Matteo Renzi, gufo di se stesso

Il presidente del Consiglio sembra aver capito che i tagli alla spesa sono necessari. Ma leggendo la Legge di Stabilità sembra di essere alle comiche

Il presidente del consiglio Matteo Renzi durante la conferenza stampa di presentazione della nuova agenda di Governo dei mille giorni a palazzo Chigi – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Adesso noi dovremmo essere soddisfatti, darci di gomito in redazione 
e idealmente con voi che ci leggete. Perché quattro giorni dopo aver 
denunciato in copertina, dati alla mano, l’incapacità del governo di
 attuare i tagli alla spesa previsti, lunedì 13 ottobre Matteo Renzi ha
 annunciato l’aumento della spending review nel 2015 da 10 miliardi 
scarsi a 16 miliardi. Avevamo scritto: «La strada per diminuire seriamente
le tasse e destinare fondi agli investimenti c’è, e Panorama la
 predica in maniera ossessiva: i tagli alla spesa pubblica».
 Beh, ci sarebbe di che essere contenti.

E invece mentre ascoltavamo 
l’ennesimo annuncio del premier, in redazione ci siamo
 guardati smarriti. Perché Renzi, soltanto il 7 ottobre, aveva spiegato 
che la manovra sarebbe stata di circa 23 miliardi (adesso è di 36) e che
i tagli non avrebbero raggiunto quota 10 miliardi (ora lievitati a 16). Il 
nostro smarrimento nasce dalla considerazione, suffragata da anni di 
esperienza, che la revisione della spesa pubblica è una cosa seria e non 
s’improvvisa: va pianificata nel tempo per avere risultati, altrimenti è una
 presa in giro. Esempio: si decide di abolire le 34 mila centrali di acquisto 
di beni e servizi per ridurle a 34 con l’evidente finalità di risparmiare. 
Peccato che questo provvedimento, il quale da solo potrebbe valere 
circa 13 miliardi (il comune X non potrebbe più comprare un computer,
 ma lo farebbe un unico ufficio istituito a livello centrale per tutti i comuni 
italiani, strappando condizioni e sconti assai maggiori dalle imprese
 che garantiscono le forniture), per produrre effetti già il prossimo anno 
doveva entrare in vigore a luglio scorso mentre è stato rimandato proprio 
dal governo (!) al gennaio 2015 per gli acquisti di beni e servizi e al 1° 
luglio 2015 per gli appalti sui lavori pubblici (!!).

Addirittura nel provvedimento
 di rinvio della presidenza del Consiglio si legge che «l’area 
vasta che avrà funzioni anche di centrale di committenza sarà operativa 
soltanto dal 1° ottobre 2015» (!!!). Non è finita. I comuni hanno già fatto 
sapere di volere una deroga per gli «acquisti in economia (sono quelli
 che non hanno bisogno di una gara d’appalto, ndr) fino a 40 mila euro
 e per interventi di somma urgenza» (!!!!).
Non voglio tediarvi oltremodo con i dannati punti esclamativi e mi 
fermo qui.

Di sicuro non sono queste le premesse per una spending
 review affidabile, qui siamo alle comiche. Ma l’annuncio sui 16 miliardi
 non è un episodio da trascurare politicamente. Ci dice che la realtà,
 cruda e crudele dei nostri conti, impone già a Matteo Renzi di cambiare
 metodo. Il premier che camminava tre metri sopra il cielo, il facilone che 
pensava di mettere tutto a posto con gli annunci è tornato sulla terra. Ha 
preso finalmente atto che le parole non bastano più nell’Italia disastrata 
e paralizzata; e che per ripartire la strada obbligata è quella di eliminare
 sprechi e mangiatoie come noi gufi gli ripetiamo da quando è arrivato 
a Palazzo Chigi senza alcun mandato popolare.
 Non è mai troppo tardi. Per fortuna, anzi, Matteo Renzi è diventato 
il gufo di se stesso. E questa sì che è una grande soddisfazione.  


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