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Altro che Re Artù: il “Santo Graal” è custodito in una cattedrale italiana (e Napoleone riuscì a portarlo via)

Altro che Re Artù: il “Santo Graal” è custodito in una cattedrale italiana (e Napoleone riuscì a portarlo via)

Il Sacro Catino di Genova fu portato in città al tempo delle Crociate, venerato come il piatto dell’Ultima Cena e creduto per secoli un enorme smeraldo, fino al viaggio a Parigi voluto da Napoleone.

Per trovare uno dei possibili “Santi Graal” d’Europa non serve seguire le tracce di Re Artù fino alle rovine di un castello britannico, cercare una cappella dimenticata tra i Pirenei o decifrare simboli nascosti all’interno di qualche abbazia templare. Basta entrare nel cuore di Genova, raggiungere la Cattedrale di San Lorenzo e scendere nel suo Museo del Tesoro, dove dietro una teca si trova un oggetto che, a prima vista, potrebbe sembrare persino meno spettacolare di quanto prometta la sua storia: un grande recipiente esagonale, largo circa quaranta centimetri, di un verde intenso e trasparente, attraversato dalle cicatrici lasciate da una rottura avvenuta più di due secoli fa.

È il Sacro Catino, uno dei manufatti più enigmatici legati al Medioevo italiano e una delle reliquie sulle quali, nel corso dei secoli, si è costruita una leggenda capace di intrecciare la Prima Crociata, l’Ultima Cena, un gigantesco smeraldo e perfino Napoleone Bonaparte. Per lunghissimo tempo i genovesi furono infatti convinti che quel recipiente fosse stato ricavato da un’unica pietra preziosa e che fosse niente meno che il piatto utilizzato da Gesù durante l’Ultima Cena, una tradizione che avrebbe finito per trasformarlo nella versione genovese del Santo Graal.

Un tesoro arrivato a Genova dalle Crociate

La storia comincia nel 1101, quando i genovesi partecipano alla conquista di Cesarea, sulla costa della Terrasanta, all’interno di quella stagione di espansione militare e commerciale seguita alla Prima Crociata. A guidare la spedizione c’è Guglielmo Embriaco, soprannominato Testadimaglio, esponente di una delle famiglie destinate a diventare centrali nella storia medievale di Genova e già protagonista delle campagne crociate in Oriente.

Secondo la tradizione accettata dalla maggior parte delle fonti, proprio durante la presa di Cesarea i genovesi entrarono in possesso del misterioso recipiente verde che sarebbe poi arrivato in Liguria. Una narrazione medievale racconta che il manufatto venne trovato in un edificio della città e che, davanti a quel colore straordinariamente intenso, i conquistatori lo scambiarono per un enorme smeraldo, decidendo di portarlo in patria come uno degli oggetti più preziosi del bottino.

La vicenda, però, possiede già a questo punto una prima zona d’ombra. Treccani ricorda infatti che Caffaro di Rustico da Caschifellone, cronista genovese contemporaneo agli avvenimenti e testimone privilegiato delle imprese della Repubblica in Oriente, non cita il Sacro Catino nel racconto della spartizione del bottino di Cesarea, un silenzio che ha portato gli storici a interrogarsi sulla precisione della tradizione secondo cui sarebbe stato proprio Embriaco a condurlo a Genova nel 1101. È uno di quei dettagli che rendono la storia ancora più interessante: il Catino entra nel Medioevo genovese circondato dal mistero praticamente fin dal momento della sua comparsa.

Come un recipiente verde diventò il Santo Graal

Perché quel piatto diventasse qualcosa di molto più grande di un prezioso bottino di guerra servivano però il tempo e, soprattutto, una storia.

Dopo essere giunto a Genova, il Sacro Catino sembra quasi scomparire dalle cronache per un lungo periodo, fino a quando la sua leggenda prende definitivamente forma nel Medioevo attraverso autori come Jacopo da Varagine, arcivescovo di Genova e celebre autore della Legenda Aurea. È in questo ambiente culturale, dominato dal culto delle reliquie e dalla ricerca di oggetti capaci di stabilire un contatto materiale con la vita di Cristo e dei santi, che il recipiente verde viene progressivamente collegato all’Ultima Cena.

Non una semplice coppa, quindi, come il cinema e la letteratura moderna ci hanno abituato a immaginare quando pronunciamo le parole “Santo Graal”, ma un catino o un piatto nel quale Cristo avrebbe consumato l’agnello pasquale insieme agli apostoli. Altre versioni della leggenda arrivarono addirittura ad associarlo al recipiente utilizzato da Nicodemo per raccogliere il sangue di Gesù dopo la crocifissione.

A rendere tutto ancora più straordinario contribuiva il materiale: per secoli si credette infatti che il Catino fosse stato scolpito in un unico gigantesco smeraldo. In un’epoca nella quale provenienza, colore e rarità di un oggetto potevano contribuire a costruirne il carattere miracoloso, un recipiente di quelle dimensioni ricavato da una sola pietra preziosa doveva apparire quasi impossibile.

