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Tecnologia

Nothing ear (1), quando il niente promette tanto

I nuovi auricolari della start-up fondata da Carl Pei, ex figura chiave di OnePlus, abbinano qualità sonora e un design che gioca sulle trasparenze. A meno di 100 euro

Ricomincio da niente. Che poi non è un atto di minimalismo, ma un inno alla sottrazione. Nome dell'azienda a parte, «Nothing», gioco di assenze per affermare un'inedita presenza, è questo il connotato inevitabile delle ear (1), ennesima ma ambiziosa variazione sul fortunato tema degli auricolari senza fili.

Qui le aspettative sono alte e le ragioni plurime: il design, per l'appunto, un inno alla limpidezza, a svelare anziché celare, con tutti i principali meccanismi del prodotto manifesti tramite un involucro trasparente.

Ecco magneti, chip, microfoni, a sfilare in bella vista. Lo aveva fatto anche Apple in una delle immagini ufficiali delle sue AirPods Pro, ma questo non è uno strumento di comunicazione, è un tratto di stile. Un leitmotiv per sottrarre l'oggetto all'anonimato della solita variante dell'identico. Per suggerire a chi si ha intorno che non è una cinesata da qualche euro, s'indossa un altro territorio. In prospettiva, si aderisce al tentativo di costruire un'icona del lifestyle.

In buona parte trasparente è pure il case, lo scatolotto per trasportare l'oggetto. Un po' più grande del solito, nulla anzi niente che si definirebbe ingombrante, il pretesto è abbondare con la scorta di batteria. E intanto definire meglio il look, stavolta palleggiando con le corrispondenze: mai più cercare a fatica le lettere «r» e «l», right e left, destra e sinistra, stampigliate a caratteri percepibili giusto dagli ipermetropi. Le ear (1) recano un pallottolo rosso per capire in un'occhiata qual è la cuffia destra. Riferimento che ritorna nella confezione dove alloggiarle per ricaricarle.

Inutile dilungarsi oltre sulla forma, conta la sostanza: per quello che costano, 99 euro, si posizionano nelle performance su un livello superiore rispetto alla concorrenza. Forse di pari livello ci sono giusto le Pixel Buds A-Series, ma per il resto per avere altrettanto – e non sempre è garantito – bisogna spendere almeno il doppio.

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Il suono è pulito, robusto, dopabile chiedendo una dose extra di bassi. Si fa tutto dall'applicazione ufficiale, davvero elegante e intuitiva, da cui spegnere o accendere la riduzione del rumore, attivare la modalità trasparenza, che è la funzione forse più convincente. Senza sembrare bacchettoni o boomer più di quanto imponga l'età anagrafica, spararsi musica negli auricolari all'aperto o cancellare del tutto i dintorni potrebbe essere rischioso. Con la modalità trasparenza, i propri artisti preferiti continuano a farsi sentire e altrettanto accade per l'auto o il bus che rischia di travolgerci. Già, e la riduzione del rumore? Onesta. molto accettabile.

Ci sono, vivaddio, i controlli diretti sugli auricolari, particolarmente utile è quello per alzare o abbassare il volume senza prendere in mano il telefono o invocare l'aiuto dell'assistente vocale. Dovrebbe essere la base, il requisito minimo per questo tipo di prodotti, non è così. Bravi gli ingegneri di Nothing.

C'è in generale un sottotesto che per una fetta di pubblico potrebbe essere un vantaggio, per un'altra a tratti infastidire. Sono un prodotto «fighetto», una commistione, una contaminazione tra tecnologia e lifestyle. Ma il prezzo zittisce l'obiezione, riporta la prospettiva sul terreno della democratizzazione, dell'accesso al meglio senza necessariamente imporre salassi al portafogli. Sul punto, si sente l'eco di OnePlus, si vede la mano e la filosofia imbevuta di zen di Carl Pei (lo incontrammo a Londra, l'intervista qui), transfuga dall'azienda di smartphone per cercare la sua strada fondando Nothing né dal niente né su niente.

Assieme al coraggio e la spregiudicatezza, ha il sostegno di investitori importanti. Questi auricolari true wireless sono l'avanguardia, la prova generale, il primo tassello di un ecosistema ampio che predica lo stesso paradigma: far scomparire la tecnologia per metamorfosi anziché annientamento. Renderla un sottofondo perenne, che si palesa ogni volta che serve. Nello specchio del bagno, negli elettrodomestici della cucina, nella routine di una vita digitale che allo stupore per l'innovazione ha sostituito il giudizio e il senso critico. Con Nothing, almeno sulla carta, c'è materiale per vederne (già ce n'è per sentirne) delle belle. C'è tanto, dentro questo nuovo niente.

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