Economia

Cina: perché l'economia rallenta e il resto del mondo non può farci nulla

Alla vigilia dell'approvazione del nuovo piano quinquennale, ci si interroga sull'impatto di interessi e priorità cinesi sull'economia internazionale

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Il presidente cinese Xi Jinping – Credits: Toby Melville - WPA Pool/Getty Images

Che la Cina cresca al 6, al 7, o anche al 5 per cento poco importa. Quel che conta è capire che cosa sta succedendo nella Repubblica popolare e in che direzione sta andando il Paese. 

Gli ultimi dati sull'economia e il fatto che Pechino stia definendo proprio in queste settimane il prossimo piano quinquennale, vale a dire la strategia che mette nero su bianco obiettivi, interessi e priorità economiche per il periodo 2016-2020, rappresentano certamente un buon punto di partenza per capire come si sta muovendo questa nazione.  

Perché l'economia cinese continua a rallentare

Dopo aver parlato di esportazioni che non crescono come dovrebbero, di città fantasma, di aziende statali poco produttive, di forte contrazione delle importazioni, è difficile essere sorpresi dall'annuncio di un'economia nazionale assestatasi su un tasso di sviluppo inferiore al 7 per cento. Del resto, abbiamo anche già parlato del fatto che nella stessa Cina circolano previsioni ancora meno incoraggianti, che stimano l'incremento del Pil nell'ordine di un 5,5/6 per cento, valore ancora più lontano dall'attuale 6,9. 

L'economia della Repubblica popolare sta frenando per tanti motivi diversi. Anzitutto perché sapevamo tutti fin dall'inizio che l'anomalia dei decenni di sviluppo a doppia cifra non sarebbero potuta durare per sempre. In secondo luogo, che lo si voglia ammettere o no, dagli anni '80 ad oggi il Partito ha commesso tanti errori. E oggi, in un contesto di crescita rallentata anche dalle conseguenze dalla crisi economica internazionale, i nodi sono venuti al pettine. E il sistema economico cinese, per sopravvivere, deve essere riformato. Profondamente.

Riforme e prospettive future

Prima di provare a indovinare quali potrebbero essere le priorità del prossimo piano quinquennale,  è utile sottolineare che le prospettive di lungo periodo per la Cina non sono certo negative. Lo dimostra uno studio realizzato dall'Università di Oxford e ripreso da Statista, che elenca quali saranno le città che più contribuiranno al Pil globale nel 2030. Ebbene, tra le prime 15 ben nove sono cinesi. Una previsione di questo tipo non induce certo a pensare che la Cina sia davvero in difficoltà. Il problema è che Pechino ha bisogno di tempo per riformare la sua enorme macchina politica e economica, e come insegna la storia, i periodi di transizione sono pieni di ostacoli.

Il 13esimo Piano Quinquennale

La prossima settimana gli occhi di tutto il mondo saranno di nuovo puntati sulla Cina e sul nuovo piano quinquennale che il Paese dovrà approvare. A questo proposito, i leader cinesi hanno detto solo due cose: che l'economia va "trasformata", e che deve essere lasciato abbastanza spazio al mercato per giocare un "ruolo decisivo" nella stessa. 

Si tratta di due slogan molto generici, che naturalmente sono già stati interpretati in tanti modi diversi. C'é chi ha sottolineato la necessità di superare questa fase di impasse promuovendo i consumi interni, ma per un paese in cui risparmiare è virtuoso, oltre che doveroso, ottenere questo risultato implica rivoluzionare la mentalità di un miliardo e mezzo di persone. C'é chi enfatizza la necessità di un upgrade industriale, ma anche questo richiede capitali, tecnologie e capacità, che di certo non possono arrivare e dare frutti in Cina in 48 ore. C'è infine chi ha messo in evidenza l'urgenza di smantellare un sistema troppo controllato dallo Stato ma, ancora una volta, sappiamo bene che i tempi per ottenere risultati significativi anche da questo punto di vista non possono che essere lunghissimi.  

Priorità cinesi e equilibri mondiali

Efficienza, dinamismo, competitività, privatizzazione, ridistribuzione dei redditi, potenzialemto dello stato sociale sono forse le priorità più importanti per l'attuale leadership cinese, che tuttavia deve fare i conti anche con le pressioni che arrivano a livello di politica ambientale e demografica. Insomma, è ragionevole aspettarsi che il Paese rimarrà concentrato su se stesso, almeno per un po', altrimenti non riuscirà mai a risolvere tutti i suoi problemi. 

Se pero' consideriamo che la Cina contribuisce per il 32 per cento al Pil mondiale e per il 30 alle spese di capitale globali, allora è chiaro che le scelte che prenderà la Repubblica popolare avranno un impatto significativo sul reso del mondo. In quali termini è ancora difficile stabilirlo, e naturalmente non tutti i paesi e non tutti i settori al loro interno verranno influenzati alla stessa maniera. Tuttavia, con la consapevolezza che tanto non possiamo cambiare nulla perché la Cina ormai non può più permettersi di aspettare (e perdere) altro tempo, l'unica cosa che ci conviene sperare e che questa transizione sia rapida ed efficace. Perché solo a queste condizione potremmo ridurne l'inevitabile impatto negativo e cominciare (il più presto possibile) a goderne i vantaggi che certamente ne deriveranno.


 

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