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U2: è vero che non fanno un grande disco da 25 anni?

U2: è vero che non fanno un grande disco da 25 anni?
Ansa EPA/VICTOR HILITSKI

Dietro lo stereotipo c’è una storia più complessa, fra deludenti riletture, dischi ingiustamente sottovalutati e canzoni che meritano un nuovo ascolto

È vero che gli U2 non fanno un grande disco da venticinque anni? Con Carnaval De Luz in arrivo il 13 novembre, la domanda torna puntuale. È diventata un ritornello, quasi una parte obbligatoria dell’annuncio di ogni loro nuova uscita. E nel ripetersi ha subito una trasformazione decisiva: dall’idea che il gruppo non abbia più realizzato un capolavoro si è passati alla convinzione che abbia smesso di fare buona musica.

Tutta la questione gira intorno alla parola, «grande». Se significa un disco capace di cambiare il linguaggio di una band e di segnare un’epoca come The Joshua Tree o Achtung Baby, la discussione ha un fondamento. Se invece significa un’opera con una scrittura forte, un’identità riconoscibile che resiste agli anni, All That You Can’t Leave Behind ha ottimi argomenti per rientrare nella categoria. E anche How to Dismantle an Atomic Bomb ne possiede parecchi.

Naturalmente, gli U2 (attesi dal vivo in Italia nel luglio del 2027) hanno contribuito a costruire la diffidenza che li circonda. Alcune uscite sono state prescindibili; altre, francamente deludenti. Per valutarle, però, serve una misura più precisa del confronto perpetuo con il 1987 o il 1991.

Conviene allora tornare al 2000 e chiarire subito un punto: All That You Can’t Leave Behind e How to Dismantle an Atomic Bomb non furono dischi ignorati. Il primo ebbe un’accoglienza largamente favorevole; il secondo vinse persino il Grammy come album dell’anno nel 2006. La loro sottovalutazione riguarda la narrazione che li riduce a prodotti di una band ormai ripiegata sul proprio marchio.

All That You Can’t Leave Behind sceglie la chiarezza dopo gli esperimenti degli anni Novanta. La produzione di Brian Eno e Daniel Lanois mette a fuoco le melodie senza cancellare del tutto le ombre. Si può leggere questa scelta come un arretramento rispetto a Pop; ma un disco va giudicato anche per la qualità con cui realizza ciò che si propone. Qui gli U2 ritrovano una forma di immediatezza che, nei passaggi migliori, conserva una notevole profondità.

Beautiful Day è l’esempio più esposto, e forse per questo il più difficile da ascoltare senza automatismi. La sua efficacia nasce dal rapporto fra una strofa trattenuta, la pulsazione che prepara l’apertura e l’ingresso della chitarra, che dilata improvvisamente lo spazio. Stuck in a Moment You Can’t Get Out Of lavora invece sulla morbidezza soul, sugli incastri vocali e su una melodia che può fare a meno dell’aggressione rock. Walk On recupera lo slancio degli inni degli U2.

La parte decisiva, però, si trova appena oltre i singoli. Kite ha una tensione fra il desiderio di proteggere e la necessità di lasciare andare che la voce di Bono rende fisica. In a Little While dimostra quanto questo gruppo sappia essere espressivo quando accetta una misura più piccola. È un grande disco di maturità, con limiti riconoscibili e una scrittura troppo ispirata per essere archiviata come semplice restaurazione.

How to Dismantle an Atomic Bomb, nel 2004, è più fisico e più irregolare. Vertigo ne ha fissato l’immagine pubblica: il riff, lo scatto della batteria, l’attacco immediatamente riconoscibile. È rock costruito per colpire in pochi secondi, e lo fa con una precisione millimetrica. Il disco, tuttavia, acquista spessore quando allenta quella pressione e lascia emergere il suo tema più forte, la fragilità dei legami familiari.

Sometimes You Can’t Make It on Your Own, legata al rapporto di Bono con il padre, è una delle canzoni più importanti della loro seconda stagione. Miracle Drug intreccia delicatezza melodica e fiducia, evitando che l’intensità dipenda soltanto dal volume. City of Blinding Lights, infine, dimostra che gli U2 possono ancora usare il proprio vocabolario più riconoscibile con risultati eccellenti.

Il caso più interessante arriva nel 2009 con No Line on the Horizon. Qui la contraddizione si sente dentro la sequenza dei brani. Brian Eno e Daniel Lanois partecipano anche alla scrittura, e una parte del lavoro cerca strutture più distese, atmosfere meno immediate, un rapporto diverso fra ritmo e voce. Nel mezzo, però, arrivano canzoni che sembrano reclamare il singolo a tutti i costi. Get on Your Boots accumula riff, frasi e cambi d’accento senza trovare un centro abbastanza forte; Stand Up Comedy irrigidisce il ritmo proprio mentre vorrebbe renderlo irresistibile. I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight è più riuscita, ma spinge a sua volta il disco verso una convenzionalità che interrompe il percorso.

