Kabul Afghanistan
(Getty Images)
Inchieste

L'occidente in fuga dall'Afghanistan, dove torneranno i talebani

L'Australia chiude la sua ambasciata a Kabul; smantellamento post ritiro dell'esercito Usa che lascia spazio ai vecchi padroni


Il governo australiano ha reso noto che da questa mattina la sua ambasciata a Kabul è ufficialmente chiusa a causa "di un ambiente sempre più incerto dal punto di vista della sicurezza dopo il progressivo ritiro delle truppe americane e alleati dall'Afghanistan". La decisione che secondo il primo ministro australiano Scott Morrison sarebbe solo "temporanea" non esclude il fatto che l'Australia "rimane impegnata nei rapporti bilaterali" tuttavia ha aggiunto che "la partenza delle forze internazionali e australiane dall'Afghanistan nei prossimi mesi porta con sé un ambiente di sicurezza sempre più incerto in cui il governo è stato informato che non potevano essere forniti accordi di sicurezza per sostenere la nostra presenza diplomatica in corso."

Andando oltre il linguaggio felpato della diplomazia nessuno si aspettava una comunicazione di questo tipo oltretutto annunciata in tempi brevissimi. Mentre i dipendenti australiani dell'ambasciata stanno facendo (di corsa) i bagagli, le 70 guardie di sicurezza afgane si sentono tradite dalla chiusura dell'ambasciata e non solo per motivi economici. Per i talebani che si apprestano a riprendere il controllo dell'Afghanistan (inutile illudersi che non sarà cosi'), gli afgani che hanno collaborato in questi anni con gli occidentali sono considerati dei traditori che vanno uccisi ed in tal senso non si contano più gli omicidi, i rapimenti e le violenze contro di loro (e famiglie) da parte delle milizie talebane.

Secondo quanto riferito al giornale britannico The Guardian da un agente di sicurezza afgano in servizio presso l'ambasciata di Kabul "Stanno solo cercando di lasciare il paese, ma ora non c'è lavoro per noi, niente per noi, e siamo lasciati qui ... e dobbiamo affrontare molti problemi. Gli operatori afgani vorrebbero andare in Australia con le loro famiglie e lo hanno detto chiaramente all'ambasciatore Paul Wojciechowski (nominato appena due mesi fa". "Spero che prima di lasciare l'Afghanistan, possano rilasciarci passaporti di emergenza, possono farci uscire dall'Afghanistan prima che accada qualcosa di brutto, a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli, alle nostre vite". "Se ci lasciano indietro, i gruppi terroristici arriveranno a Kabul e ci uccideranno".

Secondo l'ex capo di Stato maggiore del comando ISAF (2013- 2014) Generale Giorgio Battisti "La conclusione di una missione internazionale, senza che abbia raggiunto gli obiettivi prefissati, è sempre oggetto di polemiche e critiche in quanto è considerata un inutile spreco di vite umane e di risorse economiche (vds. Op. UNOSOM in Somalia 1992 – 1995) se non un ulteriore problema per la stabilità regionale (vds. l'attacco alla Libia di Gheddafi nel 2011).

Il ritiro dall'Afghanistan ha un significato particolare, in quanto – giova ricordarlo – tutto è iniziato nell'ottobre 2001, dopo gli attentati dell'11 settembre, con l'intervento statunitense per deporre proprio il regime talebano – ritenuto corresponsabile di quelle azioni terroristiche – in quanto ospitava Bin Laden e le cellule di al-Qaeda. La conclusione di una simile intesa in assenza di un processo di pace tra Afghani (i Talebani non riconoscono il Governo di Kabul) rischia di consegnare il Paese agli "studenti islamici" che ritengono, con il ripiegamento delle forze straniere, di poter rivendicare la re-instaurazione di un teocratico emirato governato dalla legge della sharia, come ha pubblicamente affermato il Mullah Haibatullah Akhunzada, leader dei Talebani afghani: un obiettivo raggiunto senza dover rinunciare alla propria ideologia. Il ritiro nelle condizioni previste dall'accordo di Doha appare una sconfitta di tutta la Comunità Internazionale e di ogni Nazione che ha partecipato alla missione".

Se nessuno è in grado di prevedere il futuro dell'Afghanistan il Gen. Battisti sul disimpegno degli occidentali ha le idee molto chiare: "Il ripiegamento dall'Afghanistan è sempre stato un momento delicatissimo da cui molti eserciti sono usciti subendo gravi perdite. Gli Afghani hanno sempre combattuto al di fuori di ogni regola, colpendo l'avversario nel momento di sua massima fragilità reattiva, e con qualsiasi espediente, privilegiando imboscate e attacchi improvvisi. La ritirata britannica da Kabul nel gennaio 1842, nell'ambito della prima guerra anglo-afghana, si è trasformata in una disfatta dove solo poche decine di persone, di una forza di oltre 16.500, riuscirono a raggiungere Jalalabad (allora nei territori dell'impero anglo-indiano). La stessa situazione si è verificata con il ritiro delle forze sovietiche nell'inverno 1988/1989, malgrado fossero stati presi accordi con le formazioni di mujahideen. Non bisogna sottovalutare non avendo rispettato il termine del 1° maggio per il ritiro di tutte le truppe straniere (come previsto dagli Accordi di Doha), la ripresa delle azioni ostili/intimidatorie – sospese da oltre un anno, quali il lancio di razzi sulle basi e attacchi alle autocolonne da parte di fazioni di insorti contrarie all'accordo per creare dissidi e provocare una reazione delle forze multinazionali. Un ritiro effettuato secondo scadenze politiche senza rispettare i tempi dettati dalle esigenze militari potrebbe creare difficoltà alle forze multinazionali e costringere i contingenti a lasciare dietro di sé mezzi, attrezzature e infrastrutture".Tutte cose che verranno utilizzate dai Talebani che non vedono l'ora di riprendersi l'Afghanistan. La sensazione è che presto ci verrà presentato il conto. Anche questa volta.

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Stefano Piazza