di un atto dimostrativo. La cui matrice è comunque ritenuta certa, visto che sul solito sito web roundrobin.info qualcuno ha appoggiato le azioni: «Nella notte tra venerdì 8 e sabato 9 gennaio sono state danneggiate quattro sedi postali a Milano in solidarietà agli imputati dell'operazione Scripta manent. Fuoco alle galere e vendetta per i morti di Modena».

Il riferimento, anche questa volta, oltre che alla rivolta più grave della scorsa primavera, è agli anarchici attualmente sotto processo a Torino. La città, dopo gli scontri del 2019, ospita spesso le proteste degli attivisti insurrezionalisti. E proprio nel quartiere Aurora e Barriera di Milano, lo scorso 16 marzo, sono stati affissi altri manifesti a sostegno degli arrestati piemontesi con un inquietante decalogo in cui si indicano i comportamenti da adottare negli scontri con le forze dell'ordine.

Gli investigatori hanno inoltre collegato l'azione di Milano agli attentati del 2012 che hanno avuto anch'essi come obiettivo i servizi postali: all'epoca si era diffusa la voce che i voli di rimpatrio degli stranieri espulsi avvenissero con gli aerei di Mistral Air, società appunto di Poste italiane. Tali episodi sono riconducibili alla sigla eversiva del Fai, la Federazione anarchica informale, verso cui si sono nuovamente mosse le indagini.

A Genova, invece, gli anarchici, dopo aver incendiato il 2 febbraio scorso tre ripetitori televisivi, tra cui uno della Rai, nel messaggio di rivendicazione hanno preannunciato una stagione calda: «Sull'influenza sociale e repressiva che la tecnologia ha ormai nelle nostre vite è già stato scritto tanto. Quello che adesso ci preme e a cui pensiamo è a come attaccare, attaccare, e ancora, attaccare».

A San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, se la sono presa con un impianto telefonico. Dopo averlo dato alle fiamme, con una bomboletta spray hanno tracciato sull'asfalto queste scritte: «No al controllo, no alla sorveglianza» e, subito sotto: «Pandemia uguale capitalismo».

Ma non è solo il coronavirus a scatenare le incursioni anarchiche. Nel mirino, per esempio, ci sono le sedi di Lega e CasaPound. In Corte d'assise a Treviso, durante un'udienza del processo a Juan Antonio Sorroche Fernandez, l'anarchico spagnolo accusato di aver piazzato due ordigni esplosivi all'esterno della sede leghista trevigiana, è spuntato un particolare inquietante: alcuni esponenti del partito di Matteo Salvini erano stati schedati. In una chiavetta Usb, sequestrata all'attivista spagnolo nell'abitazione in cui era rimasto nascosto durante la sua latitanza, figurano archiviati i curriculum dei leghisti.

La pericolosità della cellula che aveva piazzato l'ordigno legittima le preoccupazioni. L'attentato, infatti, era stato concepito come una trappola: la prima esplosione serviva a richiamare l'attenzione, mentre la seconda bomba doveva scoppiare all'arrivo della polizia. La quale però, notando il filo posizionato in modo tale da finire calpestato da chi avrebbe cercato di raggiungere il luogo dell'attentato attivando l'innesco, ha scongiurato l'esplosione. E, forse, anche una strage.

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