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Senato: l'ultima possibilità di unire il Pd

In corso la direzione. Per Pier Luigi Bersani basta "un millimetro" per trovare un accordo. Ecco perché non è così facile

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Pierluigi Bersani alla festa dell'Unità a Milano, 3 settembre 2015 – Credits: ANSA / MATTEO BAZZI

Prosegue tra avvertimenti e sospetti reciproci la ricerca di un'intesa nel Pd sulle riforme. Ma a poche ore dalla direzione convocata da Matteo Renzi (e ora in corso), Pier Luigi Bersani prova a spazzare via i dubbi sulla sua disponibilità a un accordo: "Se c'è disponibilità vera, noi siamo a posto e per trovare l'accordo basta un millimetro. Non possiamo rompere il Pd su queste cose", dichiara.

E il capogruppo Ettore Rosato coglie subito lo spirito delle sue parole: "Abbiamo colmato in passato distanze ben più grandi di un millimetro. Useremo tutti gli strumenti per arrivare a una sintesi". Nessun veto della minoranza e nessuna pretesa di cambiare le parti del testo già approvate in doppia lettura conforme: entro questo perimetro, affermano i renziani, lo spazio di mediazione si puo' trovare.

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Intanto però affila le armi Roberto Calderoli, nemico giurato di un testo "a rischio fascismo": "È la mia Resistenza. Se il governo non cambia sarà sommerso da milioni di emendamenti". E Silvio Berlusconi bolla la riforma come "autoritaria".

L'ottimismo di Boschi

Confortata dai primi voti sulla costituzionalità della riforma, sui quali c'è stata "un'ampia maggioranza", il ministro Maria Elena Boschi si professa "assolutamente fiduciosa che si arriverà all'approvazione entro il 15 ottobre". E aggiunge che "al 90% il testo è condiviso" e c'è solo "qualche punto" da definire, nel confronto che ci sarà nei prossimi giorni.

Ma poichè proprio su quei punti rischia di naufragare la possibilità di un'intesa nel Pd, Boschi avverte: "Non ci sono veti da parte della maggioranza, a maggior ragione non devono essercene da parte della minoranza. Ridurre tutto il dibattito - aggiunge - alla modalità di elezione dei senatori credo che svilisca il senso di una riforma storica". E se non prevale il "senso di responsabilità" e "il Pd perde questa sfida, il rischio è di consegnare il Paese a M5S e Lega".

Il punto: l'elezione diretta dei senatori

Il punto centrale è ancora quello dell'elezione diretta dei senatori, sul quale la minoranza Pd non ha intenzione di mollare. "È necessaria e indispensabile la disponibilità di toccare l'articolo 2 per riuscire ad affermare che decidono gli elettori". Il principio può essere scritto, "senza trucchi", anche nel comma 5, come propone la maggioranza. E cioè, spiegano i senatori Miguel Gotor, Federico Fornaro e Vannino Chiti, deve essere specificato che i futuri senatori-consiglieri saranno eletti dai cittadini e che ai Consigli regionali spetterà una ratifica.

Non va bene invece la formula, proposta in prima battuta dalla maggioranza, secondo la quale i futuri senatori sono "indicati" dai cittadini: una impuntatura che, afferma Bersani, fa pensare che "stiano cercando pretesti" per rompere.

Gli umori a sinistra e a destra

La minoranza - spaccata al suo interno - è tentata dalla rottura e tira perciò la corda, replicano i renziani. E Roberto Giachetti insiste: "Meglio fare come Tsipras e andare al voto con la gauche bastian contrario fuori dal Parlamento". Ma il sottosegretario Luciano Pizzetti afferma che l'apertura di Bersani e Speranza a cambiare solo il comma 5 dell'art. 2, come proposto dalla maggioranza, è "un punto di svolta" raggiunto il quale sarebbe "singolare" non siglare un accordo.

Ma dalla minoranza c'è chi, come Doris Lo Moro, afferma che non si puo' non cambiare il comma 2, cosa per il governo non ammissibile. E mentre è in corso il braccio di ferro tra Dem, alzano la voce le opposizioni. Non solo i 5 Stelle, che con Luigi Di Maio parlano di una "riforma tanto inutile quanto dannosa". Ma anche Silvio Berlusconi, che definisce "autoritaria" una riforma "che sottrae ai cittadini la possibilita' di votare", bolla come un "teatrino" quello in corso nel Pd e punta il dito contro un premier, Matteo Renzi, "non eletto".

Dalla Lega però si sospetta che in extremis FI possa cedere ad accordi: "Al Senato - denuncia Calderoli - è in corso una campagna acquisti. Nessuno creda a eventuali promesse di apertura a modifiche all'Italicum".

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