Alla fine saranno gli Stati Uniti a coordinare l’intervento militare in Libia. L’Italia, che doveva essere la guida della coalizione internazionale, sta retrocedendo in seconda fila e potrebbe persino mancare l’appuntamento con la storia, quello cioè che dovrà accompagnare la creazione di una “nuova Libia”, a causa della propria ambigua posizione, come spesso accade quando si tratta di affrontare un intervento militare.

L’ambiguità del ruolo italiano si sostanzia tanto nelle dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, secondo cui “l’utilizzo delle basi italiane per i droni USA non è preludio a un intervento militare”, quanto nelle dichiarazioni del ministro della Difesa Roberta Pinotti secondo la quale “un intervento militare di occupazione del paese sarebbe impensabile”. Delle due l’una. O si fa la guerra o non la si fa. E l’Italia sembra aver adottato questa seconda linea, non si sa se per reticenza, per calcolo politico o se invece per inadeguatezza nell’approntare una strategia risoluta nell’affrontare il problema libico. Se la mossa fosse orientata a rispettare i dettami della Costituzione, si potrebbe anche plaudere alla linea del governo.

 Tuttavia, sinora la realtà ci mostra piuttosto un ingarbugliato limare di carte bollate tra Washington e Roma, per l’autorizzazione e l’ingaggio degli aerei da guerra americani nelle basi italiane, testa di ponte per la guerra asimmetrica di Washington contro il Califfato. Nel frattempo, però, gli alleati si muovono.

Le incognite della guerra
Gli americani compiono raid mirati contro gli uomini e le postazioni chiave dello Stato Islamico in Libia già da prima di febbraio, mentre corpi speciali francesi conducono operazioni militari segrete sul terreno (coordinando anche alcune milizie libiche, come riferiscono fonti da Sabratha). È anche così che l’Italia sta nei fatti perdendo la leadership di un intervento militare che – con buona pace del ministro Pinotti – è comunque in corso, sia pur secondo le forme e le modalità che Washington e Parigi hanno studiato separatamente.

Un intervento militare di occupazione del paese sarebbe impensabile Roberta Pinotti, ministro della Difesa
Un governo di unità nazionale in Libia?

Certo, il ruolo chiave dell’Italia è sempre stato in campo diplomatico e va dato atto al governo di aver lavorato sodo per avvicinare le parti in conflitto. Tuttavia, ormai rasenta l’accanimento terapeutico il voler insistere nel formare un governo di unità nazionale, quando le stesse autorità di Tobruk (le sole riconosciute internazionalmente, ma ostili agli islamisti della Tripolitania) sono divise e incerte sul buon esito delle trattative.

Si aggiunga che la formazione di un governo che non controlla materialmente il paese né dispone di un esercito in grado di fronteggiare le numerose minacce all’integrità libica, è un passaggio sì importante ma non certo risolutivo. Si pensi alla figura del generale Khalifa Haftar, capo de facto delle forze armate libiche ma inviso a buona parte dei politici e da non pochi tra i suoi stessi colleghi: la sua presenza nelle operazioni militari, anziché costituire una garanzia, alla lunga potrebbe essere controproducente, visti soprattutto gli scarsi risultati sul campo. Haftar, ad esempio, non è mai riuscito a prendere Bengasi, sebbene da oltre un anno abbia impegnato le truppe libiche su quel fronte.

La strategia americana
Haftar è un parto americano: il generale si è formato un consenso in America, dove è rimasto in esilio sino al 2011 operando per il Fronte nazionale per la salvezza della Libia (Fnsl), movimento di opposizione anti-Gheddafi considerato molto vicino alla CIA. E il presidente Obama lo ha incoronato come “partner efficace” il 28 maggio 2014 all’Accademia Militare di West Point.

 Il fatto è illuminante per comprendere la strategia di guerra americana per il Medio Oriente: niente “boots on the ground” dei soldati USA, ma solo un ruolo di coordinamento e supporto a truppe locali, da schierare e finanziare secondo le esigenze logistiche.

