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Giorgio Falco, 'La gemella H' - La recensione

La storia di una famiglia che attraversa il Novecento dal Terzo Reich ai nostri giorni. Il diario di una generazione che scava nella coscienza dei suoi rimossi. Una lingua straniante, purissima e nuova, uno scrittore che alla terza prova narrativa è già un classico.

La gemella H, particolare della copertina – Credits: Foto © Sabrina Ragucci

La vita impressiona anche quando somiglia a una fiaba buona. È la sintesi tagliente della poetica di Giorgio Falco fin dai tempi di Pausa caffè e L'ubicazione del bene , opere prime che contenevano in nuce insospettate profondità stilistiche e folgoranti squarci a rivelare chi siamo. Ora Falco si traveste da Thomas Mann e sbozza i suoi Buddenbrook, un romanzo così profondo da trattenere il respiro: La gemella H . A parlare è Hilde, figlia di Hans Hinner e gemella "minore" di Helga, 180 secondi di solitudine alla bocca dell'utero. Hilde, della sua vita, avrebbe voluto farne un'opera d'arte.

Invece le cose vanno bene e male secondo "l'euforia malinconica tipica di alcuni momenti importanti, quasi decisivi, dell'esistenza". La gemella H palpita silenziosamente all'ombra del padre e della sorella, la gemellarità è cliché, competizione, conflitto, ricerca d'identità. Vedere sé in un altrove possibile ma irraggiungibile. Il detonatore psicologico e narrativo dello stream of consciousness di Hilde è una miscela di individuale e sociale pronta per esplodere e sempre trattenuta. Malinconia euforica, come il mare dell'estate che deve ancora venire. Niente è estraneo, niente davvero familiare.

"L'ombra di mio padre, due volte la mia / lui camminava e io correvo". L'associazione con il nome Hilde mi ha rammentato questa canzone del primo album di Francesco De Gregori, 1973. La casa di Hilde iniziava curiosamente con quel ricordo poetico, su un sommesso arpeggio di chitarra. Lo stesso mood avvolge di suadente mestizia il bozzolo della gemella H. Architettando un mondo sotto la cappa della dimenticanza, il capostipite Hans proietta sulle persone e sulle cose un'ombra oscura. Sopravvivere è una forma ottusa di rimozione. Per la morte della moglie. La morte di una nazione. La morte di Dio.

Il ritmo narrativo imposto da Falco procede maestoso abbandonandosi a infiniti rivoli digressivi. Come in un valzer ti invita nella Storia, il nazismo ha le sembianze gentili di un giovane giornalista bavarese che in una cittadina di provincia mette su famiglia poco prima dello schianto, aderisce al Reich per conformismo borghese o forse solo per ambizione economica. La prima speculazione edilizia somiglia, è vero, a un esproprio antisemita ma quanta è la premura per le gemelle appena nate e già sfollate, per la moglie malata bisognosa di aria buona. Niente è come sembra o, forse, più spesso di quanto sembri i mostri fanno le cose delle persone normali.

Mentre credi di stare ancora piroettando fra le montagne del Sudtirolo sei già planato in riviera passando per la Milano livida del dopoguerra, porta Ticinese e La Rinascente, stai ballando un boogie che tracima dal juke box di un bar della riviera romagnola. Il ritmo accelera e rallenta con la stessa impercettibile fluidità della risacca. Non ti accorgi del processo, i passaggi di tempo e di luogo sono calibratissimi eppure incalzano inesorabili come l'avvicendarsi delle stagioni. L'unica figura "magica" del romanzo è Blondi, simbolica discendente del pastore tedesco che Hitler volle con sé nel bunker, fedele trait d'union fra le generazioni di casa Hinner. Pare sempre lo stesso personaggio ma in realtà, come spiega l'autore nella nota finale, incarna sei generazioni canine con lo stesso nome.

Ritmo e iterazione sono il fertilizzante espressivo della lingua di Giorgio Falco. Pennellate d'autore catturano l'essenza della guerra nel tempo morto prima e dopo un bombardamento, nell'attesa sopraffatta dalla noia, nel conforto dell'abitudine di fronte al volto presentabile della propaganda, nei passi del fuggitivo come un bue insonne legato all'aratro. Quando il battito della quotidianità riprende il sopravvento, il ritmo della ricostruzione svetta sulla natura addomesticata dal cemento, alzano il collo i rappresentanti di urla e gli attori di cinegiornali, gli automobilisti assetati di mare, bellezze su misura e concupiscenza.

Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima. È il refrain del tempo che passa mentre l'oblio inghiotte ogni cosa. Fra il prima che dovevamo dimenticare e il dopo che abbiamo già dimenticato, c'è l'invecchiamento di cui nessuno si accorge. Tutto s'avanza come una ruspa sul lungomare, come un temporale di fine estate che tintinna sui tubi imitando un gigantesco xilofono. Hilde vive come se fosse sempre accampata, pronta a partire. La casa di Hilde è la casa di Helga dove Hilde amoreggia di un amore residuale con l'anziano affittuario. Nascita, vita e poi morte. Solo che la vecchiaia gemellare è più scandalosa delle altre.

Come in un vortice impressionista, Giorgio Falco eleva l'iterazione a colonna sonora. Ci sono cataloghi da cui sprigionano istinti primari e sensazioni dimenticate, visioni imbrigliate da uno straordinario lavoro di limatura linguistica. Ho compilato un elenco degli elenchi fra quelli che ho trovato nel libro: l'insieme delle visioni provocate dal dolore di un ago ficcato nello spazio intercostale, nomi di cavalli alle corse, ricordi involontari suscitati dai nomi dei cavalli alle corse, abiti e acconciature degli spettatori alle corse, le cose che bruciano durante un bombardamento, le cose che fanno i militari del Terzo Reich, le sensazioni che può suscitare un sorriso, le ossessioni di Hitler, le forme che può assumere la fame di consumi, le cose di cui potrebbe occuparsi Hilde invece di vivere circondata dai libri, le personalità di Francesco Castelli, sfiguratore della propria moglie, le varie facce del passato, perché si va al mare, quando il mare è davvero mare.

Intanto Hans Hinner ricapitola la sua vita riciclando il passato in nome del consumo. È la polaroid di un istante, il fotogramma di un'idea che ci tiene ancora in scacco: vivere significa comprare. Fu quando gli stereotipi si impadronirono della scena consegnando l'Italia a Miss Sorriso e Mister Muscolo. Svanirono le azioni passate, i milioni di morti, il grande male, le ideologie. Il turismo s'impose come un rituale conflitto a bassa intensità. All'apice del climax, La gemella H ti sputa in faccia quella sua verità tremenda: ricominciare a vivere è replicare nella sfera economica e finanziaria le dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorativi e familiari.

Poi l'inquietudine torna sotto traccia, benedetta la vita che scorre uguale uguale anche in un romanzo, "tutto triste abbastanza, neppure triste completamente". Potenza delle parole che coccolano i pigri nel fuori stagione. Facendoti sentire meno solo quando ti accorgi - come Hilde - che qualcun altro ha pensato con più precisione le tue stesse idee.

Giorgio Falco
La gemella H
Einaudi
pp. 356, 18,50 euro

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