Giudicare No Line on the Horizon soltanto da quel blocco centrale sarebbe però un errore grave. La title track ha una grana sonora irrequieta, con il canto che forza il profilo della melodia. Magnificent è una gemma, e soprattutto c’è Moment of Surrender: oltre sette minuti in cui il gruppo accetta di rimanere dentro un tempo lento, lasciando che basso, tastiere e voce producano gradualmente il coinvolgimento. È una delle più grandi registrazioni di sempre degli U2.

Anche Unknown Caller, con il suo procedere solenne e le voci che assumono un carattere collettivo, cerca una forma meno ovvia di comunicazione. White as Snow porta il disco verso una nudità inquieta; Cedars of Lebanon lo chiude con un canto basso, quasi narrato. Questi brani fanno di No Line on the Horizon un buon disco incompiuto, a tratti magnifico, frenato da scelte che ne indeboliscono l’identità. Il rimpianto nasce dalla qualità di ciò che c’è.

Songs of Innocence, nel 2014, è stato coperto da un rumore di tutt’altra natura. La distribuzione automatica nelle librerie iTunes trasformò un’uscita discografica in una discussione sull’invadenza di Apple e della band. La critica a quell’operazione era legittima: ricevere qualcosa senza averlo chiesto può essere irritante anche quando è gratis.

Eppure il disco possiede un centro narrativo fra i più riconoscibili degli U2 recenti. La memoria dell’adolescenza dà ai brani luoghi, persone, ferite. Iris (Hold Me Close), dedicata alla madre di Bono, fa convivere il movimento della musica con un’assenza che il canto continua a interrogare, Raised by Wolves rende il passato un luogo minaccioso, attraversato dalla violenza.

Every Breaking Wave è una ballata di piacevole, Sleep Like a Baby Tonight, al contrario, introduce un’inquietudine evidente: l’elettronica scura e il falsetto rendono instabile una superficie solo apparentemente quieta.

E poi c’è The Miracle (of Joey Ramone), un. buon singolo dedicato al leader di una band leggendaria che ha ispiirato la band: i Ramones.

Con Songs of Experience, nel 2017, l’equilibrio si fa più difficile. American Soul forza il tono dell’appello pubblico e si affida a una pesantezza che lascia poco spazio alla sorpresa. You’re the Best Thing About Me è piacevole, ma la facilità con cui scorre finisce per limitarne il peso. Get Out of Your Own Way torna a una grammatica che gli U2 conoscono fin troppo bene. Sono limiti reali, e rendono questo un album meno risolto dei precedenti.

Poi arriva The Little Things That Give You Away. La canzone si prende il tempo di far emergere una frattura: comincia con misura, lascia respirare la voce e cresce fino a una parte finale in cui la ripetizione sembra consumare ogni certezza. È una scrittura adulta, capace di dare forma in maniera brillante allo smarrimento. In Songs of Experience le oscillazioni sono troppo evidenti per parlare di un grande disco; resta un lavoro diseguale con un nucleo di ottima musica.

Nel 2024 How to Re-Assemble an Atomic Bomb ha riportato alla luce materiale delle sessioni dei primi anni Duemila: Country Mile, in particolare, conferma quanto fosse fertile quel periodo. È un recupero d’archivio, e va giudicato come tale, senza scambiarlo per la prova di una rinascita contemporanea. Ma invita a riconsiderare la ricchezza del lavoro da cui proviene.

Diverso, e molto meno difendibile, è il bilancio di Songs of Surrender. Il progetto del 2023 riprende quaranta canzoni in versioni prevalentemente acustiche e ridotte, curate da The Edge. L’idea poteva avere senso: tornare su un repertorio con una voce cambiata, lasciando che l’età modificasse il significato delle parole. Nel risultato complessivo, però, quell’intenzione non trova una forma abbastanza convincente. La riscrittura troppo spesso non offre una ragione forte per preferire, o anche soltanto affiancare, la nuova registrazione all’originale.

Il 2026 ha già aggiunto al catalogo gli EP Days of Ash ed Easter Lily; il 13 novembre arriverà Carnaval De Luz. Il nuovo album dovrà guadagnarsi il proprio giudizio, canzone per canzone. Intanto si può smettere di chiedergli di riscattare un vuoto lungo venticinque anni: quel vuoto non corrisponde ai dischi. Ci sono stati una perdita di centralità, errori vistosi e occasioni mancate, ma anche album solidi e canzoni capaci di reggere il confronto con una storia ingombrante. Prima di ripetere ancora una volta che gli U2 hanno smesso di fare buona musica, bisognerebbe almeno tornare a sentire che cosa succede nella seconda metà di Kite, nei sette minuti di Moment of Surrender o nel finale di The Little Things That Give You Away…

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