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Scienza

Rifugiati: le responsabilità del cambiamento climatico

Una siccità prolungata ha causato rilevanti trasferimenti di popolazione dalla campagna alle città cha hanno acuito la tensione con il regime di Assad

I grandi eventi cominciano spesso in sordina e quando esplodono in tutto il loro fragore non ci prendiamo quasi ma la briga di unire i puntini per rintracciarne le cause. "Ma come", è l'obiezione che si sentiva fare più spesso da chi in Siria c'era stato qualche anno fa in vacanza, "la Siria sembrava un paese così civile e dignitoso, accogliente coi turisti ed economicamente solido...". Eppure Assad era al potere già dal 2000. Che cosa è successo allora per precipitare il paese in una crisi così profonda?

Ce lo ricorda uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences qualche mese fa: dal 2007 al 2010 il paese è stato colpito da una siccità senza precedenti che ha causato cattivi raccolti e migrazioni di massa dalle zone rurali verso le città. Qui il sovraffollamento, la mancanza d'acqua e l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità hanno creato un clima di tensione e provocato frizioni con il regime che ha mostrato in modo più schietto il proprio vero volto.

Il resto è storia, ma è una storia che si può ripetere altrove, ed è per questo che converrebbe fare attenzione a come cominciano storie così. Quando leggiamo nei report scientifici che sempre più aree del pianeta saranno in futuro sottoposte a un forte stress idrico, la prima immagine che si forma nella nostra mente non è quella di migliaia di disperati appesi a dei barconi che affondano. Eppure questa rischia di essere una delle conseguenze. "Per la Siria, un paese caratterizzato da malgoverno e politiche agricole e ambientali insostenibili", si legge nello studio, "la siccità ha avuto un effetto catalizzatore, contribuendo ai disordini politici".

Ora, la soluzione a questa e alle prossime crisi non può essere quella di costruire un bel muro anti rifugiati, checché ne dica il premier ungherese Orban. E' chiaro che esistono limiti all'accoglienza, anche se questi sembrano variare non necessariamente in base a parametri oggetivi, bensì alla sensibilità dei singoli leader e dei loro popoli. Difficile dire quanti rifugiati possa davvero permettersi di accogliere il vecchio continente, di certo da più parti si auspica una risoluzione della crisi che consenta a molti di quelli che stanno scappando di tornare indietro e ad altri che vorrebbero venire di non partire.

Oltre a soluzioni politiche, più che auspicabili, quello che occorre però trovare, e con altrettanta urgenza, è una soluzione alla crisi climatica. Gli autori dello studio concludono così: "Le tendenze osservate nell'arco di un secolo di precipitazioni, temperatura e pressione a livello del mare, sostenute dai risultati dei modelli climatici, suggeriscono fortemente che il forcing antropogenico ha aumentato la probabilità di siccità gravi e persistenti in questa regione, e ha reso l'occorrenza di tre anni di siccità grave come quella di 2007-2010 da due a tre volte più probabile rispetto dalla variabilità naturale. Concludiamo che le influenze umane sul sistema climatico sono coinvolte nel conflitto in atto in Siria".

Insomma, che ci piaccia o no, la questione rifugiati è affar nostro, perché anche noi abbiamo contribuito a creare le condizioni che hanno portato alla crisi siriana.


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