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Perché stiamo tornando a comprare penne e oggetti di cartoleria (che nonostante l’AI ci servono più di prima)

Perché stiamo tornando a comprare penne e oggetti di cartoleria (che nonostante l’AI ci servono più di prima)

Cartolerie in crescita e ritorno agli acquisti fisici: il caso LEGAMI spiega perché carta, penne e negozi stanno tornando centrali

Per anni abbiamo raccontato il futuro come un progressivo svuotamento della materia, una traiettoria lineare verso il digitale in cui gli oggetti avrebbero perso peso, significato e centralità, riducendosi a strumenti residuali in un ecosistema sempre più dominato da piattaforme, servizi e interfacce. Poi qualcosa si è incrinato, lentamente ma in modo evidente, fino a produrre un’inversione che oggi non può più essere letta come una semplice oscillazione di gusto.

Non stiamo tornando indietro, e soprattutto non stiamo riscoprendo la carta per nostalgia, ma stiamo entrando dentro una fase nuova in cui l’oggetto torna ad avere valore perché diventa veicolo di relazione, di identità, di costruzione personale. È qui che prende forma quella che si può definire, senza forzature, una vera e propria economia dell’oggetto emotivo.

Dall’oggetto utile all’oggetto che racconta chi siamo

Il punto di rottura non è stato tecnologico, ma culturale, e si è manifestato nel momento in cui alcuni attori hanno smesso di trattare l’oggetto come risposta a un bisogno funzionale per iniziare a costruirlo come un linguaggio capace di raccontare qualcosa di più profondo, qualcosa che ha a che fare con il modo in cui le persone vogliono vedersi e farsi vedere.

Spesso tutto parte da elementi minimi, quasi invisibili nel loro utilizzo quotidiano, come un accessorio o una penna, oggetti che nella loro forma più semplice non hanno nulla di straordinario ma che, se reinterpretati, riescono a trasformarsi in simboli riconoscibili, capaci di attraversare generazioni e mercati perché intercettano un bisogno che non è più solo pratico ma emotivo. È esattamente questo passaggio che ha permesso a prodotti apparentemente banali di diventare oggetti cult, spostando il valore dalla funzione alla relazione.

È una traiettoria che si legge chiaramente anche nel caso di LEGAMI, azienda italiana nata a Bergamo nel 2003 “da un’intuizione e da un oggetto semplice, dal sapore nostalgico, ma rivoluzionario: una cinghia per legare i libri”, un accessorio funzionale che racchiudeva già una visione precisa, quella di “rendere l’ordinario personale ed emozionale, capace di raccontare chi siamo”. Fin dall’inizio, infatti, l’obiettivo non era restare dentro la cartoleria, ma “non limitarsi a proporre semplici oggetti”, bensì “reinterpretare la categoria portando colore, messaggi positivi e creatività in un settore percepito come tradizionale”.

Il vero punto di svolta arriva nel 2018, quando “la penna cancellabile diventa un oggetto cult, capace di parlare a generazioni diverse e di oltrepassare i confini italiani”, trasformando definitivamente un oggetto quotidiano in un simbolo culturale. È qui che il modello si chiarisce: “oggi non si propongono semplicemente oggetti, ma connessioni e piccoli momenti di felicità quotidiana da portare con sé, ovunque nel mondo”.

Da lì, il salto non è incrementale ma sistemico, perché l’oggetto smette di essere isolato e diventa parte di un universo più ampio, composto da oltre 5.000 prodotti organizzati in 17 mondi tematici, dove ogni elemento non è pensato per essere necessario ma per essere scelto, riconosciuto, desiderato.

Il retail torna centrale perché diventa esperienza

Dentro questa trasformazione cambia inevitabilmente anche il ruolo del retail fisico, che per anni era stato dato per superato da un digitale sempre più efficiente, veloce e totalizzante, e che invece oggi torna a occupare una posizione centrale proprio perché offre ciò che il digitale non può replicare completamente: l’esperienza.

Non è un caso che LEGAMI abbia costruito una presenza internazionale che supera le 170 boutique monomarca distribuite in oltre 70 Paesi, ma il dato davvero rilevante non è la scala geografica, bensì la natura di questi spazi, “non semplici punti vendita, ma spazi immersivi in cui l’universo prende forma attraverso mondi tematici, colori e dettagli che invitano alla scoperta”.

In un contesto dominato dal digitale, il retail fisico cambia funzione e acquista un significato ancora più forte, diventando “il luogo dell’incontro, della sorpresa, del regalo scelto con il cuore”, anche perché “negli ultimi anni le persone hanno riscoperto quanto siano importanti i legami autentici su cui poter davvero contare”. È qui che si gioca la differenza più netta: “il digitale connette e amplifica, ma il negozio crea relazione”, qualcosa di “profondamente umano e fisico, che ha bisogno di tridimensionalità, di luoghi e di persone”, dove persino elementi sensoriali come il tatto o il profumo contribuiscono a costruire un ricordo.

