Politica

Ciccioni, nani, pelati: quando in politica l'insulto è fisico

Il giornalista Andrea Scanzi prende di mira il portavoce di Renzi, Filippo Sensi, per la sua stazza. Un vizio molto diffuso tra politici e giornalisti

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Matteo Renzi con il suo portavoce Filippo Sensi – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

È un vizio antico quello dell'insulto che mira a colpire il prossimo ridicolizzandone l'aspetto fisico. Un vizio che qualifica soprattutto chi non sa resistergli, perché la tentazione di ferire gli altri per come sono fatti è troppo forte. Eppure, per quanto si tratti di un comportamento disdicevole, infantile, brutale, sono tanti quelli che ci cascano. Politici e giornalisti non fanno eccezione. Anzi, dopo i bambini di seconda elementare, tra i più perfidi e volgari ci sono proprio loro.

Ce lo ha ricordato una delle prime firme de “Il Fatto Quotodiano”, il tuttologo e degno allievo del campione assoluto in materia Marco Travaglio, Andrea Scanzi. Uno che si piace molto, a cui piace molto piacere (va spesso dall'estetista a farsi le mani) e che detesta tutto ciò che non corrisponde al proprio ideale estetico. L'altro giorno, al Processo del Lunedì, trasmissione di calcio di cui era per l'appunto ospite, Scanzi ha definito Filippo Sensi, ex giornalista di Europa e attuale portavoce del premier, “bizzarro omino sferico” alludendo al suo generoso girovita. Matteo Renzi, a sua volta, è “l'uomo con la faccia da pesce”; Maria Elena Boschi una chiappona “troppo impegnata a chiedere ai suoi adepti di tagliare con l'accetta di Photoshop quelle 70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei”.

Peccato che nessuno dei suoi colleghi di testata si sia sentito in dovere di stigmatizzare tanto cattivo gusto. Erano stati infatti proprio i “ragazzacci” de Il Fatto a rendere nota l'intercettazione, poi rivelatasi falsa, in cui Silvio Berlusconi dava della "culona inchiavabile" alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Due pesi e due misure. D'altra parte, se Scanzi ha un maestro quel maestro si chiama Marco Travaglio, il Torquemada di calvi, bassi e obesi, colui che non si ferma nemmeno di fronte alle malattie.

"Ciccioni"

L'ex direttore de “Il Foglio” Giuliano Ferrara dichiara di essere affetto da una disfunzione genetica, la “sindrome di Klinefelter”? Giù a dargli comunque del “pallone pallista” invitandolo a stare al circo “tra la donna cannone e la donna barbuta”. Ma Ferrara non è l'unico grasso a dover subire continue prese in giro. Un altro è Mario Adinolfi, il blogger, giornalista, politico “pancione”, come lo definì anni fa, in diretta su Rai1, il deputato del Popolo della Libertà Giorgio Straquadanio. E non serve nemmeno essere obesi per beccarsi gli insulti, basta anche solo qualche chilo in più. Bettino Craxi era “il Cinghialone”, Giovanni Spadolini veniva puntualmente ritratto da Giorgio Forattini come un elefante ipodotato. La povera Isabella Bartolini, deputata di Forza Italia, si sentì dare della “cicciona di Modena” dall'ex collega di partito Iva Zanicchi. (Occhio: grassi no, ma nemmeno troppo magri e slanciati. Si rischia infatti di diventare lo stesso un facile bersaglio come l'ex sindaco di Torino Piero Fassino, per tutti “grissino”).

"Pelati"

Avere pochi capelli è un altro dei deficit che ai politici viene perdonato meno che la scarsa moralità. Craxi, oltre che “Cinghialone” era chiamato anche “Pelato”. L'ex ministro Sandro Bondi la “Cantatrice calva”. La calvizie dell'ex presidente del Senato Renato Schifani, è stata al centro dell'attenzione universale fin dai suoi esordi in politica. Anche perché, nel frattempo, il senatore siciliano si era dotato di un vistoso riporto, detto “riportone Schifani”, che solo l'intervento del Cavaliere – un altro al quale non sono mai state risparmiate battute a sfondo tricologico - potè cancellare dopo aver convinto Schifani a farne a meno.

"Nani" 

Uno degli handicap meno accettati è quello della statura. E qui il più colpito in assoluto è senza dubbio alcuno l'ex ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, colui che già Massimo D'Alema appellò come “energumeno tascabile” e su cui anche Mario Monti ironizzò quando disse che Brunetta, “con l’autorevolezza di un professore di una certa statura accademica” stava portando “il Pdl su posizioni piuttosto estreme e settarie”. Prendersela con i suoi 143 centimetri è sempre stato uno degli sport nazionali della politica nostrana e non solo. Ospite della trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, una volta il fondatore di Emergency, Gino Strada, confessò di aver votato come sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (oggi imputato nell'ambito del processo sullo scandalo Mose) “perché ho semplicemente pensato che Brunetta fosse esteticamente incompatibile con Venezia”. Celeberrimo anche il caso dell'anonimo parlamentare che nel '71, durante il voto per far eleggere Amintore Fanfani capo dello Stato, scrisse sulla scheda: “Nano maledetto, non verrai eletto”. “Nano”, un epiteto riservato spesso anche a Silvio Berlusconi, “Al Tappone” per Travaglio, che una volta pensò bene di restituire pan per focaccia: “Prodi dice che sono basso. Lui è di sicuro più largo”.

"Brutti"

Giulio Andreotti aveva la gobba, Lamberto Dini gli occhi sporgenti (il suo soprannome, finito anche su un manifesto di Rifondazione, è sempre stato “il rospo”), Maurizio Gasparri la faccia di un “cameriere cui non hanno lasciato la mancia” (Daniele Luttazzi). Insomma, anche essere brutti sembra essere una colpa. Ne sa qualcosa Rosy Bindi. Da Cossiga, che la definì “brutta, cattiva e cretina”, a Sgarbi e Berlusconi che la descrissero come “più bella che intelligente”. Una battuta davvero poco cavalleresca che il Cavaliere dispensò anche all'ex presidente del Piemonte Mercedes Bresso, “che quando si sveglia si guarda allo specchio e si rovina la giornata”.

Offese irreplicabili

Ma tra le offese peggiori restano quella all'ex ministro Cecile Kyenge, della quale il leghista Roberto Calderoli disse che “ha le sembianze dell'orango” e quella alla deputata Pd Ileana Argentin che, durante una seduta parlamentare, fu insultata dai banchi della Lega, in quanto disabile: “non date la parola a quell'handicappata del c....”. Insulti che tradiscono un animo greve e l'assoluta incapacità di confrontarsi con gli altri alla pari, ricorrendo all'offesa fisica come all'unica arma a disposizione per colpire il prossimo.

Ma un modo per neutralizzare questo tipo di attacchi forse c'è, e si chiama autoironia. Un esempio? Quando è nato il nipotino, Silvio Berlusconi si è rallegrato così: “finalmente uno più piccolo e più pelato di me”.


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