Dalle pagine del Washington Post si ha notizia che la controversa agenzia d’intelligence americana CIA, Central Intelligence Agency, sta per lasciare la Siria, dov’era impegnata non ufficialmente nell’addestramento dei ribelli anti-Assad e nella co-gestione delle forniture militari alle cosiddette “opposizioni moderate”, insieme al Pentagono.

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Scrive il quotidiano della capitale che il presidente americano Donald Trump ha dato ordine di sospendere il programma segreto, che era in capo alla Divisione Operazioni Segrete dell’agenzia di Langley e aveva la sua base operativa in Giordania. Se le ragioni dello stop al programma non sono chiare, i risultati invece lo sono più che abbastanza.

Si sa, infatti, che il programma della CIA era stato voluto dall’ex presidente Obama allo scopo di allineare le unità combattenti anti-Assad al Consiglio Supremo Militare, un’organizzazione ombrello guidata da un ex generale siriano - il cui nome è dibattuto e resta coperto da segreto militare, per il momento - che era il principale destinatario del sostegno statunitense nella lotta per abbattere il regime di Damasco.


Ma quell’addestramento ha interessato in tre anni solo poche centinaia di unità di ribelli, a fronte di oltre 20 mila considerati vicini a Washington. La loro formazione era gestita da piccole squadre di operativi della Divisione Attività Speciali della CIA, un ramo paramilitare che si serve soprattutto di contractor e di ex membri delle forze speciali americane.

Secondo i funzionari anonimi che hanno riferito della maggior parte delle notizie sull’operazione, l’addestramento era di tipo rudimentale e in genere non si estendeva oltre le sei settimane.

Le incoerenze del quotidiano Usa

Per tali ragioni, sarebbe stato logico chiuderlo in ogni caso, senza una contropartita diplomatica con la Russia, come invece lascia intendere il Washington Post. Inoltre, si sarebbe trattato di "una formazione di base di fanteria", come dichiarato nel 2013 un ex ufficiale dell'intelligence. Ma la realtà sembra dire altro.

Dal 2014, infatti, il numero di manpads (Man-portable air-defense systems) ovvero lanciarazzi in grado di abbattere tank ed elicotteri di Damasco è cresciuto esponenzialmente, insieme alle capacità di offensiva dei ribelli. I quali, fino a che hanno ricevuto simili dotazioni e armamenti dal Pentagono via CIA, hanno potuto tenere testa efficacemente al governo di Assad, segnando importanti risultati sul campo. Tali, ad esempio, da costringere Mosca a inviare nell’ottobre del 2015 le proprie truppe in Siria.

Quei risultati sono stati vanificati al corrispondere non tanto e non solo dagli sforzi militari del Cremlino, quanto proprio dall’inversione di tendenza da parte del Pentagono, iniziata durante il caos della campagna presidenziale del 2016 e, a quanto pare, proseguita sino allo scoop del Washington Post con un allentamento delle forniture militari ai ribelli, deviate (ma non sospese) in favore dei curdi.

Se le ragioni apparenti di tale decisione indicherebbero la volontà di un progressivo disimpegno militare Usa dal teatro siriano, ci sono però altre possibili spiegazioni.

Un puzzle complicato

La decisione di chiudere il programma CIA sarebbe stata presa nella Stanza Ovale della Casa Bianca, dopo esser stata condivisa dal presidente Trump con il suo Consigliere per la sicurezza H. R. McMaster e il capo della CIA Mike Pompeo, alla vigilia della visita ufficiale in Germania (in occasione del G20), quando Trump si è incontrato personalmente con Vladimir Putin.

Logico dedurre che fosse un tentativo di avvicinare le posizioni americana e russa sul destino incerto della Siria. Soprattutto considerato il fatto che l’America questa guerra, almeno dal punto di vista militare, l’ha già persa (in tal senso la battaglia di Aleppo, dove i ribelli hanno patito la sconfitta più cocente, lo ha ben evidenziato). Mentre la Russia ha ottenuto tutti gli scopi che si prefiggeva e oggi non le resta che spartire le quote di minoranza delle province dove non è riuscita a estendere un protettorato, ovvero l’est e il meridione della Siria.

Il "favore" di Trump a Putin. Ma non solo...

Che Donald Trump abbia quindi voluto portare in dote a Vladimir Putin uno sganciamento progressivo del suo paese dalla Siria appare una verità parziale. Certo, la chiusura del programma CIA è una base di partenza per un dialogo più stringente e una dimostrazione di buone intenzioni da parte di Washington, soprattutto considerata la pessima reputazione dell’agenzia nelle operazioni segrete all’estero.

Ma, soprattutto, oggi c’è da gestire il dossier Raqqa, dove le forze americane sono in prima linea insieme alla forze arabo-curde: dopo che la città non sarà più la de facto capitale dello Stato Islamico, ci sarà da promuovere un accordo di massima (non basterà certo il cessate-il-fuoco in vigore al momento nel sud del paese) per regolare e gestire il post-catastrofe. E Washington non vuole farsi trovare impreparata o ritrovarsi senza sedia al tavolo delle trattative.

Le ambizioni degli Usa

L’Amministrazione Trump, infatti, è affamata di risultati, visto che sinora non ne ha colti di significativi. E Raqqa potrebbe essere uno di questi. Vale la pena ricordare come, nel recente viaggio di Trump in Arabia Saudita, il presidente abbia indicato con chiarezza una politica estera apertamente pro-sunnita e pro-Israele, in totale opposizione all’Iran baluardo dello sciismo e ai suoi alleati, tra i quali figura appunto la Russia.

Le forze sunnite, come noto, vogliono impedire che si realizzi il corridoio sciita che Teheran ha disegnato dall’Iran fino al Libano attraverso l’Iraq e la Siria. E Trump ha promesso loro che questo non accadrà.

Così, ad esempio, il segnale distensivo di allontanare i chiacchierati contractor a libro paga della CIA fa il pari con le truppe speciali dell’esercito americano inviate nelle ultime settimane a sostegno delle milizie arabo-curde per l’assedio di Raqqa.

Il rompicapo siro-iracheno, in sintesi, è foriero di giravolte improvvise e improvvisate, che non devono essere lette per forza con la logica e la linearità descritte dal Washington Post. Il presidente Trump e i suoi consiglieri possono anche non sapere esattamente cosa stanno facendo, ma di certo non lasceranno la Siria al “nemico”.

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