Creatività industriale: quando l’emozione diventa sistema

Quella che dall’esterno può sembrare una produzione spontanea, leggera, quasi istintiva, è in realtà il risultato di un processo estremamente strutturato, in cui “la creatività è un processo strutturato che prende forma all’interno del Creative Lab, dove lavorano quasi 70 professionisti multidisciplinari con un’età media inferiore ai 35 anni”, una squadra che garantisce coerenza perché “questa conoscenza condivisa è ciò che permette di mantenere identità anche nello sviluppo di oltre 1.000 nuovi prodotti ogni anno”.

La chiave resta “l’equilibrio tra libertà creativa e identità forte”, con ogni progetto valutato attraverso un sistema valoriale preciso, mentre il concetto di “Diversity Explosion” permette di sviluppare prodotti “pensati per parlare a sensibilità diverse, senza costruirli a partire da target rigidi”, ma immaginando oggetti capaci di essere riconosciuti e amati da persone molto diverse tra loro.

Simboli, personaggi, identità: il linguaggio dei nuovi oggetti

Un ulteriore livello di questa trasformazione riguarda la costruzione di un immaginario fatto di simboli e personaggi, che sposta definitivamente l’oggetto dal piano funzionale a quello identitario. “I personaggi non sono semplici elementi grafici, ma portatori di significato”, strumenti attraverso cui costruire continuità emotiva in un mercato sempre più affollato.

Un esempio emblematico è quello di Ladybug, accompagnata dal messaggio “la fortuna non si trova, si costruisce”, che diventa un invito implicito a sentirsi protagonisti della propria storia, in un sistema in cui “le persone cercano non solo prodotti, ma narrazioni in cui riconoscersi”, e in cui ogni simbolo rappresenta “uno spazio aperto, dove ognuno può trovare ciò che meglio interpreta il proprio momento”.

Non è casuale che questo approccio si traduca anche in campagne come “The Real Ones”, costruite sull’idea che “non esista un solo modo di essere veri: la verità sta nelle sfumature, nelle differenze e nelle unicità”, rendendo ogni oggetto uno specchio emotivo.

Dietro tutto questo c’è un processo preciso: “ogni nuovo personaggio nasce dall’incontro tra funzione ed emozione”, in cui l’intuizione creativa si nutre di osservazione, perché “viaggiamo in molti Paesi per comprendere come evolvono i linguaggi, i comportamenti e i modi di raccontarsi”, fino a trasformare un’idea in un compagno quotidiano capace di esprimere uno stato d’animo.

E tutto questo si lega a una filosofia chiara: “We are dreamers è un’attitudine”, ovvero la convinzione che anche un oggetto quotidiano possa accendere immaginazione e possibilità, dando vita a quella che viene definita una vera e propria “galassia narrativa”, in cui ogni nuovo simbolo diventa anche una dichiarazione strategica, perché significa “offrire alle persone un vero e proprio capitale narrativo”, fatto di simboli e storie attraverso cui raccontarsi.

Il paradosso della sostenibilità: l’emozione deve essere responsabile

Dentro questa evoluzione si inserisce anche una tensione che non può più essere ignorata. “La sostenibilità non è una dichiarazione d’intenti, ma una parte integrante del processo creativo”, il che significa che se si creano oggetti pensati per generare emozioni positive, questi non possono nascere “dallo sfruttamento dell’ambiente o delle persone”, perché “un prodotto privo di responsabilità sarebbe incompatibile con i nostri principi”.

Questo approccio si traduce in scelte concrete: attenzione rigorosa agli standard di lavoro lungo tutta la filiera, audit indipendenti, monitoraggio costante delle condizioni produttive, ma anche l’impegno a creare prodotti “realizzati per durare nel tempo non solo dal punto di vista materiale, ma anche relazionale”, capaci di costruire un legame con chi li utilizza o li riceve.

A questo si aggiunge la riduzione della plastica, l’eliminazione del packaging usa e getta e la decisione di destinare ogni anno fino al 5% degli utili a progetti ambientali e sociali, come estensione naturale di questa visione.

Il vero cambiamento: non compriamo più cose, ma relazioni

Alla fine, quello che emerge con chiarezza è che il cambiamento non riguarda tanto gli oggetti in sé, quanto il modo in cui vengono percepiti e utilizzati, perché ciò che si acquista oggi non è più soltanto qualcosa che serve, ma qualcosa che accompagna, rappresenta, costruisce un legame.

Scrivere a mano, scegliere un oggetto, regalarlo, portarlo con sé: sono gesti che tornano ad avere peso non per la loro utilità immediata, ma per la capacità di costruire una dimensione personale all’interno di un sistema sempre più standardizzato e replicabile.

L’economia dell’oggetto emotivo non è una deviazione dal digitale, ma la sua conseguenza più naturale, perché è proprio nel momento in cui tutto diventa accessibile, immediato e immateriale che cresce il bisogno di ciò che resta fisico, concreto, imperfetto.

E forse è proprio qui che si gioca la partita più interessante: non nel ritorno degli oggetti, ma nel ritorno del significato che siamo disposti ad attribuire loro.

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