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Politica

Maurizio Lupi, il ministro tradito da se stesso

Milano, Cl, Don Giussani, il ministero delle Infrastutture e ora le dimissioni. La parabola di un uomo colpevole di "semplicioneria"

Non è colpevole di corruzione ma è responsabile di "babbionaggine".

E faceva impressione vedere Maurizio Lupi rispondere alla Camera, contercersi tra i rolex esibendone uno, "io non avrei mai accettato un orologio, e non mi serve", piegarsi nella smentita mentre le intercettazioni lo smontavano, "non ho fatto mai pressioni per chiedere l’assunzione di mio figlio", aggrapparsi alla sedia, "non lascio", mentre lui stesso se la toglieva.


Si dimette da ministro, ma in realtà lo aveva già scaricato Ncd che con il saggio Gaetano Quagliarello aveva fatto sapere di essere in ogni caso con lui anche "nel suo eventuale passo indietro e nel caso ci chiedesse di condividere la scelta". Tutti capiscono che si tratta di affetto feroce, non di compassione verso Lupi, ma del curialismo che nasconde il “fatti da parte”, il procedere per ambiguità. E infatti in Ncd anche il linguaggio è sacerdotale ma non religioso, rimanda alla penitenza, all’espiazione, all’abbandono del confratello trattato oggi come un monatto che tutti dicono d’amare perché sanno ormai prossimo alla fine. "Si dimetterà sabato, forse domani, sicuramente tra un paio d’ore" dicevano a Montecitorio dove Lupi aveva portato in scena ancora una volta la difesa del politico dabbene, dell’imprudente che si meraviglia della sua stessa imprudenza.

Ci pensavano le intercettazioni, i biglietti aerei, c’è n’era uno che secondo la procura di Firenze è stato comprato da quel Frank, Francesco Cavallo, per la moglie di Lupi, i dolciumi acquistati a corso Magenta per la segreteria del ministro, e poi gli abiti, l’alta sartoria, il monsignore che si prodiga per procacciare voti… più si voleva difendere e più la sorte affondava quel ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti che aveva portato in parlamento il magistero di don Giussani, la fiamma del sacro cuore, la fede come luce e faro nel territorio della politica.

"Io sono un cattolico che ama la vita per il suo senso, il significato che tiene sempre desta la domanda" affermava Lupi nel presentare il suo libro “La prima politica è vivere”, quando ancora era il più bravo nel mostrare in televisione le ragioni di Forza Italia, quando si compiaceva del suo parlare ponderato, del tono sempre a metà tra il gesuita inflessibile e il cattolico indulgente.

Lupi non è solo un prodotto di quella Comunione e Liberazione che ha fatto grande Milano e svelato una declinazione del cristianesimo ambrosiano che non si è fermato al cardinale Borromeo, ma è anche un chierichetto di Don Giussani, l’uomo che sorrideva disteso, l’altra chiesa che si era scoperta non più arcigna e accigliata. E del Gius, Lupi vantava l’imposizione delle mani, il radioso destino che il prete in bicicletta gli aveva schiarito: "Ho avuto la fortuna di conoscerlo all’università" aveva sempre ricordato. Di tutti i cattolici impegnati in politica, Lupi è stato la faccia anonima, il rimedio alla croce utilizzata per interesse e carrierismo, il fedele dalla faccia senza espressione o forse il fedele che si confondeva nel gregge sapendo che solo così si ascende e si tocca il paradiso.

Sicuramente è stato l’assessore all’urbanistica del sindaco Gabriele Albertini che ha più modificato la città prima di diventare deputato nel Pdl e poi in Ncd, dicono a Milano e soprattutto alla Fiera che per Lupi è stata la pietra angolare del suo impegno in politica, il pascolo da dove iniziare a trattare con le cooperative, con la compagnia delle Opere, gli imprenditori, gli ingeneri, i devoti, i monsignori, insomma, vino rosso e sacrestia, te deum e piani regolatori.

C’è più Lupi che Leonardo attualmente nell’urbanistica di Milano, più teologia di Cl che ingegneria idraulica nei navigli di Porta Genova. Chiunque passeggi per la città senza saperlo sta passeggiando attorno alla Milano che si è immaginato Lupi, i quartieri Isola-Garibaldi, la Fiera appunto, la nuova City Life progettata dall’archistar Daniel Liebskind. E dunque non c’è opera pubblica che da ministro, Lupi non abbia conosciuto in questi anni, arteria, cantiere che non veniva "aggiustato", oggi scopriamo, approvato da quel consulente, Ercole Incalza, che dal ministro è stato, ecco ancora l’essere maldestro, definito "patrimonio per l’Italia".

Nel paese dove l’unica edilizia possibile è quella delle crepe e dei rifacimenti, Incalza era l’unico elemento solido anche per Lupi, a lui si è affidato non solo per smantellare la sua carriera, ma anche quella professionale del figlio, ingegnere del Politecnico di Milano consegnato da Incalza a quel Stefano Perotti, imprenditore degli appalti arraffati, metro, strade, ferrovie, che a Luca Lupi avrebbe offerto un contratto di "duemila euro al mese".

E certo sapevamo già che la demolizione è il nostro destino, la rottamazione non a caso, ma mai avremmo creduto di vedere lo sbriciolamento di un edificio politico per imperizia politica. Il crollo di un ministro schiacciato dalla semplicioneria.

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