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Venezia, gli Oasis e il tempo ritrovato: il ritorno dei fratelli Gallagher

Venezia, gli Oasis e il tempo ritrovato: il ritorno dei fratelli Gallagher
ANSA/FABIO FRUSTACI

La standing ovation veneziana per Oasis: Don’t Look Back in Anger racconta qualcosa che va oltre una reunion e oltre il rock.

Ci sono reunion che rimettono insieme una band. E poi ci sono reunion che rimettono insieme un’epoca. Gli Oasis appartengono alla seconda categoria. Per questo la standing ovation che a Venezia ha accolto Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario dedicato al loro ritorno, più che un episodio da registrare nella cronaca dello spettacolo sembra il sintomo di qualcosa di più profondo. Non riguarda davvero un film, e forse non riguarda neppure soltanto la musica. Riguarda il modo in cui certe figure, quando sopravvivono abbastanza a lungo alle proprie rovine, smettono di appartenere al loro tempo e cominciano ad appartenere alla memoria collettiva.

Liam e Noel Gallagher sono arrivati fin lì. Sono stati fratelli, rivali, complici, antagonisti, caricature di se stessi. Sono stati soprattutto una delle ultime coppie capaci di produrre un mito pop senza bisogno di costruirlo a tavolino. Tutto ciò che oggi verrebbe pianificato — il conflitto, le dichiarazioni, l’iconografia, la polarizzazione, il racconto seriale di una relazione impossibile — nei Gallagher accadeva semplicemente perché i Gallagher erano così. Non avevano una strategia narrativa. Avevano un problema familiare. E quel problema familiare, per una combinazione irripetibile di talento, arroganza e successo, diventò uno dei grandi romanzi popolari degli anni Novanta. È difficile separare gli Oasis dai fratelli Gallagher perché, a differenza di quasi tutte le band, qui il conflitto non è mai stato un incidente laterale. Era parte dell’opera. Noel scriveva le canzoni. Liam le rendeva inevitabili. Noel possedeva la forma. Liam possedeva il gesto. Uno costruiva inni; l’altro li cantava come se fossero già monumenti. In mezzo c’era quella sostanza misteriosa che non ha nome nei manuali di musica: la frizione.

Gli Oasis non funzionavano nonostante Liam e Noel fossero incompatibili. Funzionavano anche perché lo erano. La loro separazione, per questa ragione, non sembrò mai una normale conclusione professionale. Sembrò piuttosto l’esito naturale di una famiglia che aveva messo amplificatori intorno alle proprie ferite. Quando nel 2009 tutto finì, nessuno rimase davvero sorpreso. Era successo infinite volte prima di accadere definitivamente. Gli Oasis erano stati per anni una band che minacciava continuamente di non esistere più. Poi, quando smisero davvero di esistere, ci si accorse che mancavano. Non soltanto loro. Mancava il mondo dal quale provenivano. È qui che il ritorno diventa interessante. La spiegazione più pigra è quella economica: sono tornati perché una reunion vale una fortuna. Naturalmente è vero. Ma è una verità talmente elementare da non spiegare quasi nulla. Le reunion producono denaro quando prima producono desiderio.

La domanda è dunque un’altra: perché quel desiderio è rimasto così intatto? Forse perché gli Oasis arrivano da un tempo in cui la musica popolare possedeva ancora una cosa che oggi sembra rarissima: il centro. Una band poteva essere un fatto nazionale, generazionale, quasi atmosferico. Poteva occupare simultaneamente radio, giornali, pub, camerette, televisioni, stadi. Poteva essere amata e detestata da persone che, in entrambi i casi, sapevano perfettamente chi fosse. Non esistevano ancora milioni di mondi paralleli, ciascuno con il proprio algoritmo, il proprio pubblico, i propri idoli invisibili agli altri.

