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Kane Parsons: «Backrooms non è un horror, è una macchina del tempo»

Kane Parsons: «Backrooms non è un horror, è una macchina del tempo»

Dal fenomeno nato su YouTube al film per il cinema: il giovanissimo regista racconta l’ambiguità del suo universo, il rapporto della Generazione Z con Hollywood e la capacità degli spazi vuoti di risvegliare ricordi, paure e domande senza risposta

In fondo a un corridoio apparentemente infinito non è detto che si nasconda un mostro. Potrebbe esserci un ricordo, una parte di noi rimasta bloccata nell’infanzia oppure la sensazione, difficile da spiegare, che gli edifici abbiano una propria personalità. È da questa relazione quasi emotiva con le stanze, i passaggi e le architetture anonime che nasce l’universo di Backrooms, il progetto con cui Kane Parsons ha trasformato un esperimento pubblicato online in un film destinato alle sale.

Parsons aveva soltanto sedici anni quando, nel gennaio del 2022, caricò su YouTube il primo cortometraggio ambientato nei Backrooms: un labirinto di pareti giallastre, moquette consumata e luci al neon, ricreato quasi interamente attraverso gli effetti visivi. Il video diventò rapidamente un fenomeno, facendo del suo autore uno dei simboli di una nuova generazione di cineasti cresciuti non nelle scuole di cinema o sui set tradizionali, ma tra software 3D, commenti online e algoritmi.

Il passaggio al lungometraggio non ha però significato abbandonare ciò che aveva reso affascinante il progetto originale: la sua ambiguità. Parsons racconta di aver sempre cercato storie aperte, capaci di resistere alle interpretazioni definitive. «Nella vita non arriva mai un riassunto finale che ti dice cosa hai capito correttamente e cosa hai sbagliato», spiega. Per questo, anche davanti a un universo fantascientifico complesso come quello dei Backrooms, considera riduttivo offrire allo spettatore risposte assolute. Il suo obiettivo è costruire ipotesi solide e coerenti, non spiegazioni definitive.

Dal video online al grande schermo

Portare i Backrooms al cinema ha imposto un cambiamento di linguaggio. Nei video di YouTube un personaggio può camminare per venticinque minuti lungo lo stesso corridoio, lasciando allo spettatore la libertà di interrompere, tornare indietro o accelerare. Un film di circa novanta minuti deve invece governare l’attenzione del pubblico, costruire un arco emotivo e seguire personaggi capaci di entrare in collisione con quell’universo.

Parsons descrive il progetto come un albero cresciuto nel tempo: i contenuti online rappresentano alcuni rami, il film ne esplora un altro. La serie di YouTube era soprattutto concentrata sulla logica enigmatica del mondo e sul tentativo di comprenderne il funzionamento. Il lungometraggio restringe invece lo sguardo su una storia più intima e umana, senza rinunciare alla complessità dell’universo originale. Allo stesso tempo, le maggiori risorse produttive hanno permesso di costruire fisicamente una parte degli ambienti, dando agli spazi un peso e una presenza che sul web potevano essere soltanto simulati.

Questa attenzione all’architettura non è soltanto estetica. Parsons è interessato alle relazioni profonde, spesso inconsapevoli, che le persone stabiliscono con i luoghi attraversati durante la propria vita. Una stanza dell’infanzia, dimenticata per decenni, può riapparire all’improvviso davanti a una parete, una luce o una porta. È proprio questa familiarità disturbante ad aver permesso ai Backrooms di entrare nell’immaginario collettivo.

«Cerco dettagli oscuri che siano in qualche modo universali», racconta il regista. I suoi spazi sembrano artificiali e irreali, ma evocano uffici, sale d’attesa, scuole, alberghi e corridoi che tutti crediamo di avere già visto. La componente più inquietante nasce proprio da questa contraddizione: non riconosciamo il luogo, eppure abbiamo la sensazione di esserci già stati.

«Non lo considero un film horror»

Nonostante venga inevitabilmente presentato come un horror, Parsons sostiene di non aver mai pensato a Backrooms principalmente come a un film dell’orrore. L’obiettivo non è spaventare o sconvolgere, ma provocare un’introspezione, interrogando il rapporto fra gli individui e il mondo esterno.

Gli elementi tipici del genere esistono, così come esistono momenti costruiti per generare paura. Ma al centro del film si trova una struttura fantascientifica, avvolta da un mistero apparentemente inconoscibile e attraversata da una nostalgia profonda. I Backrooms diventano così una sorta di macchina del tempo: una porta verso una fase più semplice, concreta e forse perduta della propria esistenza.

È anche per questa ragione che il film sembra parlare a pubblici molto diversi. I più giovani conoscono già il fenomeno attraverso Internet, videogiochi e contenuti social, ma l’idea di un’architettura capace di custodire ciò che abbiamo dimenticato non appartiene a una sola generazione. Per una persona adulta, quei corridoi possono rappresentare la possibilità di tornare indietro, recuperare qualcosa che si credeva perduto o confrontarsi con le strade senza uscita incontrate nel corso della vita.

