"Santa Madre Teresa di Calcutta è un simbolo universale, amata da credenti, non credenti, diversamente credenti. È assurdo che sul suo sari bianco a strisce celesti ora si debba pagare una tassa". Si indigna ad alta voce il cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi alla notizia che il tipico abito delle Missionarie della Carità sia diventato un marchio registrato sottoposto a copyright su decisione della casa generalizia di Calcutta.

Un provvedimento, mai adottato per gli abiti talari dei religiosi e delle religiose della Chiesa cattolica, che ora imporrà di pagare una tassa a chi per qualsiasi motivo (iniziative umanitarie, foto, film, libri..) usi il sari delle Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa di Calcutta premio Nobel per la pace, canonizzata lo scorso anno da papa Francesco come simbolo dei poveri del Giubileo della Misericordia. "È la prima volta che sento una cosa del genere che non fa certamente onore alla memoria della Santa. Una iniziativa commerciale discutibile ed inopportuna che non deve assolutamente andare avanti. Ma credo che, malgrado la decisione presa dalla sede di Calcutta delle Missionarie non avrà un seguito pratico", ragiona Saraiva Martins che come Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, è stato il firmatario dei decreti di eroicità delle virtù che hanno spalancato le porte alla venerazione di Madre Teresa.

In Vaticano il porporato non è il solo a criticare l'iniziativa. Anche tra i più stretti collaboratori del Papa c'è delusione e irritazione. Per cui non è escluso che qualche altolà presto possa arrivare dai Sacri Palazzi, per un "copyright che di fatto sporca l'immagine stessa della suora e di tutte le sue consorelle”, lamenta Saraiva Martins.

L'operazione commerciale

Ma in attesa che il Vaticano, su decisione di papa Francesco, possa intervenire il sari bianco con il caratteristico bordo blu che copre il capo e tutto il corpo delle Missionarie della Carità ora è un marchio registrato sottoposto a tutela per qualsiasi forma di uso. Un vincolo commerciale che stride con la scelta preferenziale dei poveri tra i più poveri fatta da Madre Teresa perchè la tipica veste indiana, che le Missionarie della Carità hanno adottato in ogni parte del mondo dal 1950, ha ottenuto il riconoscimento della "proprietà intellettuale" da parte delle autorità indiane su richiesta della congregazione fondata dalla santa a Calcutta. La notizia è stata rivelata da AsiaNews, agenzia stampa missionaria del Pime, riportando le parole di Biswajit Sarkar, rappresentante legale delle suore, il quale ha riferito che il "Trade Marks Registry del governo dell'India ha permesso la registrazione del copyright" per il sari teresiano.

Una decisione, questa, presa lo scorso anno, in pieno Giubileo della Misericordia tenuta nascosta per ovvii motivi. Ma che è stata resa nota solo qualche giorno fa davanti “al perpetrasi di abusi sull'abito”, si è giustificato il legale che ha infatti spiegato che le pratiche per il riconoscimento sono iniziate nel 2013; dopo "un rigido esame delle procedure legali", è stato accordato in concomitanza con la canonizzazione della "Madre dei poveri", avvenuta il 4 settembre 2016 in Vaticano. Sarkar ha spiegato ancora che le Missionarie non amano "la pubblicità e per questo non avevano reso pubblica la notizia. Ma dal momento che si assiste ad un uso improprio e senza scrupoli dell'abito, vogliamo far sapere alle persone che il marchio è registrato". Difesa poco convincente di un passo dal sapore tutto commerciale che non è piaciuto per niente all'entourage di papale.

Gli abiti religiosi: un valore

Nella Chiesa non era mai successa una cosa del genere che, a quanto sembra, ha preso di sorpresa anche la Casa generalizia italiana della Missionaria della Carità dove nessuno sa della storia del copyright sul loro sari. “Non si tassano gli abiti religiosi” spiegano alle Congregazioni vaticane dei Santi e dei Religiosi, perchè sono simboli universali aperti a tutti sui quali non è possibile immaginare che si possano mettere vincoli per scopi di lucro.

Da sempre la veste di ordini religiosi o degli ecclesiastici ha rivestito una grande importanza. E ad ogni saio, realizzato sulla base delle indicazioni religiose di ciascun ordine, è associato un significato. Nel caso delle suore di Madre Teresa c'è il bianco che rappresenta la purezza, e le strisce blu che richiamano il colore della Madonna e i tre voti di povertà, castità e obbedienza.

Anche la veste bianca del Papa ha la sua storia: secondo la tradizione il primo ad indossare questo abito fu Papa Pio V che arrivato sul soglio pontificio nel 1566 non volle abbandonare il saio bianco del suo ordine religioso, quello dei domenicani. San Francesco d'Assisi - riferiscono le fonti francescane - non indossò un abito di sacco qualsiasi ma avrebbe indicato con cura la forma del saio dei frati minori che, aperto, riproduce infatti la forma di una croce o di un "tau".

Tornando alle suore, i vari ordini sono riconoscibili proprio dall'abito o dal velo, come quello delle brigidine, nero con una croce bianca cucita sopra. Le carmelitane nel XVII secolo scelsero invece come segno distintivo la "alpargatas", i sandali che calzavano i poveri in Spagna. Poi trasformati dal mondo della moda nelle espadrillas, vendute oggi non solo in Spagna ma in tutto il mondo. Ma questa è un'altra storia, tutta commerciale sulla quale le carmelitane non hanno avuto niente a che fare. Ora è la volta del sari delle Missionarie della Carità a suscitare gli appetiti di qualche “devoto” privo di scrupoli.

Ma Papa Francesco non starà a guardare, parola di Josè Saraiva Martins, il cardinale firmatario delle virtù di Santa Madre Teresa di Calcutta, simbolo universale del riscatto dei poveri di tutto il mondo.

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