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Tecnologia

Le miliardi di informazioni sul Covid impossibili da gestire

La Rubrica "Cybersecurity Week"

Pochi conoscono David J. Rothkopf, docente universitario, politologo e giornalista, qualcuno in più ha sentito di recente nominare un neologismo da lui coniato nel lontano 2003 per descrivere "Una manciata di fatti, mescolati con paura, speculazione e dicerie, amplificati e trasmessi in tempo reale in tutto il mondo attraverso le moderne tecnologie dell'informazione".

Rothkopf ha definito questo fenomeno infodemia, e lo introdusse per spiegare come l'epidemia SARS del 2003 si era trasformata da crisi sanitaria locale cinese a disastro economico e sociale globale. Oggi questo neologismo è riemerso in concomitanza con l'attuale pandemia perché senza scomodare dati e statistiche appare evidente che ognuno di noi è letteralmente sommerso da uno tsunami informativo monotematico che presenta tutte le caratteristiche di un'infodemia e forse qualcuna in più, e purtroppo nessuna è positiva.

Non intendo parlare di Covid per almeno due ragioni: tutti hanno qualcosa da dire e, fatto ancora più importante, non sono qualificato per esprimermi in materia, se non come semplice cittadino. Tuttavia mi occupo di sicurezza dell'informazione e dei rischi connessi al suo venire meno, di conseguenza un'infodemia è qualcosa che fa parte del mio lavoro. Riprendo la definizione che ne ha dato il suo "inventore" quando parla di una "manciata di fatti".

Purtroppo rispetto al 2003 la disponibilità di informazioni è cresciuta di diversi ordini di grandezza e sul tema qualche numero ci può aiutare. Ogni secondo in rete vengono pubblicati 100 blog post, scritti 9.200 Tweet, scambiati 483 mila messaggi WhatsApp, e questo e gli altri servizi Internet generano circa 2 zettabyte (si tratta di una cifra seguita da 21 zeri) di traffico dati l'anno; aggiungiamo che le pagine web indicizzate da Google hanno superato i 120 trilioni. Ovviamente in mezzo a questo oceano di dati si contano un percentuale, magari anche piccola, ma in valore assoluto enorme, di fatti. Trovare e mettere insieme quelli "veri" rappresenta una sfida senza precedenti e l'attuale infodemia sta mostrando che la questione si amplifica nel momento in cui le fonti attendibili, quindi idealmente non parliamo di "speculazioni e dicerie", presentano e interpretano i dati in maniera divergente se non conflittuale (basta prendere atto delle polemiche in corso sulla reale mortalità del Covid).

Queste informazioni si diffondono praticamente senza mediazione e in tempo reale in tutto il mondo e progressivamente determinano una diffusa "paura" nel pubblico, che in breve si rende conto di come chi "dovrebbe sapere in realtà non sa". A quel punto la paura, che in molti momenti della nostra evoluzione ci ha salvato la vita, diventa panico ed esso arriva sul tavolo di chi deve decidere cosa fare (i governi), a sua volta alle prese con fonti attendibili che offrono informazioni e "opinioni qualificate" contrastanti. Il sistema finisce così per essere spinto da forze irrazionali in cui la risposta a qualsiasi "perché" diventa "anche gli altri lo fanno" o peggio "qualcosa si doveva pur fare". Un'ultima nota riguarda la capacità di un'infodemia di schiacciare qualsiasi altra informazione: nel mio piccolo mi sono stupito del poco spazio mediatico che hanno avuto i gravi attacchi a Luxottica ed Enel. Ora potreste domandarvi dove volevo arrivare.

Semplicemente volevo fare notare come la sicurezza delle informazioni e la cybersecurity riguardano la nostra vita quotidiana nelle piccole cose di cui parlo spesso (la cura delle proprie password, della wireless domestica, i rischi delle truffe on line), ma anche nelle grandi cose come una pandemia, la cui corretta gestione dipende in prima istanza dalle informazioni di cui disponiamo, che dovrebbero avere "carattere assolutamente attendibile e degno di credito" (terzo significato della parola "sicurezza" tratto dal "Dizionario della lingua Italiana" Devoto Oli). Alla fine anche questa pandemia passerà, temo invece che l'infodemia continuerà ad affliggerci per i decenni a venire, perché se per la prima arriverà un vaccino o l'immunità di gregge, per la seconda il vaccino non può esistere e il problema è il nostro comportarci troppo spesso come "un gregge".

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