Potremmo definirla la “dottrina Obama” per il Dipartimento della Difesa: i suoi otto anni di presidenza degli Stati Uniti sono stati contraddistinti sin dall’inizio dalla volontà di non far vivere agli americani un’altra guerra fallimentare. Perciò il presidente ha optato per potenziare ogni tipo d’intelligence al fine di ottenere risultati “soddisfacenti” per l’opinione pubblica, come insegna l’episodio dell’uccisione di Osama Bin Laden ad Abbottabad nel maggio 2011.

In sintesi, l’ordine della Casa Bianca è sfruttare al massimo l’intelligence sul campo al fine di ottenere informazioni dai locali e procedere poi a killeraggi selezionatissimi con il solo utilizzo dei droni. Il senso non è mai stato sbaragliare le truppe avversarie – un fatto troppo rischioso, che in simili contesti (si veda l’Iraq) espone i soldati a contesti di guerriglia e a recrudescenze da parte dei locali sugli eserciti occupanti – ma piuttosto colpire i leader, in questo caso dello Stato Islamico, e decapitare così le sole teste pensanti, ovvero gli strateghi militari senza i quali le milizie sono impossibilitate a proseguire la guerra.

Che questa tattica sarà o meno vincente, lo dirà la storia. Che essa comporti uno sveltimento nelle operazioni per sconfiggere l’ISIS è chiaramente illusorio. Ma che questa “dottrina Obama” sia in già in atto nei vari teatri di guerra – dalla Siria all’Iraq, dalla Somalia alla Libia – è ormai un fatto assodato e celebrato internamente ai reparti d’intelligence d’oltreoceano, che nell’era Obama hanno conosciuto un potenziamento smisurato, se non eccessivo.

Il modus operandi francese
Diverso è il caso francese. “È possibile che alcuni governi stiano agendo senza aspettare l’invito formale e abbiano scelto di cominciare la guerra contro lo Stato Islamico in una forma meno ufficiale, come capita in questi anni di interventi non annunciati e di uomini in verde” scrive Daniele Raineri sul Foglio. Il riferimento è alle operazioni che Parigi ha autorizzato in Libia per sconfiggere l’ISIS. Come confermato dal quotidiano Le Monde, la Direzione generale per la sicurezza estera (DGSE, ovvero l’intelligence francese per l’estero) si muove dietro le linee di milizie locali per colpire a sua volta i comandanti dell’ISIS, e lo fa di concerto con Washington e Londra.

Se qualcuno ha gridato allo scandalo, deve ricredersi. Non c’è niente di strano sulla linea di condotta di Parigi, visto che i francesi sono di casa in Nord Africa e restano molto attivi nell’area, soprattutto da quando la guerra in Mali scoppiata nel 2012 ha richiesto un numero crescente di operativi nella regione.

 A dimostrare il loro attivismo e la collaborazione con il Pentagono, si può citare l’episodio di Sabratha: nella cittadina dell’ovest libico, il 23 febbraio scorso le milizie filo-ISIS hanno preso per qualche ora il controllo del quartier generale della sicurezza, prima di essere respinte dai soldati in una furiosa battaglia. La mancata occupazione definitiva da parte dei jihadisti, secondo gli analisti occidentali, sarebbe dovuta anche all’eliminazione avvenuta pochi giorni prima del tunisino Noureddine Chouchane, già attivo nel blitz del museo del Bardo di Tunisi, e ritenuto la mente del gruppo jihadista nell’area.

Conclusioni
Tutto ciò porta a ritenere due cose: la prima, che nel breve termine non vi saranno grandi sorprese in Libia, ma una lenta e lunga lotta contro i jihadisti, che seguirà il metodo del maggior risultato con il minor danno possibile. Il che esporrà la Libia a nuovi sacrifici e a una lunga agonia, prima che la situazione si possa considerare pacificata.

 La seconda, che l’Italia persegue una linea talmente cauta che il nostro governo potrebbe presto rimanere marginale nello scenario post crisi, pagando ciò che non ha pagato in termini di polemiche e contrarietà dell’opinione pubblica, nel momento in cui saranno decise le sorti di questo paese dilaniato dalla guerra civile.

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