In un famoso club di New York si incontrano ogni giorno distinti professionisti e uomini in pensione. Tra questi, tre amici sono soliti raccontarsi gli aneddoti più significativi della loro vita lavorativa. La storia più avvincente è quella del giudice Gardner, che ripercorre una vicenda complessa vissuta nell’ultima fase della sua carriera.
Jim McCarthy si recò un giorno dalla sua amante Linda con l’intenzione di troncare il loro burrascoso rapporto. Le cose però precipitarono quando la donna gli rivelò di aver filmato le loro scene d’amore con una telecamera nascosta tra i faretti del controsoffitto, sopra il letto. Jim, preso da un impeto di rabbia, le scagliò contro un grosso vaso di vetro. Linda cadde a terra, sbattendo la testa contro il basamento di marmo del camino, e rimase immobile in una pozza di sangue. Terrorizzato, Jim si accertò che respirasse ancora, poi fuggì.
Tornato a casa dalla moglie, sperava che tutto finisse lì. Due giorni dopo, però, i telegiornali annunciarono che una donna era stata trovata uccisa con un colpo di pistola al diciottesimo piano del 58 di West Broadway, il palazzo dove viveva Linda. Jim rimase senza parole: lui non l’aveva uccisa, e tantomeno con una pistola.
Il giorno seguente la polizia bussò alla sua porta. Jim cercò di spiegare agli investigatori come aveva conosciuto Linda: era una ragazza ambiziosa, che cercava fama e successo attraverso le sue conoscenze a TV20, un’emittente televisiva dove lavorava anche il suo amico George. Insieme cercavano di darle visibilità con spot pubblicitari o piccole parti in fiction. Nonostante le sue spiegazioni, Jim rimase il principale indiziato. Il suo avvocato riuscì però a tenerlo fuori dai guai, almeno temporaneamente, grazie all’assenza dell’arma del delitto.
Deciso a fare luce sulla vicenda, Jim recuperò una chiave che apriva la cassetta di sicurezza di Linda. All’interno trovò solo delle lettere firmate da un certo Mark Sullivan, probabilmente il marito della donna, e alcune fotografie che lo ritraevano al lavoro in Sudafrica.
Quello che nessuno sapeva era che Mark, vent’anni prima, aveva rubato insieme al complice Clint un diamante di valore inestimabile a un faccendiere olandese di Pretoria. La pietra era stata nascosta all’interno di una statuetta di legno raffigurante una divinità orientale. La statuetta era passata più volte di mano in mano tra i due complici, finché Mark non l’aveva consegnata a Linda, sua moglie appena sposata, del tutto ignara di cosa custodisse.
La storia di Linda aveva radici dolorose. Da bambina aveva assistito a qualcosa di oscuro e mai del tutto chiarito: i suoi genitori erano partiti in barca per una gita sul lago, ma solo il padre era tornato. La madre, si disse, era scesa sull’altra sponda dopo l’ennesima lite col marito. Linda forse aveva visto qualcosa, ma il ricordo era rimasto confuso e nebuloso. Cresciuta dalla zia, era diventata una ragazza ribelle con un solo desiderio: andare a New York e godersi la vita. Così aveva fatto. Dopo aver sposato Mark Sullivan, una sera era fuggita portando con sé la statuetta, per ricominciare in un lussuoso appartamento messo a disposizione dal suo nuovo amante, Jim McCarthy.
Il commissario Talbot si ritrovò a dover dipanare una matassa intricatissima. All’omicidio di Linda si intrecciavano i ricatti legati alle riprese della telecamera nascosta, le indagini parallele condotte da Charles, il padre della vittima, che cercava da solo il responsabile della morte della figlia, e i colleghi di Jim a TV20, che avevano avuto anch’essi rapporti con Linda — forse non solo per la sua bellezza, ma anche perché poteva essere entrata in possesso del prezioso diamante.


