La cronaca e le immagini dell’orrore sono ovunque. Tutti sappiamo cosa succede in Siria. Prima d’interrogarsi sull’assuefazione alla morte e sull’indifferenza dell’Occidente nei confronti di una delle più gravi crisi umanitarie di questo secolo (cui sappiamo rispondere solo con un crescente fastidio per i migranti), vale la pena riflettere su cifre e statistiche che raccontano di un’ecatombe in corso di cui non conosciamo la reale portata, ma che in un modo o nell’altro coinvolgerà presto o tardi tutti noi.
Da notare, in mezzo a tutto questo orrore, che le Nazioni Unite il 17 agosto 2016 hanno annunciato per bocca dell’inviato speciale in Siria, Staffan de Mistura, che l’attività della task force umanitaria “è stata sospesa”, con ciò decretando il tramonto definitivo della credibilità di questa ormai impotente – e dunque inutile – istituzione, il cui Consiglio di Sicurezza sarebbe a questo punto quasi da considerare complice del disastro umanitario in corso, non meno dei fanatici jihadisti che hanno scatenato questo bagno di sangue.
 

 

I numeri dalla catastrofe
A marzo 2011, inizio della sollevazione popolare degenerata in guerra civile e poi in guerra internazionale, la popolazione siriana contava 21 milioni di abitanti. Dopo cinque anni, 6,5 milioni di siriani sono fuggiti dalle loro case ma sono rimasti intrappolati nel conflitto all’interno del territorio, mentre altri 4,8 milioni sono emigrati. Tra questi ulitmi, i più “fortunati” hanno trovato rifugio nei paesi confinanti: 2,7 milioni in Turchia, pari al 3,6% della popolazione turca; 1,2 milioni in Libano, pari al 22% della popolazione; 650mila in Giordania, pari al 10% della popolazione e 250mila in Iraq, pari allo 0,6% della popolazione, considerato però che anche l’Iraq è un paese in guerra.
 

Le persone che oggi richiedono assistenza umanitaria immediata in Siria sono invece 13,5 milioni: di questi, 4,5 milioni vivono in aree sotto assedio come nella città di Aleppo, nei territori controllati dallo Stato Islamico o in luoghi impossibili da raggiungere per via dell’inesistenza di strade o per i respignimenti ai posti di blocco.

Aleppo, città martire
 
A pagare il prezzo più alto della guerra non sono Raqqa o Mosul, le roccaforti dello Stato Islamico, ma la città di Aleppo, quasi cancellata dalla violenza del conflitto e dalla quantità di bombe riversate sopra di essa. Prendere Aleppo è oggi il primo degli obiettivi di ciascuna delle forze che si combattono, perché chi riuscirà a controllarla, potrà controllare anche i destini di una porzione significativa del territorio che un tempo fu siriano e che domani sarà spartito tra i belligeranti.

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Solo nell’assedio della città, ormai trasformatasi nella Stalingrado del Medio Oriente, dal 1 giugno al 15 agosto 2016 sono morte o rimaste gravemente ferite oltre 6mila persone e ben 2 milioni di abitanti della provincia non hanno più accesso all’acqua potabile. Sono 25 le strutture sanitarie danneggiate, di cui 4 ospedali e una banca del sangue. Nota a margine: quando si afferma che sono stati bombardati gli ospedali e ci si chiede chi possa essere stato, vale la pena ricordare che né lo Stato Islamico, né Jabhat Al Nusra, né i curdi, né l’Esercito della Conquista, né il Free Syrian Army o le altre milizie che si oppongono al regime di Damasco possiedono forze aeree (a buon intenditor…).

Il bilancio dell’orrore
 
In totale, dal marzo 2011 all’agosto 2016 nella guerra civile che ha sconvolto la Siria e buona parte del Medio Oriente sono morte 470mila persone, con l’11,5% della popolazione sterminata o ferita. A non avere più una casa dove restare o tornare è invece il 45% dei cittadini siriani. Mentre l’aspettativa di vita nel paese è crollata dai 70 anni del 2010 ai 55 anni del 2015.
 
Tutti questi dati si riferiscono ai morti di ogni fazione in lotta e sono stati registrati dalle Nazioni Unite fino all’annuncio che l’ONU avrebbe smesso di contare i morti a partire dal gennaio 2015. Il conteggio (che allora era fermo a 270mila morti) è proseguito solo grazie alla difficile opera dei vari osservatori internazionali e attraverso fonti dirette dei belligeranti.



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