Nel giorno del settentesimo compleanno di David Gilmour vi riproponiamo la nostra intervista realizzata lo scorso settembre a Verona. Faccia a faccia con un mito.

Mia moglie sostiene che a questo punto potrei comunicare anche senza parole, solo con le note della chitarra». Sono bellissimi visti da vicino David Gilmour e Polly Samson. Lui, occhi di ghiaccio, ha il carisma di chi ha fatto la storia della musica, lei illuminata da uno sguardo magnetico e da un sorriso che abbaglia. Arrivano puntualissimi nell’albergo veronese dove Panorama li attende per l’intervista: teneri, divertiti, complici. Una complicità umana che è diventata anche artistica da quando Polly, giornalista e scrittrice londinese, si è messa a comporre testi sulle musiche del compagno (per gli ultimi due album dei Pink Floyd, ma anche per quelli di Gilmour solista, come il recente Rattle that lock).

Dall’ultimo disco senza i Pink Floyd, On an island, sono trascorsi nove anni. «La prossima volta ne lascerò passare dieci, è una promessa» sottolinea. «Il mio antidoto alla velocità disumana di questo tempo è avere rispetto per quel che conta davvero nella vita. Un sms può attendere, un sorriso a chi vuoi bene, no».  

1967-2015, ovvero 48 anni di canzoni e concerti e un’aura leggendaria che avvolge i Pink Floyd e il suo modo, inimitabile, di esprimere emozioni e stati d’animo con la chitarra. Dia un voto alla sua vita.
Dieci e lode. Certo, ci sono aspetti ineluttabili della condizione umana: nessuno è esente da dolori, lutti e ansie. Detto questo, la mia vita è stata ed è un viaggio straordinario nella gioia. Per ragioni professionali e umane, e lo dico qui, a due passi dalla donna della mia vita.

Che cosa le ha regalato essere una leggenda vivente della musica contemporanea?
La più assoluta autodeterminazione: vivo assecondando i miei desideri.  Quelli artistici prendono forma in in luogo chiamato Astoria, una casa galleggiante del 1911 sul Tamigi. L’ho acquistata
e trasformata in studio di registrazione. Se mi viene un’idea anche nel cuore della notte ci vado, accendo le luci e mi perdo nella bellezza del suono. La canzone è il mezzo espressivo più libero e autentico del mondo. Posso ispirarmi a un quadro, a una donna, a un colore, a un fatto di cronaca. Siamo soli: io e la mia fantasia. Nessun capufficio, nessun orario, nessuna burocrazia. Credo sia il privilegio più grande.

Boat lies waiting, uno dei brani del nuovo disco è un tributo al suo amico e compagno d’avventura nei Pink Floyd, Richard Wright. Ha fatto i conti con quella perdita?
All’inizio (Wright è morto nel 2008 per un tumore, ndr)ho sentito un dolore insopportabile per la perdita dell’uomo, dell’amico. L’ho portato in tour con me fino quando ne ha avuto la forza. Suonava ogni sera come se quello fosse l’ultimo concerto della sua carriera. Era felice e strenuamente attaccato a quel che gli rimaneva da vivere. Non guardo mai il dvd di quei concerti: mi si stringe il cuore. Quando Richard non era su un palco, viveva nelle acque del Mediterraneo sulla sua adorata barca a vela. Navigava sensa sosta e, a volte, anche senza meta. Uno spirito libero.

Sulla vostra totale complicità artistica sono stati scritti fiumi di parole. Che cosa vi legava?
Il fatto che non avessimo bisogno di parlare. Il nostro mezzo di comunicazione in studio era la telepatia. Pensavamo alle stesse note senza mai dircelo, una magia. Ci siamo un po’ persi di vista quando Roger Waters (bassista, cantante e fondatore dei Pink Floyd,ndr) decise di estrometterlo da The Wall. Acqua passata... Quel che mi è molto chiaro e che con nessun musicista al mondo ritroverò quell’armonia. Ho provato a suonare con altri tastieristi, ma non c’è niente da fare: Richard è insostituibile.

In Rattle that lock spicca la presenza del Liberty Of Choir, un coro composto da detenuti della prigione inglese di Wandsworth.
Provi a immaginarmi in una stanza grigia di cinque metri intento a cantare il Gloria di Vivaldi con un gruppo di carcerati protagonisti di un progetto di riabilitazione sociale. Non avrei mai pensato di tornare in quella prigione. Lì è stato rinchiuso per mesi mio figlio, Charlie, condannato per gli scontri in piazza a Londra durante le proteste per l’aumento delle tasse universitarie. Vederlo dietro le sbarre è stato uno choc. Ma non l’ho giudicato: era detenuto per aver detto no a un’ingiustizia, per avere sostenuto che l’accesso allo studio non può essere un’esclusiva di chi ha più soldi.

Se non avesse fatto parte dei Pink Floyd in quale altra band avrebbe voluto essere?
Sicuramente nei Beatles: tutto quel che so della musica l’ho imparato da loro.                                                        

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