Questione di genere: forse stiamo esagerando

Sia la Boldrini sia il gioco nella scuola di Trieste creano discriminazione, perché cancellano le differenze invece di rispettarle in un sano confronto

Riforme: voto alla Camera

La presidente della Camera Laura Boldrini in Aula durante il voto in seconda lettura sulle riforme costituzionali, Roma, 10 marzo 2015 – Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Che “strana paesa” è l’Italia, attraversata da scudisciate di ideologismo che non è più quello vetero-marxista da Pci ai tempi della Guerra Fredda, ma una specie di febbre “generica” che ci vuole tutti biologicamente uguali, maschietti e femminucce: ci distingueremmo in rosa e celesti non per certe quisquilie anatomiche vagamente difformi ma per il modo in cui saremmo educati.

Siamo infatti maschi e femmine se l’educazione è fascista. Siamo indifferentemente gli uni e le altre, o né gli uni né le altre, se l’educazione è corretta, moderna, vidimata da qualche saccente studiosa/o di psicologia dello sviluppo in salsa gender. Qualche “segnala” di tale febbre di genere l’avevamo avuta nei giorni scorsi.

1) La "presidenta" della Camera, Laura Boldrini, ha vergato una lettera con l’invito a stravolgere al femminile la lingua in uso a Montecitorio, per rispetto delle deputate.

2) La presidente del Consiglio Comunale di Bologna, Simona Lembi, in un’intervista al Corriere della Sera ha candidamente ammesso che nelle occasioni ufficiali canta l’inno nazionale al femminile: “Sì, è vero e ne vado fiera. Mi capita di iniziare l’incipit dell’inno con sorelle d’Italia”. Ancora non si avventura, la Lembi, a suggerire proposte di legge per cambiare il testo, ma partire con “sorelle d’Italia” le pare “un modo per riconoscere le tante donne che hanno reso migliore questo Paese”. E ancora siamo alla innocua boutade politica, forse neppure all’ideologia del genere ma a una forma puerile di femminismo.

Qualcosa di più surreale e clamoroso sta per succedere in Friuli Venezia Giulia, dove è in partenza un progetto “ludico-educativo” intitolato “pari o dispari, il gioco del rispetto”, che prevede fra l’altro, in bambini fra i 3 e i 6 anni, “l’esplorazione dei corpi dei compagni” e “l’ascolto del battito del cuore” per capire che “quanto si prova è uguale per maschi e femmine”.

I bambini potranno così verificare che ci sono, sì, “differenze fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale”, ma il successivo gioco del “se fossi” raddrizza la falsa impressione, facendo indossare a fanciulli e fanciulle costumi “diversi dal genere di appartenenza”. Cioè? Gonne da Biancaneve per i maschietti, stivali e mantelli da principe azzurro per le femminucce?

Ecco, sospetto che nel background di una certa incultura del gender, o dell’indifferenza di genere o sesso, ci sia lo spazio per giustificare il (mal)trattamento della donna in parte del mondo islamico. E ancora: se è l’educazione a definire le consuetudini e non il dna, e se tutte le religioni hanno pari dignità e non sussiste alcuna superiorità morale nel modello occidentale, si comprende come dobbiamo esser noi a convertirci all’Islam se vogliamo, per esempio, adottare bimbi musulmani (è quanto prevede la Convenzione dell’Aja sui minori, all’esame del Senato).

Per chi ama le parole, la ricchezza lessicale, le sfumature nella lingua scritta e parlata, creare una grammatica “politicamente corretta” sostituendo una vocale con un’altra sull’altare di un’ideologia astratta che non conosce l’italiano, per me è un orrore. Grammaticale e culturale. E il gioco del pari e dispari è in realtà discriminatorio, perché cancella le differenze invece di rispettarle e svilupparle nel confronto e nel rispetto reciproco.

PS: E poi, i maschi sono tutti uguali? Le femmine sono tutte uguali? E che cosa è preferibile, l’uguaglianza o la diversità? E come si può rispettare la diversità se non la si riconosce? E nel gioco della torre tra l’ideologia e il buonsenso, chi buttereste giù? Cari pedagoghi, giù le mani dai nostri figli (e figlie).  

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