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Libri

Italo Calvino e Le Città invisibili raccontate dall’autore

Nella raccolta di interviste autobiografiche, Sono nato in America, Calvino svela segreti sull’origine e su come deve essere interpretato il mondo delle città racchiuso nella sua opera

In questa rubrica ci occupiamo di città. Vere, certo... ma oggi parliamo di quelle “invisibili” di Italo Calvino. Non posso non condividere con voi quanto ho scoperto solo in questi giorni al riguardo.

Ho iniziato a sfogliare e leggere qua e là Sono nato in America. Interviste 1951-1985 (Mondadori), la raccolta di interviste autobiografiche di Italo Calvino di cui vi abbiamo già parlato .

Due brevi capitoli sono dedicati proprio a Le città invisibili, quella che lo stesso Calvino definisce una raccolta che “ha un principio e una fine” ma che non può essere definita un romanzo, che contiene racconti ma che non può essere definito un insieme di racconti in senso tradizionale. Insomma, un qualcosa di unico nel suo genere.

Nel parlare della sua opera, però, Calvino ci lascia delle informazioni curiose e interessanti che possono essere una guida da seguire nel corso della lettura.

- Ci dice come è nata: i racconti sulle città venivano concepiti come poesie. “Poesie in prosa perché io scrivo racconti da tanti anni che anche quando vorrei scrivere una poesia mi salta fuori un racconto” dice l’autore.
- Ci dice come dobbiamo leggerla: “Se sono riuscito a fare quello che volevo, dovrebbe essere uno di quei libri che si tengono a portata di mano, che si aprono ogni tanto e si legge una pagina... Insomma vorrei che lo si leggesse un po’ come l’ho scritto: come un diario”.
- Ci dice come l’ha composta: come un diario, appunto, portandoselo dietro per anni. “Ora scrivevo solo città contente, ora solo città tristi... uno stato d’animo, una riflessione, una lettura, una suggestione visiva, mi veniva di trasformarli in un’immagine di città”. Come l’incontro con Fausto Melotti, l’astrattista italiano dalle figure filiformi che ha ispirato città sottili,  “città sui trampoli, città a ragnatela”. Nascono quindi come momenti ispiratori. Tanto che lo stesso Calvino ammette che per un certo periodo non credeva che sarebbe riuscito a dare loro una forma. Poi l’ossessione di dare loro una composizione numerica (le città dovevano essere 77, poi si è fermato a 55, innamorato dei multipli di 11). Infine la nascita della divisione in serie: città e memoria, città e desiderio, città e segni...
- Ci dice, infine, come dobbiamo interpretarla: il viaggio del veneziano Marco Polo attraverso le 55 città immaginarie che hanno nomi di donne, non è altro che il percorso attraverso “la nostra vita”, attraverso cosa “è stata la città per gli uomini come luogo della memoria e dei desideri e di come oggi è sempre più difficile vivere nelle città anche se non possiamo farne a meno”.

E quindi, è giusto “interrogarci su cos’è, su cosa dovrebbe essere la città per noi... E se la megalopoli non significhi proprio la fine della città, il suo contrario”. E chiosa: “Forse il vero senso del mio libro potrebbe essere questo: dalle città invivibili alle città invisibili. Con uno sguardo, se vogliamo, ottimista.

L’ultima parola, infatti, Calvino la lascia alle "Città nascoste". “Una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice; le città future sono già contenute nelle presenti come insetti nella crisalide”.

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“Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città.
Se gli uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni,
ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d'inseguimenti,
di finzioni, di malintesi, d'urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe”
(Italo Calvino, Le città invisibili, Ed.Mondadori)

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