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Burning Man, da utopia di controcultura a fuga per ricchi

L'annuale ritrovo hippie nel deserto del Nevada attrae vip e milionari a caccia di emozioni senza tabù

Con in testa la malizia dell’ovvio doppio senso, un gruppetto di volontari seminudi avrà spiegato a Katy Perry e Mark Zuckerberg, a Jared Leto e Cara Delevingne, come perdere la verginità. «Vergine» è l’epiteto, lo status, di chi partecipa per la prima volta al Burning Man, l’eccentrico festival che per pochi giorni l’anno (il prossimo appuntamento è da domani al 5 settembre) trasforma una generosa fetta di nulla del Nevada in una città provvisoria di quasi 70 mila entusiasti, festaioli abitanti. Dove il rito di passaggio obbligatorio per ciascun debuttante, noto o sconosciuto poco importa, spiantato o milionario non rileva, è una nuotata nella sabbia bollente del deserto scandita dal suono sordo di un gong: sottrarsi significa non essere ammessi a questo cerimoniale collettivo d’ispirazione e atmosfera hippie, in cui il vestiario è sgargiante o superfluo, il denaro soppiantato dal baratto, la libertà d’espressione più sfrenata innalzata a dovere civico.

Una parentesi alternativa agli schemi quotidiani che, nelle ultime edizioni, da ritrovo per nostalgici fricchettoni o ragazzi dall’insonnia facile si è contaminata di un pellegrinaggio di famosi e paperoni dell’hi-tech: dall’attrice Susan Sarandon ai fondatori di Amazon e Tesla, Jeff Bezos ed Elon Musk, fino ai nomi da cartellone citati all’inizio. Scatenando un corollario di critiche tra gli ortodossi della kermesse: i frequentatori ordinari pagano un biglietto di 390 dollari, alloggiano in tenda, non hanno accesso a internet per connettersi meglio con chi hanno attorno, si arrangiano con bagni sotto la soglia della decenza, si saziano di scatolette, cereali, cibo spazzatura assortito; i parvenu del Burning Man arrivano con un volo privato in un aeroporto allestito nei paraggi, dormono in camper degni dei set hollywoodiani con Wi-Fi superveloce e buona pace del «digital detox», della dieta digitale prescritta dall’arsura polverosa dei dintorni; sbocconcellano sushi, tartare e aragoste preparate da batterie di chef convocati per l’occasione; si godono docce di marmo, idromassaggi e aria condizionata (per la sauna basta uscire all’aperto), indossano sì costumi sfarzosi o spudorati, ma confezionati per loro da stilisti e designer. Secondo quanto rivelato da alcuni camerieri assunti per coccolarli in queste oasi di lusso, arrivano a spendere 20 mila dollari al giorno.

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Il deserto Black Rock, sede del Burning Man – Credits: iStock

L’irrobustimento della colonia dei vip non è un’impressione, ma una certezza certificata da un censimento diffuso dall’organizzazione stessa: i partecipanti con un reddito annuo superiore ai 300 mila dollari sono quasi raddoppiati nelle ultime edizioni. Ancora non abbastanza, per il sollievo dei puristi, per affossare lo spirito originale della manifestazione, «una città in cui ci si sente liberi, s’incontra e si frequenta gente di ogni tipo ed età e l’arte diventa la via per sciogliere la propria immaginazione» racconta Junia Compostella, 32 anni, ricercatrice milanese trapianta a San Francisco e habitué del Burning Man. Qui chiunque può esibire le sue opere: non certo quadri e sculture tradizionali, ma sedie e tavoli giganti, scritte a lettere cubitali calpestabili, polipi di ferro dai tentacoli che soffiano aliti di fiamme.

«Quest’anno» anticipa Compostella «verrà portato nel deserto un intero Boeing 747 riconvertito in un grande spazio espositivo che, di notte, ospiterà performance musicali». Non proprio un debutto: infinite tracce techno sono già la martellante colonna sonora del festival, immancabili tanto quanto il Burning Man stesso, l’enorme fantoccio incendiato sotto un mosaico intermittente di fuochi d’artificio. È l’assoluto simbolico di una settimana lunga che trascorre tra divertimenti legittimi e altri meno, nonostante la severità della polizia del Nevada che sorveglia e quanto può sanziona: nel 2015 gli arresti sono aumentati del 600 per cento, tutti o quasi per traffico di droga.      

Maggiore indulgenza per sesso e dintorni, in un clima abituato ad ambiguità e fluidità di genere, a massaggi e abbracci gratuiti, delizie private e aree votate al piacere, che incoraggiano sfioramenti e contatti meno soft. Intanto, per coerenza o casualità, l’edizione 2016 intende omaggiare il genio di Leonardo da Vinci e le sue opere: superfluo scommettere che le suggestioni dell’Uomo vitruviano ispireranno abbondanti nudità. Rimane da vedere quanto attori, modelle e titani della Silicon Valley, barricati nelle loro oasi, si affacceranno a godersele. A loro basta già la trasgressione di esserci, noncuranti di avere trasformato il Burning Man da utopia socialista, da parentesi di controcultura, a riflesso della società e delle sue incolmabili ineguaglianze.

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