“Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione copernicana”. Con queste parole il professor Giancarlo Comi, uno dei massimi esperti mondiali sulla sclerosi multipla (ordinario di Neurologia dell’Università ‘Vita-Salute San Raffaele’ e Direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele) ha definito i risultati degli studi sperimentali di Ocrelizumab, un nuovo farmaco contro la malattia presentato al 31esimo Congresso del Comitato Europeo per la Terapia e la Ricerca sulla Sclerosi Multipla (ECTRIMS), tenutosi a Barcellona dal 7 al 10 ottobre.

“È un momento storico nella lotta contro questa patologia” continua il professor Comi “perché ora possiamo disporre di una nuova arma, molto potente, che si propone come una ‘bomba’ innovativa e che rappresenta un salto di qualità rispetto al trattamento con interferone, il farmaco per eccellenza usato da più di vent’anni nella cura di questa malattia invalidante che può portare alla paralisi e anche alla morte”.

Ocrelizumab è il primo farmaco sperimentale che riesce infatti a ridurre in maniera significativa la progressione della disabilità sia nella sclerosi multipla recidivante sia in quella primariamente progressiva, una forma per cui non esistono ad oggi medicinali approvati per il suo trattamento.

A dimostrarlo ci sono i dati annunciati durante il congresso Ectrims da Roche, la farmaceutica che ha sviluppato il farmaco, di tre studi clinici di fase III condotti su oltre duemila quattrocento malati. Due di questi studi (Opera I e Opera II) hanno arruolato complessivamente oltre milleseicento pazienti di età compresa tra i 18 e i 55 anni e affetti da malattia recidivante-remittente (la forma più comune che esordisce con episodi di sintomi acuti, seguiti da intervalli di recupero quando i sintomi non progrediscono) e dalla forma secondariamente progressiva (peggioramento dei sintomi dopo un periodo recidivante-intermittente).

I risultati degli studi oltre le aspettative

Ai soggetti è stato somministrato Ocrelizumab per infusione endovenosa ogni sei mesi per un biennio: il trattamento con il nuovo farmaco ha ridotto significativamente il tasso di annualizzato di recidive per un periodo di due anni rispetto all’interferone, diminuendo, sempre rispetto all’uso di quest’ultimo, la progressione della disabilità clinica del quarantatré per cento e cancellando oltre il novanta per cento delle lesioni cerebrali (valutate con risonanza magnetica).

“Si tratta di risultati straordinari” ha commentato Comi “anche perché gli effetti avversi sono risultati simili a quelli dell’interferone e inoltre il farmaco non ha mostrato impatto sulla fertilità”.

Altro traguardo importantissimo è l’efficacia del farmaco per quella forma di sclerosi multipla, la primariamente progressiva, per le quali non c’era finora una cura: la malattia peggiora nel tempo e rappresenta circa il quindici per cento di tutti i casi.

Per i soggetti affetti da questa patologia è stato allestito lo studio Oratorio, con più di settecento pazienti sottoposti a trattamento con Ocrelizumab per due anni. Al termine si è riscontrato che la terapia riduce del ventiquattro percento il rischio di progressione della disabilità clinica confermata dopo almeno 12 settimane.

Ocrelizumab ha inoltre ridotto del diciotto percento rispetto a placebo il tasso di perdita di volume cerebrale, valutato in un periodo di 120 settimane. Lo sforzo per testare il farmaco è stato immane: gli studi hanno coinvolto oltre trecento strutture in quaranta paesi e sono costati più di un miliardo di dollari.

Come funziona il farmaco

Ocrelizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato, progettato per colpire in modo selettivo un tipo di cellule B (chiamate CD20+) del sistema immunitario: nella sclerosi multipla infatti le cellule B attaccano in maniera anomala la guaina mielinica, cioè l’isolamento e il supporto dei nervi nel cervello, nel midollo spinale e dei nervi ottici, provocando infiammazione e cicatrici (sclerosi) che interferiscono con la capacità dei nervi di trasmettere segnali elettrici.

In altre parole, i nervi danneggiati perdono la loro capacità di comunicare tra loro e con il resto dell’organismo, generando sintomi imprevedibili e spesso debilitanti. Le aree in cui il cervello è infiammato e i nervi stanno perdendo il loro isolamento e supporto (lesioni attive) spesso contengono un elevato numero di cellule CD20+. “Gli studi Opera e Oratorio hanno convalidato che le cellule B sono al centro della biologia di base della malattia” spiega Comi.

