Corea del Nord, vita quotidiana
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Perché gli Stati Uniti non attaccano la Corea del Nord

La reazione di Pyongyang causerebbe a Seul un altissimo numero di vittime civili. Anche le altre opzioni belliche "limitate" sono troppo rischiose

Davanti alla Corea del Nord e alle continue provocazioni e minacce di Kim Jong-un, quali sono le vere opzioni di Trump e del Pentagono?

Mark Bowden su The Atlantic in giugno ne ha proposte e analizzate quattro - [l'articolo di Bowden ripubblicato da Defense One]

  • Un attacco globale contro la Corea del Nord che elimini l'arsenale di armi di distruzioni di massa (nucleari, chimiche ecc), abbatta i vertici politici dello stato e distrugga l'esercito.
  • Un attacco convenzionale limitato (o una serie ripetuta di attacchi limitati) attraverso l'impiego dell'aviazione, della marina e delle forze speciali su alcuni bersagli specifici;
  • Assassinare Kim Jong-un e i collaboratori più stretti;
  • Assecondare Kim Jong-un permettendogli di sviluppare le armi che vorrebbe avere e nel frattempo raffinare gli sforzi per contenerne le ambizioni.

Non ci sarà un attacco americano "preventivo"

Gli osservatori sono abbastanza d’accordo che la via dell’attacco preventivo americano sulla Corea del Nord sia assai improbabile: sarebbero troppi i rischi e i danni causati dalla immediata ritorsione dell’esercito di Pyongyang sulla Corea del Sud (e forse anche sul Giappone).

In particolare, fa impressione quel che scrive per esempio Motoko Rich sul New York Times del 5 luglio. Anche mettendo in conto che Kim Jong-un agisca in modo (semi) razionale e non metta in azione immediatamente le sue armi nucleari (l’efficacia dei missili che dovrebbero trasportarle ancora non è chiarissima, tra l’altro) l’esercito di Pyongyang potrebbe comunque causare molte vittime e danni catastrofici in Corea del Sud anche limitandosi a usare le armi convenzionali: situazione che gli Stati Uniti non potrebbero giustificare davanti agli alleati che verrebbero così "sacrificati".

Rich ci ricorda che a 30 miglia dal confine demilitarizzato fra Nord e Sud comincia la megalopoli che fa capo a Seul, che termina a 70 miglia a sud del confine. A Seul vivono 10 milioni di persone e entro 50 miglia dalla frontiera vive la metà degli oltre 50 milioni di sudcoreani.

La Corea del Nord ha ottomila cannoni sul confine della zona demilitarizzata con un arsenale di 300mila proiettili. E anche se in parte questi cannoni hanno una gittata limitata, Pyongyang ha due sistemi capaci di colpire sicuramente e immediatamente i sobborghi nord di Seul e uno, un lanciatore di missili da 300 mm in grado di andare ben oltre il centro della metropoli.

Rich cita uno studio del Nautilus Institute for Security and Sustainability, secondo il quale durante ogni ora della contro-risposta Usa e sudcoreana il Nord perderebbe circa l'1% della sua artiglieria. In un giorno sparirebbe poco più di un quinto di questo arsenale convenzionale.

Le vittime civili

Nonostante la velocità con cui risuscirebbero a colpire gli alleati, il numero delle vittime di una reazione (anche se "limitata") da parte di Pyongyang - che dipenderà dal grado di preparazione di Seul e dalla capacità di procurare adeguati ricoveri di protezione per i civili - viene stimato dal Nautilus Institute in almeno 60mila militari nel solo primo giorno di guerra. Altri studi citati da Rich stimano almeno 300mila civili morti nei primi giorni del conflitto, se i nordcoreani decidessero di prendere di mira zone urbane densamente popolate.

Uccidere Kim? Guerra sicura

Anche altre opzioni di azioni limitate rischiano di portare immediatamente a una guerra totale. Un attacco alle linee di comunicazione di Pyongyang o un azione di commando del Nord nei porti sudcoreani, potrebbe essere interpretato come preludio di un attacco più intenso, avviando così l'escalation verso il conflitto generalizzato. Anche ogni sospetto di azione per decapitare il vertice nordocoreano causerebbe la reazione immediata e disperata di Kim, che probabilmente, dice Rich, non esiterebbe a usare le armi nucleari e chimiche.

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