Mentre i riflettori internazionali sono accesi sulla battaglia per il controllo dell’Artico e lo sfruttamento delle sue risorse minerarie, nel cuore dell’Eurasia si sta consumando una partita silenziosa che deciderà i destini energetici dei prossimi decenni. L’Asia centrale, non essendo più il “cortile di casa” della Russia anche se è ancora al centro degli interessi commerciali e politici di Mosca, è diventata un’area strategica per gli immensi e ancora in gran parte inesplorati giacimenti di gas, oltre che di minerali rari. Kazakistan, Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan (i cosiddetti Stans) e Azerbaigian sono un vero e proprio forziere energetico.
Non a caso la premier Giorgia Meloni, al termine della recente missione in Giappone e Corea del Sud, prima di rientrare in Italia, ha fatto tappa a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, dove è stata ricevuta dal presidente Shavkat Mirziyoyev. Un incontro che ha dimostrato il crescente peso delle relazioni con questo Paese.
L’Italia e l’Europa, orfane del gas russo e alle prese con la transizione energetica, guardano con interesse all’Asia centrale, anche se il contesto geopolitico è caratterizzato dalla crescente presenza della Cina e dal tentativo della Russia di mantenere la sua capacità di influenza. Per Roma diventare il terminale dei maggiori gasdotti asiatici è vitale, non potendo contare sul nucleare e dovendo combattere con l’ostilità delle comunità locali a operazioni di estrazione o alla presenza di rigassificatori per il gas liquido (Gnl). Si veda, per esempio, il caso di Piombino, con le manifestazioni di protesta contro l’impianto ormeggiato in porto, considerato dal governo e dalle imprese un tassello strutturale della strategia energetica del Paese.
E intanto il prezzo del gas continua a salire. Nella seconda settimana di gennaio è aumentato del 30 per cento. Sono bastate le previsioni di una tempesta di neve negli Stati Uniti e il rischio di un freno alla produzione e quindi all’export di Gnl per mandare in fibrillazione i mercati. Se le scorte scendono sotto la media (in Europa a gennaio i livelli hanno toccato il 52 per cento), i prezzi all’ingrosso aumentano per timore di scarsità. Con il 45 per cento delle importazioni totali di Gnl, gli Stati Uniti sono stati il principale fornitore della Ue di gas liquido nel 2024.
Basta questo per far comprendere l’estrema volatilità di mercato e come l’Europa, e soprattutto l’Italia, siano come vasi di coccio. Serve ricordare che il gas è utilizzato principalmente per la produzione di energia elettrica, il riscaldamento domestico e i processi industriali. Diversificare i canali di approvvigionamento è vitale. Il nostro Paese dipende per il 95 per cento di questa fonte energetica dall’estero, mentre la produzione interna copre meno del 5 per cento del fabbisogno.
Fino al 2021, la Russia era il principale fornitore dell’Italia, con oltre il 40 per cento del totale delle importazioni. Il gas arrivava attraverso il gasdotto Tag (Trans Austria Gas Pipeline), che passava per l’Ucraina e l’Austria. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Roma ha progressivamente ridotto la dipendenza da Mosca e ora la quota russa è quasi nulla, sostituita da forniture provenienti da Algeria (oltre il 35 per cento delle importazioni totali), il Nord Europa, in particolare la Norvegia (circa il 10 per cento del fabbisogno), la Libia (5 per cento), mentre il Gnl proviene da diversi Paesi, tra cui Qatar, Stati Uniti, Nigeria e Angola, e rappresenta circa il 20 per cento dell’import complessivo. Negli ultimi anni, il governo nostrano ha adottato una strategia di lungo periodo per diversificare le fonti di approvvigionamento con accordi bilaterali con Algeria, Azerbaigian, Qatar che hanno reso l’Italia un hub energetico per il Sud Europa.
La sfida più strategica per noi e la Ue si gioca sullo scacchiere dell’Asia centrale. E qui il pezzo più pregiato ma il più difficile da muovere è il Turkmenistan. Il Paese è letteralmente sospeso su un oceano di metano che rappresenta la quarta riserva mondiale. Il giacimento di Galkynysh è il secondo più grande sul pianeta dopo quello di South Pars, tra Iran e Qatar. Contiene oltre 26 mila miliardi di metri cubi di gas. Attualmente la maggior parte delle estrazioni finisce in Cina ma, per diversificare, il Turkmenistan sta spingendo sul progetto Tapi, una condotta di 1.814 chilometri destinata a collegare i ricchi giacimenti al Pakistan e all’India attraverso l’Afghanistan.
