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Uscita dall'euro: perché ci renderebbe più poveri

Le conseguenze dell'abbandono della moneta unica sull'economia e sul portafoglio degli italiani

– Credits: Carlo Carino/Imagoeconomica

Usciamo dall'euro subito, o al più presto possibile. Oltre a esser uno slogan della campagna elettorale in corso, il progetto di portare il nostro paese fuori dalla moneta unica si è fatto strada negli ultimi anni in una vasta parte dell'opinione pubblica. Ecco qualche ragione per pensarla diversamente.

EXPORT

Innanzitutto, vale la pena fare qualche considerazione sulla bilancia commerciale. Si dice sempre che l'uscita dall'euro e l'adozione di una moneta deprezzata favorirebbe le esportazioni italiane, visto che i nostri prodotti verrebbero venduti a prezzi più competitivi sui mercati internazionali. Verissimo, almeno nel breve termine. Bisogna ricordare, tuttavia, che il sistema industriale del nostro paese ha subito nell'ultimo quindicennio una trasformazione profonda. Negli anni '90, la maggiore voce dell'export italiano era rappresentata da produzioni di medio-basso livello, in particolare nei settori dell'abbigliamento e delle calzature, che avevano un saldo commerciale positivo tra 12 e 20 miliardi di euro. Nel 2011, questo valore si era ridotto invece a 13 miliardi. Nello stesso tempo, però, il nostro paese ha visto crescere le esportazioni di prodotti meccanici e di macchinari, il cui saldo commerciale è salito da un attivo di 22 miliardi di euro del 1995 fino ai 57 miliardi del 2011. L'export italiano è trainato per lo più dai macchinari destinati all'industria, che si sono affermati sui mercati internazionali per la loro qualità e non per il fatto di essere venduti a basso prezzo. La meccanica è un segmento del made in Italy che non ha tanto bisogno di una moneta svalutata per recuperare competitività, avendo raggiunto livelli di eccellenza in produzioni di altissimo livello, destinate anche ai paesi emergenti.

MATERIE PRIME

L'effetto sicuro di un'uscita dall'euro e dell'adozione di una moneta svalutata sarebbe invece un aumento del costo delle materie prime che, nel nostro paese, sono praticamente assenti e che vengono pagate in una valuta straniera, il dollaro. Tralasciamo pure gli effetti che un ritorno alla lira avrebbe sul prezzo della benzina sborsato dai consumatori finali, il quale dipende in gran parte dalle accise (cioè dalle tasse). Vale la pena, invece, sottolineare le conseguenze che l'uscita dall'euro potrebbe avere sul sistema economico italiano nel suo complesso, proprio a causa del rincaro delle commodities. Negli ultimi 15 anni, purtroppo, il nostro paese ha fatto ben poco per cercare di raggiungere l'autosufficienza energetica. Nel 2011, infatti, la bilancia commerciale italiana nel segmento delle materie prime energetiche e dei minerali ha registrato un saldo negativo di ben 68 miliardi di euro, superiore di quasi sei volte rispetto ai 10-12 miliardi di passivo del quinquennio 1990-1995. Se vi fosse una svalutazione della moneta, questo dato peggiorerebbe ulteriormente.

DEBITO PUBBLICO

Attualmente, il debito pubblico italiano è completamente denominato in euro. Cosa accadrebbe se il nostro paese abbandonasse la moneta unica? C'è chi dice che l'Italia, essendo uno stato sovrano, avrà la piena facoltà di convertire l'intero debito in una nuova divisa svalutata (lex monetae). Bisogna calcolare, però, quali sarebbero le ripercussioni a livello internazionale di questa decisione, visto che una parte del nostro debito è detenuto da stranieri, che certo non digerirebbero volentieri una decisione di questo tipo. Inoltre, un interrogativo è d'obbligo: cosa accadrebbe invece ai debiti in euro, contratti dalle banche italiane e dalle imprese private sui mercati internazionali? Nel caso adottassimo una moneta svalutata, c'è il rischio concreto che molte aziende indebitate si trovino a dover affrontare oneri maggiori.

RISPARMI, SALARI E CAPITALI

Nell'ipotesi si un abbandono della moneta unica, bisognerebbe mettere in atto misure efficaci per evitare una fuga dal nostro paese dei capitali finanziari, che oggi sono molto più mobili rispetto a venti anni fa. Non appena avranno il sentore del ritorno a una lira svalutata, molti investitori italiani saranno infatti spinti ad acquistare attività finanziarie denominate in valuta estera, per preservare o aumentare il valore della propria ricchezza. Per arginare la fuga dei capitali, la Banca d'Italia (se riacquistasse le leve della politica monetaria) potrebbe ovviamente alzare i tassi d'interesse (nel 1992, ai tempi dell'ultima svalutazione della lira, il costo del denaro tocco' un massimo del 15%). Un aumento dei tassi avrebbe però effetti negativi sul costo del debito pubblico e privato. Basti ricordare che oggi il Tesoro italiano, per pagare gli interessi sul debito, spende circa il 5% del pil, contro il 12,3% del 1993. Inoltre, se vi fosse un aumento dei tassi, anche il costo dei mutui (almeno di quelli nuovi) salirebbe sensibilmente: nel 1997, chi si indebitava per comprar casa pagava in media una quota di interessi di oltre il 10% sul capitale preso a prestito, contro il 3,7% di oggi.

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