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Per i ragazzi l’A.I. vale quanto mamma e papà

Per i ragazzi l’A.I. vale quanto mamma e papà
Giornata Nazionale della Cittadinanza Digitale

Secondo i nuovi dati dell’Osservatorio di Social Warning, su 20mila studenti tra gli 11 e i 18 anni, l’A.I. è ormai quasi al livello dei genitori come punto di riferimento nei dubbi quotidiani (57% contro 58,6%). Il confronto con Telefono Azzurro, Save the Children, Pew e Common Sense Media.

Tra i banchi capita spesso: un ragazzo dice di preferire ChatGPT a un adulto, perché l’A.I. non giudica se sbagli la domanda. Lo racconta Gregorio Ceccone, pedagogista del digitale, che coordina l’Osservatorio Scientifico sull’Educazione Digitale di Social Warning.

I numeri dell’ultima rilevazione, su circa 20mila studenti tra gli 11 e i 18 anni (anno scolastico 2025/2026), dicono che non è un aneddoto. Quando hanno un dubbio, il 90,1% cerca su Internet. Poi vengono i genitori, con il 58,6%. E subito dietro, al 57%, l’intelligenza artificiale: davanti agli amici (50,3%), agli insegnanti (9%) e ai libri (2,2%).

Il telefono arriva prima

Il 42,5% ha ricevuto il primo smartphone prima dei 10 anni. Il 37,9% dichiara più di cinque ore al giorno davanti agli schermi e il 71,5% se lo porta a letto la sera. Il DDL 1136, che vuole fissare a 15 anni l’età minima per aprire un account social, arriva quando la partita è già cominciata.

A cosa serve l’A.I.? Soprattutto a cercare informazioni (70,9%) e a fare i compiti (55,5%). Ma uno su tre (33,2%) le chiede consigli personali, e il 14% ci chiacchiera e basta.

Quello che a casa non si dice

Solo il 18,8% parla spesso con i genitori di ciò che fa online, mentre quasi il 45% lo fa raramente o mai. Il 47,9% ha regole esplicite in casa, il 62,1% non ha mai affrontato il tema a scuola. Un chatbot risponde subito e non alza il sopracciglio. Secondo Ceccone il problema non è la tecnologia: a scuola e a casa l’errore è diventato qualcosa da nascondere, mentre andrebbe attraversato insieme.

Cosa dicono le altre ricerche

Il quadro regge anche fuori da un solo studio, con cifre molto diverse. Per Telefono Azzurro e Ipsos Doxa il 35% dei 12-18enni italiani mette i chatbot tra le attività online più frequenti, e circa il 58% si fida molto. Save the Children, con CSA Research, parla del 92,5% di adolescenti che usa strumenti di A.I. e del 41,8% che ha chiesto aiuto in momenti di tristezza, ansia o solitudine.

Negli Stati Uniti Pew (febbraio 2026) conta il 64% dei tredici-diciassettenni con almeno un uso di chatbot, il 28% ogni giorno, il 12% per un sostegno emotivo. Common Sense Media aggiunge un dato che rassicura a metà: l’80% degli utenti passa più tempo con gli amici che con i compagni virtuali, ma un terzo degli intervistati ha parlato di cose serie a un’A.I. invece che a una persona.

Confronti da prendere con cautela: cambiano età, domande e definizione di A.I., e i dati di Social Warning sono autodichiarati, raccolti negli incontri dell’associazione. Il trend è però robusto e decisamente preoccupante.

Più regole, non meno

C’è un dato che sposta l’angolo: il 54,8% dei ragazzi dice di volere più regole e più accompagnamento. Non è una generazione che rifiuta i limiti, osserva il presidente di Social Warning, Davide Dal Maso. Telefono Azzurro, intanto, registra che il 40% segnala tra i rischi un calo del pensiero critico.

Il confronto è fissato per la Giornata Nazionale della Cittadinanza Digitale: il 22 ottobre su Twitch, il 24 a Venezia con un evento in presenza.

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