Gli Oasis erano enormi quando essere enormi significava che tutti vedevano la stessa cosa. Oggi tornano dentro un paesaggio culturale opposto: musica infinita, attenzione frammentata, fenomeni rapidissimi, celebrità intensissime e spesso brevissime. E proprio per questo sembrano ancora più grandi. Sono un fossile vivente di un’epoca in cui il rock pretendeva senza ironia di contare. Non di essere interessante. Di contare. In questa pretesa c’era qualcosa di ingenuo e qualcosa di magnifico. Gli Oasis non hanno mai avuto il pudore dell’ambizione. Non cercavano di sembrare piccoli, intelligenti, laterali. Volevano scrivere canzoni che un’intera folla potesse cantare. Volevano gli stadi. Volevano l’eternità. Volevano diventare ciò che amavano. E forse è proprio questa mancanza di pudore a renderli oggi così seducenti. Viviamo in una cultura che conosce perfettamente il funzionamento della cultura. Ogni gesto arriva già accompagnato dal suo commento, ogni nostalgia dalla consapevolezza di essere nostalgia, ogni mito dalla propria decostruzione. Liam Gallagher continua invece a salire su un palco come se il concetto stesso di dubbio fosse stato abolito. È quasi commovente. Non perché sia rimasto giovane. Al contrario. Perché non lo è. Questo è il dettaglio decisivo.

Il ritorno degli Oasis funzionerebbe molto meno se Liam e Noel apparissero congelati nel 1996. Ci interessa proprio perché il tempo si vede. Sui volti, nei corpi, nella distanza tra ciò che erano e ciò che sono. Il pubblico non guarda soltanto loro. Guarda il tempo. E si guarda dentro quel tempo. Le grandi canzoni hanno questa capacità: invecchiano diversamente da chi le ha scritte. “Live Forever” pronunciata da un ragazzo è un atto di arroganza. Pronunciata trent’anni dopo diventa qualcos’altro.

Una sfida al tempo, forse. O una domanda. “Don’t Look Back in Anger” possiede oggi una risonanza che negli anni Novanta nessuno avrebbe potuto programmare. Non guardare indietro con rabbia. È difficile immaginare un titolo più adatto a due uomini che hanno trascorso una parte considerevole della propria vita guardandosi indietro con rabbia. Le canzoni, a volte, capiscono i loro autori prima che gli autori capiscano se stessi. Ma sarebbe un errore trasformare il ritorno dei Gallagher in una storia edificante di riconciliazione. Non lo è. E proprio per questo è credibile. Non abbiamo bisogno di immaginare Liam e Noel improvvisamente guariti da tutto. Non abbiamo bisogno di un finale terapeutico. Non chiediamo loro di diventare fratelli esemplari. Ci basta vederli nuovamente dalla stessa parte. È una distinzione non piccola. Perché la forza emotiva di questa reunion non sta nella cancellazione del conflitto. Sta nella sua sopravvivenza. La cicatrice rimane. E forse una cicatrice è più interessante di una guarigione perfetta.

I Gallagher appartengono a una generazione di personaggi pubblici che ha spesso saputo insultarsi molto meglio di quanto sapesse dichiararsi affetto. Il loro lessico emotivo è sempre stato laterale: sarcasmo, competizione, fedeltà, rancore. Persino nei momenti di maggiore ostilità, tuttavia, era difficile liberarsi dall’impressione che ciascuno dei due avesse bisogno dell’altro come testimone. Perché il punto dei fratelli non è soltanto volersi bene. È essere stati presenti all’inizio. Noel conosce il Liam precedente a Liam Gallagher. Liam conosce il Noel precedente a Noel Gallagher. Tutti gli altri arrivano dopo. La celebrità, il denaro, il pubblico, le mogli, i figli, i giornalisti, i manager arrivano dopo. Un fratello possiede una forma di memoria che nessun altro può possedere: sa chi eri prima che il mondo decidesse chi sei. Forse è questa la vera tensione dei Gallagher. Non soltanto due ego incompatibili, ma due uomini condannati a custodire reciprocamente l’origine dell’altro. Si può fuggire da una band. È molto più difficile fuggire dal proprio testimone.

E così il loro ritorno finisce per parlare anche di qualcosa che non ha quasi niente a che fare con il rock: la possibilità di ritornare verso qualcuno senza ritornare a essere quelli di prima. È questa, forse, la parte più intensa. Non la nostalgia. La trasformazione.

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