È una delle infrastrutture più ambiziose, ma anche più pericolose al mondo. L’obiettivo per quest’anno è completare la sezione chiave al confine con l’Afghanistan ma l’instabilità politica di questo Paese è il principale ostacolo per convincere gli investitori internazionali. La partita che interessa direttamente l’Italia e la Ue è il corridoio Trans-Caspico. Per anni Russia e Iran hanno bloccato la costruzione di un gasdotto sotto il Mar Caspio citando motivi ambientali.
La svolta è arrivata con l’accordo di cooperazione tra Turkmenistan e Azerbaigian per lo sfruttamento del giacimento “Dostluk”. La Turchia sta giocando un ruolo di mediatore per collegare il gas turkmeno ai tubi azeri che già arrivano in Italia tramite la Tap. Per quest’anno è previsto un aumento della capacità del gasdotto e il gas turkmeno è il candidato principale.
Il Kazakistan non è meno strategico. Da mero esportatore si è trasformato in hub logistico. Con il raddoppio dei volumi lungo il “Corridoio di Mezzo”, Astana punta a connettere i giacimenti del Caspio ai mercati europei bypassando le sanzioni e le infrastrutture russe.
L’Italia, attraverso i porti di Trieste e Venezia e gli accordi con le ferrovie turche, si sta accreditando come il terminale naturale di questa nuova Via della seta. L’Uzbekistan, tra i primi produttori mondiali di gas (il governo sta incentivando l’attività estrattiva con l’apertura di nuovi pozzi) ha in Roma uno dei principali partner occidentali. Ansaldo Energia ha firmato accordi per la modernizzazione delle centrali elettriche e sta collaborando con l’agenzia atomica Uzatom per lo sviluppo di piccoli reattori nucleari di nuova generazione così da ridurre la dipendenza dal gas. Maire Tecnimont e Saipem sono impegnate nella costruzione di impianti chimici e di trattamento del gas.
L’Italia si è posizionata come fornitore di tecnologia a cominciare dalla modernizzazione degli impianti obsoleti che perdono fino al 30 per cento del contenuto durante il trasporto.
In Tagikistan le riserve di metano sono per la gran parte non sfruttate. Si stima che il bacino di Bokhtar possa contenere enormi riserve di gas e petrolio. Il governo sta cercando di accelerare le trivellazioni anche servendosi di partner internazionali come la cinese Cnpc. Ma il Paese è soprattutto il transito del gasdotto della Linea D che unisce l’Asia centrale alla Cina e che conferisce alla nazione una posizione di forza geopolitica. Il nostro interesse per il Tagikistan riguarda l’ingegneria idroelettrica, dove siamo leader mondiali. Il colosso italiano Webuild partecipa alla costruzione della Diga di Rogun, la più alta del mondo (335 metri), che farà del Paese l’hub elettrico dell’Asia centrale.
Infine, l’Azerbaigian che ha un rapporto stretto con l’Italia come maggior fornitore di petrolio e uno dei più affidabili per il gas. Nel 2025 Roma ha assorbito quasi il 38 per cento del metano prodotto nel Paese. Dal 1° gennaio la capacità del gasdotto Tap che approda in Puglia è aumentata di 1,2 miliardi di metri cubi all’anno, portando il flusso iniziale a circa 11,2 miliardi. Questo primo potenziamento, mira a rafforzare la sicurezza energetica europea e la prospettiva è raddoppiare la portata fino a 20 miliardi di metri cubi entro il 2027.
L’Italia è vista come un partner strategico perché offre alta tecnologia. Ansaldo lavora alla modernizzazione della rete elettrica azera, mentre Snam detiene il 20 per cento del consorzio Tap. L’Azerbaigian è il mediatore fondamentale per sbloccare il gas del Turkmenistan che resterebbe bloccato senza le infrastrutture azere. Su questo ampio scacchiere la partita è già iniziata e il calcio d’inizio, come sempre, l’ha dato la Cina. All’Europa spetta di recuperare il tempo perduto.
