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Mark Ronson, il produttore che ha reinventato il pop

Mark Ronson, il produttore che ha reinventato il pop
Ansa

Da Amy Winehouse a Bruno Mars, da Lady Gaga a Miley Cyrus e Paul McCartney: la luminosa carriera del producer inglese

Un produttore non si limita a scegliere come deve suonare un disco. È la persona che entra nel punto più delicato del processo creativo: ascolta una canzone ancora incompleta, capisce quale direzione può prendere, decide cosa aggiungere e soprattutto cosa togliere. Nei casi migliori, però, il suo lavoro è ancora più sottile. Non consiste nel lasciare una firma evidente, ma nel portare l’artista più vicino alla propria identità.

È qui che Mark Ronson diventa interessante. Amy Winehouse non suona come Bruno Mars. Bruno Mars non suona come Lady Gaga. Lady Gaga non suona come Miley Cyrus. E Paul McCartney, naturalmente, continua a suonare come Paul McCartney.

Il ventesimo anniversario di Back to Black, il capolavoro della Winehouse da 25 milioni di copie, è il punto ideale da cui osservare questo talento. Quando Amy Winehouse lo incontra, porta con sé canzoni già straordinariamente definite, ma anche un immaginario musicale preciso. Adora le band femminili degli anni Sessanta, il soul, il suono della Motown. Ronson capisce immediatamente che non deve “aggiornare” quella cultura sonora. Deve renderla credibile nel presente. Il risultato è uno dei dischi più paradossali del pop moderno: Back to Black sembra antico e nuovo nello stesso momento. Gli arrangiamenti guardano indietro di quarant’anni, ma Amy canta con una brutalità emotiva completamente contemporanea. I fiati, i tamburelli, le batterie asciutte e il fraseggio soul non producono nostalgia. L’intesa tra i due è istantanea: lavorano insieme una settimana. Amy canta e quasi sempre è buona la prima. «Essere in totale sintonia con un’artista dal talento smisurato è stato sensazionale» ricorda il producer.

Un produttore mediocre, davanti a un talento enorme, sente spesso il bisogno di dimostrare di essere necessario. Ronson sembra avere imparato presto il contrario: quando qualcosa funziona, bisogna riconoscerlo. Se Back to Black nasce da un’intesa fulminea, Uptown Funk, il singolo spaccaclassifiche di Bruno Mars nasce da una lunga battaglia. Il primo nucleo arriva durante una jam session di cinque ore: Mars alla batteria, Ronson al basso, Jeff Bhasker alle tastiere, Philip Lawrence al microfono. Dentro ci sono Prince, James Brown, electro-funk, boogie, hip hop. Ma quel materiale, che avrebbe potuto trasformarsi in un raffinato e snobistico omaggio per intenditori, deve diventare un singolo capace di funzionare ovunque. E ci vuole tempo. Molto più delle cinque ore della jam iniziale. Ronson ha raccontato di decine di sessioni successive, fino a trasformare quell’idea spontanea in una gemma pop di quattro minuti. Uptown Funk sembra facile perché tutto ciò che era difficile è stato eliminato prima che arrivasse al pubblico. Un esempio illuminante di grande artigianato pop.

Mark conosce talmente bene la storia della musica da potersi permettere di nasconderla. Non chiede all’ascoltatore di riconoscere ogni citazione. Gli interessa che quel passato produca energia nel presente. È la differenza tra citare e assimilare.

La prova forse più interessante arriva quando davanti a lui non c’è una giovane star in cerca di definizione, ma Paul McCartney. Nel 2011 aveva fatto il deejay al matrimonio di McCartney con Nancy Shevell. Poco dopo l’ex Beatles lo contattò per produrre alcune canzoni di un disco intitolato New. «Le regole del pop le ha scritte tutte lui. Il primo giorno ti concede il diritto di fare l’idiota, di essere terrorizzato. Dal secondo, però, bisogna cominciare a lavorare davvero» ricorda. «Superato il timore reverenziale, riuscì a a fare ciò per cui era stato chiamato: non contemplare la storia, bensì lavorarci dentro».

È una capacità che torna anche nel rapporto con Lady Gaga. Quando lavora all’album Joanne, la Gaga che gli interessa non è quella delle grandi architetture elettroniche degli esordi. È una musicista più esposta, più fisica, circondata da chitarre, pianoforti e strumenti reali. Ancora una volta non arriva con un’estetica precostituita. Individua un’attitudine già presente nell’artista e la accompagna. Da quella relazione creativa nascerà anche Shallow, scritta da Lady Gaga insieme a Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt e premiata nel 2019 con l’Oscar per la migliore canzone originale.

Anche Shallow dice qualcosa del suo gusto. Non è costruita come molte hit contemporanee. Non ha fretta. Parte quasi spoglia, accumula tensione e aspetta parecchio prima di liberare ciò che tutti ricordano: quella salita vocale che trasforma la canzone in un evento.

Il mestiere di produttore richiede una combinazione rara. Cultura musicale senza pedanteria. Autorità senza bisogno di dominio. Capacità tecnica senza feticismo per la tecnica. E soprattutto abbastanza sicurezza da sapere quando insistere e quando farsi da parte. Nel pop contemporaneo, dove tutti cercano di prevedere l’algoritmo successivo, lui continua invece a fare un mestiere più antico: sceglie. È così che si costruisce il gusto. Non indovinando ciò che il pubblico vuole ascoltare. Ma facendo in modo che, quando finalmente lo ascolta, gli sembri di averlo desiderato da sempre.

Ronson è cresciuto come deejay, e forse una parte del suo intuito micidiale viene da lì. Un grande deejay non crea necessariamente la musica che mette. Ma deve capire che cosa può stare accanto a che cosa. Deve percepire il momento in cui un pubblico è pronto per un cambio di ritmo. Deve conoscere il passato e nello stesso tempo leggere l’atmosfera che aleggia in una “stanza”. Mark ha trasferito questa sensibilità nello studio di registrazione. Solo che la “stanza”, adesso, è il pop mondiale.

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