Il film affronta inoltre la memoria, il dolore e il trauma senza trasformarsi, secondo Parsons, nell’ennesimo “trauma movie”. Il regista preferisce leggere la vicenda come una riflessione sui compromessi e sulle rinunce compiuti all’interno dei sistemi sociali, economici e culturali costruiti dagli esseri umani.

I personaggi orbitano intorno a un vuoto dal quale cercano disperatamente di ricavare una risposta. Quella risposta, probabilmente, non esiste. Ognuno deve quindi trovare un modo per accettare l’assenza di certezze oppure liberarsene, tornando a costruire una vita possibile. In questo senso, Backrooms parla di ciò che rimandiamo, sacrifichiamo o perdiamo per adattarci alle strutture nelle quali viviamo.

La Generazione Z entra a Hollywood

Con Parsons, Hollywood non ha accolto soltanto un giovane regista, ma un modo diverso di concepire la creazione e la relazione con il pubblico. Crescere su Internet significa sviluppare intuizioni difficili da trasformare in una formula: imparare a immaginare la reazione degli spettatori, prevedere la diffusione di un’immagine e comprendere quasi istintivamente il tipo di dettaglio capace di accendere una conversazione online.

Parsons ammette di controllare abitualmente le sezioni dei commenti, come fanno molti utenti della sua generazione. Questa esposizione continua alle reazioni del pubblico può aver costruito nei più giovani una sorta di istinto comunicativo e perfino promozionale. Non sempre, però, si tratta di un processo consapevole: spesso le decisioni che incontrano maggiormente la sensibilità della Generazione Z sono proprio quelle che il regista compie senza rendersi conto della loro specificità.

La crescente attenzione di Hollywood nei confronti dei creator di YouTube non sarebbe quindi una moda inspiegabile. Secondo Parsons, i giovani che oggi pubblicano cortometraggi online sono gli stessi che quarant’anni fa avrebbero seguito percorsi più tradizionali. È cambiato il mezzo, non necessariamente l’impulso creativo.

YouTube permette però di sottoporre immediatamente un’idea alla prova del pubblico. Quando il primo cortometraggio di Backrooms iniziò a crescere, ancora prima di raggiungere venti milioni di visualizzazioni, il successo del progetto funzionò come un segnale visibile per produttori e studios. La tecnologia ha reso più veloce una dinamica antica: riconoscere un’idea che sta conquistando le persone e intervenire prima che perda la propria spinta.

Questo non significa che un budget più alto produca automaticamente un film migliore. Parsons non si definisce un appassionato di apparecchiature e considera la tecnologia subordinata alla forza dell’idea. Le risorse consentono di girare in luoghi complessi, rappresentare meglio ambienti e situazioni e ridurre alcune difficoltà produttive, ma uno dei lavori di cui è più orgoglioso rimane un progetto realizzato praticamente senza denaro e pubblicato su YouTube.

«Seguirò sempre l’idea più bizzarra o quella più profondamente connessa alle persone», afferma. È probabilmente questa la vera continuità tra il ragazzo che lavorava da solo con Blender e il regista approdato sul set di una grande produzione: la volontà di costruire qualcosa che non assomigli a ciò che il pubblico ha già visto.

Il futuro tra cinema, serie e videogiochi

Dopo Backrooms, Parsons non vuole scegliere un solo mezzo. Ha in mente progetti cinematografici, una o due possibili serie televisive e persino un futuro nel mondo dei videogiochi. YouTube continuerà a esistere come laboratorio sperimentale, uno spazio nel quale provare idee e linguaggi senza i vincoli della produzione tradizionale.

Per il momento, però, il cinema rimane la sua priorità. Il primo lungometraggio gli ha permesso di comprendere una filiera produttiva completamente nuova, ma soprattutto gli ha mostrato tutto ciò che vorrebbe migliorare, cambiare e sperimentare nel progetto successivo.

È una traiettoria che racconta molto più della semplice trasformazione di un video virale in un film. Backrooms dimostra che Internet non è soltanto uno strumento promozionale o un archivio di contenuti da adattare, ma un luogo nel quale può nascere una nuova grammatica cinematografica. Una grammatica fatta di immagini imperfette, spazi vuoti, teorie elaborate collettivamente e domande destinate a rimanere aperte.

Parsons non vuole accompagnare lo spettatore fino alla soluzione del mistero. Preferisce lasciarlo in mezzo al corridoio, davanti a una porta che potrebbe condurre ovunque. Perché, proprio come accade nella vita, non sempre esiste una spiegazione finale. E talvolta è l’assenza della risposta a rendere impossibile smettere di guardare.

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