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Prince: dieci inediti contro il tempo

Prince: dieci inediti contro il tempo
Jeff Katz

In Timeless riaffiorano dieci registrazioni che attraversano quarant’anni di musica e mostrano le molte vite creative di Prince

Ci sono artisti per i quali gli archivi servono a completare una storia. Nel caso di Prince, sembrano piuttosto aprirne continuamente di nuove. Timeless aggiunge dieci tasselli a una discografia che, anche dopo la sua morte, continua a espandersi come se fosse impossibile stabilirne davvero i confini.

Il punto interessante è che questo nuovo capitolo non prova a fingersi ciò che non è. Non è un album perduto ricostruito a posteriori, né una raccolta pensata per suggerire l’esistenza di un capolavoro rimasto segretamente chiuso nel Vault. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, forse più onesto: una sequenza di registrazioni lontane nel tempo, dal 1977 al 2016, che permette di osservare Prince mentre cambia pelle senza smettere mai di essere riconoscibile.

Già I Am You, che appartiene alla fase più remota del percorso, mostra quanto presto fossero presenti alcuni elementi fondamentali del suo vocabolario: il gusto per il funk, l’elasticità ritmica, quella sensazione che la musica possa cambiare direzione da un momento all’altro. Poi arriva Tick Tick Bang, nella sua incarnazione del 1981, più ruvida e aggressiva, quasi a ricordare quanto il rock (qui a tinte punk) sia sempre stato una componente essenziale del mondo di Prince, non una semplice deviazione.

È questo il filo che tiene insieme un materiale inevitabilmente disomogeneo. Le epoche cambiano, cambiano i suoni, le tecnologie, gli arrangiamenti, perfino il modo in cui Prince tratta la propria voce. Ma resta una specie di impronta digitale musicale che attraversa tutto: il rapporto elastico con il funk, l’istinto melodico, l’uso del ritmo come elemento narrativo, la capacità quasi insolente di passare dal soul al rock, dalla ballata alla pulsazione elettronica senza dare l’impressione di perdere la propria identità.

Anche Heaven appartiene a questa geografia mutevole, mentre I Wonder porta in primo piano un Prince più melodico e riflessivo. Bestest Friend, invece, mette in evidenza quell’attenzione per arrangiamenti e sfumature soul che spesso rischia di passare in secondo piano quando si insiste soltanto sull’immagine del genio eccentrico e iperproduttivo.

In Timeless si avverte anche quanto il concetto di “inedito” sia relativo quando si parla di un artista con un archivio come quello di Prince. Alcuni brani erano già diventati familiari ai collezionisti e agli appassionati, altri avevano circolato in forme non ufficiali, altri acquistano oggi una visibilità completamente diversa. Ma ascoltarli ordinati in una linea temporale precisa cambia comunque la prospettiva. Non sono soltanto rarità: diventano appunti di lavoro, fotografie di epoche differenti, deviazioni che aiutano a capire meglio la strada principale.

Emblematico è il caso di With This Tear che mostra un altro volto di Prince: quello dell’autore capace di affidarsi alla forza della melodia e della scrittura senza aver bisogno di sovraccaricare il brano. Poco dopo, una traccia come The Guilty Ones riporta invece in superficie la componente più fisica e rock della sua musica.

Non tutto ha lo stesso peso, e sarebbe strano il contrario. Una raccolta che attraversa quasi quarant’anni finisce inevitabilmente per assomigliare più a un mosaico che a un album. Ci sono episodi che sembrano immediatamente necessari e altri che incuriosiscono soprattutto perché illuminano un angolo meno conosciuto della produzione.

E forse è proprio qui che Timeless diventa più interessante. Non tanto per quello che rivela, quanto per la domanda che lascia aperta. Quanto Prince è ancora nascosto nel Vault? E soprattutto: come dovrebbe essere raccontato?

Per questo la chiusura con How Come You Don’t Call Me Anymore? assume un significato particolare. Una performance dal vivo che riporta tutto all’essenziale: una voce, un pianoforte, il rapporto diretto con il pubblico.

Timeless non riscrive la storia di Prince e probabilmente non contiene il misterioso capolavoro che qualcuno spera ancora di trovare dietro la porta del Vault. Fa però qualcosa di altrettanto prezioso: ricorda quanto fosse profonda la sua riserva creativa e quanto fosse difficile, perfino per lui, esaurire tutte le possibilità di una canzone.

Timeless funziona proprio perché non pretende di chiudere il discorso. Lo riapre. E lascia l’ascoltatore con la sensazione che, dietro queste dieci tracce, ce ne siano ancora molte altre capaci di spostare prospettive, correggere cronologie, illuminare zone rimaste in ombra.

Per Prince, in fondo, l’inedito non è mai soltanto ciò che non abbiamo ancora ascoltato. È la prova che la sua musica continua a produrre presente.

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