“Il nuovo farmaco biologico ha un’efficacia sorprendente” continua il professore “perché si attacca a una membrana di una proteina della cellule CD20+ lasciando intatte le altre cellule del sistema immunitario”. Distruggendo in modo selettivo la popolazione dei linfociti B comporta una drastica riduzione dell’attività infiammatoria che risulta quasi azzerata. Ne consegue una netta riduzione delle ricadute e una forte diminuzione del rischio di accumulare disabilità: questo si riflette in un miglioramento della qualità della vita dei malati.

“Dato che i linfociti T non vengono distrutti dal farmaco rimane inalterata la risposta contro gli agenti infettivi ai tumori, minimizzando i problemi di sicurezza che hanno abitualmente i farmaci con una potente azione immunosoppressiva” conclude l’esperto.

Una nuova strategia di cura

"Ocrelizumab è il primo farmaco in grado di ridurre significativamente il rischio di progressione della disabilità e ciò apre una nuova prospettiva per il trattamento delle forme progressive di malattia che affliggono circa la metà dei pazienti con sclerosi multipla, peraltro quelli con maggiori alterazioni della vita quotidiana" dichiara Comi.

"Il paziente e il clinico hanno ora a disposizione un nuovo strumento che agisce in modo diverso rispetto a quelli utilizzati attualmente e che quindi consnte di applicare la terapia personalizzata. Cioè  individuare per ogni paziente, in ogni momento della sua storia di malattia, quale sia il trattamento più opportuno. Si mira a ottimizzare il rapporto rischio-benefici e a conseguire un completo controllo della malattia".

“Appena il farmaco sarà disponibile lo useremo già nelle fasi iniziali della malattia e nei pazienti nello stadio avanzato”. Le tempistiche per il rilascio in commercio però non sono immediate a causa dei lunghi iter di approvazione: ci vorrà almeno un anno prima che Ocrelizumab sia utilizzabile.

Medicina narrativa: un altro strumento terapeutico prezioso

Oltre ai farmaci per il trattamento di questa patologia si sta sperimentando anche un nuovo approccio tra medico e paziente, basato sulla narrazione delle esperienze soggettive di questi ultimi, in modo da farli sentire considerati nella relazione con i medici non più come semplici numeri ma persone a trecentosessanta gradi.

“Il confronto costante tra noi operatori sanitari e i pazienti ci ha fatto capire che, per essere efficace, la cura della sclerosi multipla non può limitarsi ai rilievi clinici e strumentali, ma deve tener conto dell’esperienza soggettiva e delle caratteristiche di ogni persona” spiega Silvia Baldini, neurologa al centro SM dell’Ospedale di Gallarate. Presso questa struttura, da ottobre 2014, è stata introdotta infatti una cartella clinica che oltre ai dati normali raccoglie anche informazioni personali per ogni paziente (come eventi famigliari, abitudini, problematiche psicologiche) che hanno ripercussioni sulla malattia e che emergono durante le visite di controllo.

Accogliere i vissuti dei malati, condividerli tra operatori (medici e infermieri) e tenerne conto nel processo decisionale fa ritrovare una dimensione più umana e soggettiva e consente ai clinici di costruire percorsi di cura rispettosi dei bisogni del malato, condivisi e personalizzati. “Le vicende personali irrompono nella malattia e si intrecciano con la stessa” dice Angelo Ghezzi, direttore del Centro SM di Gallarate. “Proprio perché la sclerosi multipla è caratterizzata da imprevedibili riacutizzazioni, grazie alla medicina narrativa possiamo tenerne conto e capire come la malattia influenza lo stato psicologico e viceversa, e come eventi personali si ripercuotono nella sintomatologia”.

Insomma, le visite periodiche si trasformano in incontri più intimi, dove il medico sa già punti deboli e di forza di ciascuna persona e può avvantaggiarsene nel modificare la terapia. E i pazienti? “Rimangono sempre favorevolmente colpiti quando si accorgono che sta davanti a loro ricorda qualcosa di attinente alla loro storia di vita e ne tiene conto” afferma Baldini.

Il bilancio di questa esperienza pilota è molto incoraggiante: pazienti e famigliari, sentendosi maggiormente ascoltati, hanno aumentato l’adesione ai trattamenti e i medici dispongono di uno strumento in più per mettere a punto e personalizzare le terapie.

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