Il suo valore divenne tale che non veniva esposto come un normale oggetto liturgico: secondo il Museo del Tesoro di San Lorenzo, in passato la reliquia veniva mostrata nella cattedrale soltanto il primo giorno di Quaresima.

E naturalmente non tardò ad attirare l’attenzione di chi avrebbe voluto possederlo.

Poi arrivò Napoleone

Nel corso dei secoli furono diversi i potenti che guardarono con interesse al tesoro genovese, ma fu Napoleone Bonaparte a riuscire davvero nell’impresa. All’inizio dell’Ottocento il Sacro Catino venne requisito e trasferito a Parigi insieme a moltissime altre opere e oggetti preziosi sottratti durante l’espansione napoleonica in Europa.

Ed è proprio a Parigi che la leggenda dello smeraldo subì il suo colpo più duro.

Nel 1806 il recipiente venne sottoposto ad analisi che stabilirono che non era costituito da una gigantesca pietra preziosa: era vetro verde. Quello che per generazioni era apparso come uno smeraldo praticamente impossibile da trovare in natura doveva il proprio colore alla composizione del materiale. Il Museo di Genova oggi lo descrive infatti come un manufatto realizzato con vetro colorato di verde e modellato nella caratteristica forma esagonale.

Si potrebbe pensare che quella scoperta abbia distrutto definitivamente il mito, ma la storia del Sacro Catino è molto più interessante proprio perché non è successo.

Essere di vetro non significa infatti essere moderno, né tantomeno privo di valore archeologico. La sua origine continua a essere oggetto di discussione e le diverse ricostruzioni proposte nel tempo lo hanno collocato in epoche e aree differenti del Mediterraneo orientale. La scheda attuale dei Musei di Genova indica una manifattura siriana e una possibile datazione intorno al I secolo d.C., precisando però che la datazione rimane discussa; altre ricostruzioni hanno proposto periodi successivi.

Ed è proprio questa incertezza a impedire alla storia di trasformarsi semplicemente nella cronaca di un falso medievale.

Il viaggio di ritorno che lo distrusse

C’è poi un ultimo capitolo che sembra scritto apposta per alimentare la leggenda. Dopo la caduta di Napoleone, il Sacro Catino venne restituito a Genova, ma il viaggio verso casa si trasformò in un disastro.

Nel 1816, quando il manufatto tornò finalmente alla città, arrivò frantumato in più pezzi; alcune fonti parlano di dieci frammenti e di una parte ormai perduta, mentre il Museo di Genova ritiene probabile che la rottura sia avvenuta durante il tragitto di ritorno, nella tratta fra Parigi e Torino. Il recipiente venne successivamente ricomposto, ma ancora oggi conserva una lacuna visibile, quasi una cicatrice materiale del viaggio napoleonico.

È forse proprio questo il dettaglio che rende il Sacro Catino più affascinante di molti oggetti perfettamente conservati: davanti alla teca non si osserva soltanto qualcosa che proviene da un passato remoto, ma un manufatto sul quale sono rimaste impresse fisicamente le diverse epoche attraversate, dal Mediterraneo medievale delle Crociate alla Genova delle grandi reliquie, fino alle requisizioni napoleoniche e alla nascita della moderna analisi scientifica delle opere d’arte.

Ma allora è davvero il Santo Graal?

La risposta storicamente corretta è che non esiste alcuna prova che il Sacro Catino sia stato utilizzato da Gesù durante l’Ultima Cena, così come non esiste una dimostrazione storica capace di identificare con certezza un oggetto reale con il Santo Graal delle tradizioni medievali.

Eppure liquidarlo semplicemente come “il Graal che si scoprì essere di vetro” significherebbe perdere la parte più interessante della vicenda.

Perché il Sacro Catino è davvero un oggetto antico proveniente dall’Oriente, era già a Genova nel Medioevo, venne venerato per secoli come una delle reliquie più preziose della città, fu creduto un gigantesco smeraldo e suscitò abbastanza interesse da finire nelle mani di Napoleone. Persino la sua esatta origine rimane discussa.

Oggi è ancora lì, nel Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo, con il suo verde quasi irreale e le fratture del viaggio dalla Francia perfettamente visibili. Non sappiamo se sia mai stato su una tavola a Gerusalemme duemila anni fa, ma sappiamo che per quasi un millennio uomini, cronisti, vescovi, conquistatori e imperatori hanno pensato che valesse la pena impossessarsene, proteggerlo o raccontarne la storia.

E in fondo è esattamente così che nascono le grandi leggende medievali: non quando possiamo dimostrare tutto, ma quando tra ciò che sappiamo e ciò che non riusciremo forse mai a sapere rimane abbastanza spazio perché il mistero continui.

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