Lenovo-Vibe
Smartphone & Tablet

Lenovo, i telefonini Vibe arrivano in Italia

Saranno lanciati in Europa Occidentale nel prossimo anno fiscale, che inizia ad aprile. Lo svela Gianfranco Lanci in un’intervista esclusiva a Panorama

Un ciclone sta per scuotere la già irrequieta arena italiana degli smartphone: nei prossimi mesi arriveranno sul nostro mercato i telefonini «Vibe» della Lenovo. Non un produttore qualunque, ma il numero quattro al mondo nei cellulari, il leader globale nei computer, deciso ad aggredire con forza l’Europa occidentale dopo aver fatto un solo boccone di due storici giganti americani: la Motorola, comprata da Google, e quasi tutta la parte hardware dell’Ibm, da cui ha rilevato prima la divisione dei pc, più di recente quella dei server.

Nella cabina di comando di quest’agguerrita, incontenibile armata d’Oriente (Lenovo è di origine cinese) attiva in oltre 160 Paesi, nel ruolo di presidente mondiale, c’è un italiano: Gianfranco Lanci. Che ha scelto Panorama per svelare in anteprima e in esclusiva alcuni dei suoi piani futuri: «Nel corso del prossimo anno fiscale, che inizierà ad aprile 2016, entreremo in tutte le grandi catene anche con la serie Vibe dei nostri smartphone.

Sono in corso trattative con gli operatori mobili per proporre in modo serio, massiccio, i nostri prodotti» scandisce Lanci. Che non si sbilancia ancora sulla data precisa del debutto, né può ufficializzare le altre nazioni coinvolte, sebbene è verosimile presumere che nella lista degli obiettivi rientrino Francia, Spagna, Inghilterra e Germania. L’Italia, comunque, ci sarà di certo.    

I dispositivi della linea Vibe, tanto potenti quanto affidabili ed economici, affiancheranno quelli targati Moto, già disponibili nel nostro Paese. «Allargheremo l’offerta per coprire tutte le fasce del mercato: Moto si rivolge a quella medio-alta, Vibe alla medio-bassa. Miriamo, entro due anni, a raggiungere il terzo posto mondiale nel settore». Un altro podio, dopo la terza piazza conquistata nei tablet e nei server e la vetta assoluta nei pc, occupata da undici trimestri consecutivi.

Un abbonamento ai primati che ha per artefice uno dei pochi nomi tricolore di punta nel panorama della tecnologia, un Marco Polo che per due volte ha conquistato la Cina: Lanci, una laurea in ingegneria al Politecnico della sua Torino, 17 anni di carriera nella Texas Instruments, vanta un cursus honorum travolgente in Acer, che lo ha portato fino alla carica di ceo globale nel 2008. Sotto la sua guida il costruttore taiwanese è diventato il numero due nei computer e ha chiuso tre bilanci consecutivi con fatturati da record. Il passaggio in Lenovo risale al 2012, prima come presidente dell’area Emea (Europa, Medioriente e Africa), da marzo del 2015 di tutti i continenti.

Lanci vive perennemente in viaggio tra Pechino e gli Stati Uniti, senza mai sedersi troppo a lungo dietro la stessa scrivania né sugli allori, preferendo la comodità del buon senso: «Se gestisci una compagnia di queste dimensioni, è fondamentale l’apertura mentale. La capacità di adattarsi agli altri, di cercare di capirli. Sarebbe arrogante credere il contrario. Come dimenticare che il business è questione di risultati: puoi predicare bene quanto vuoi, ma alla fine devi raggiungerli» racconta in una saletta privata dell’Aquaknox, ristorante chic di Las Vegas e suo quartier generale durante il Ces, la fiera dedicata alla tecnologia più importante al mondo.      

Perché avete aspettato fino al 2016 per portare gli smartphone Vibe in Italia?

Cerchiamo di procedere gradino per gradino, un passo alla volta. È così che siamo diventati parecchio forti in Russia, Medioriente e Africa.

Il nostro è un mercato già saturo. Perché i consumatori dovrebbero scegliere Lenovo?

Sono preparati. Possono capire in cosa sappiamo fare la differenza: un display resistente, una durata generosa della batteria, lo stato dell’arte della fotocamera e il peso cruciale dell’audio accanto ai video.

A fare le spese di questa strategia sembra essere Motorola. Vi hanno accusato di avere ucciso un brand storico, un’icona della cultura pop.

È vero l’opposto. Moto non è altro che un suo sinonimo, una sua abbreviazione, un modo per comunicare il marchio in maniera giovane e contemporanea. Inoltre Motorola rimane il motore della progettazione, del design e della produzione dei nostri smartphone.

Che da quest’estate saranno i primi ad avere a bordo Project Tango (vedi box a parte, ndr).

Lavoriamo con Google da tre anni per un’applicazione del 3D che possa essere davvero utile agli utenti. È intuitiva, immediata, non impone di indossare caschi o occhiali.

L’opposto della realtà virtuale e di quella aumentata.

Già. Tutto vive all’interno dello schermo del cellulare, il dispositivo che ciascuno di noi usa ogni giorno. Potrà fornire indicazioni per orientarsi dentro gli edifici o prendere le misure di un oggetto. Sarà una rivoluzione.

L’ennesima bastonata ai pc, che non smettono di perdere centralità.

Non stanno morendo, stanno cambiando, come Lenovo stessa ha saputo dimostrare. Non ha senso restare ancorati all’idea del notebook o del desktop tradizionale. S’impongono forme ibride, come i nostri YOGA, i primi pc convertibili a ruotare a 360 gradi, oggi copiati da tutti i nostri concorrenti. Saranno tra i protagonisti quando i display potranno piegarsi su sé stessi o arrotolarsi. Quando un qualsiasi gadget tecnologico tascabile si trasformerà in un computer.

Che ruolo potete giocare in questo processo?

Molti player stanno uscendo, noi non ci fermeremo. A cominciare dal mercato dei pc: abbiamo oltre il 20 per cento, puntiamo a crescere fino al 30 in due anni.

Tanto dipenderà dalle sue strategie. Come ha conquistato la fiducia dei cinesi?

Forse con l’attenzione continua ai dettagli dei prodotti. Sono un ingegnere, è nel mio Dna. I manager tendono a guardare le cose da 10 mila metri di distanza. Io sono coinvolto nelle scelte minime, di continuo.

A proposito di distanze, come appare l’Italia vista da lontano?

Frenata da un eccesso di burocrazia. Persino a Pechino ce n’è di meno. Manca la certezza delle regole, che rappresenta una necessità dal punto di vista imprenditoriale. Ci stiamo avvicinando a nazioni del Sudamerica come il Brasile o l’Argentina: abbiamo cultura e talenti, però siamo soffocati dall’immobilismo. Mentre gli altri avanzano, sprechiamo il nostro potenziale.

Almeno in modo simbolico, lei va controcorrente. Investe nel nostro Paese.

In piccolo, per pura passione. Nel 2010 ho comprato una cantina: produciamo ed esportiamo 65 mila bottiglie l’anno di una certa qualità. Per metà sono di barolo.

In Cina non si beve buon vino?

Se ne trova di ottimo, anche francese e americano. Bisogna solo essere abili a distinguere tra quello vero e quello finto. Come negli affari, è tutta questione di dettagli.

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