Francesca Fialdini: «Vi racconto senza filtri la Fame d'amore»
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Francesca Fialdini: «Vi racconto senza filtri la Fame d'amore»
Televisione

Francesca Fialdini: «Vi racconto senza filtri la Fame d'amore»

Parla la conduttrice di Fame d'amore, la nuova docu-serie della rai

Più di ottomila casi l'anno, solo quelli dichiarati, oltre 3 milioni di persone che ne soffrono, eppure in Italia di disturbi alimentari si parla sempre poco e spesso male. Da anni resta un tema tra le pieghe delle pagine di costume, un modo per accusare i media oppure i social network, senza però grattare oltre la superficie, forse per paura di non saper incassare lo schiaffo in faccia che ogni dolore che c'è dietro la storia di un'anoressica o di un bulimico. A provare a raccontare un universo così complesso ci prova Francesca Fialdini, la conduttrice di Fame d'amore, la nuova docu-serie in quattro puntate prodotta da Ballandi, in onda su Rai 3 da lunedì 11 maggio in seconda serata.

Francesca, perché i disturbi alimentari sono ancora un tabù di cui si parla molto poco in Italia?

«Per molto tempo se n'è parlato trattandolo come qualcosa di evanescente, legato all'immagine e all'estetica. Oggi invece è tutto cambiato: abbiamo capito dove nascono anoressia, bulimia o dipendenze da cibo e parlarne significherebbe mettere in discussione le relazione primarie su cui si basa la nostra società».

Cioè?

«Famiglia, scuola, amicizie. Le ferite più profonde scattano nei contesti di relazione primarie: se le figure di riferimento non ti guardano con amore, non ti aiutano a provare a capire chi sei, non puoi crescere sicuro e libero di fare delle scelte».

Com'è nato Fame d'amore?

«Da un lavoro di due anni di Andrea Casadio, che studiava memoria e psicosi della mente. Ha frequentato Villa Miralago di Varese e Palazzo Francisci a Todi, due centri d'eccellenza, e grazie al suo interesse di divulgatore ha deciso di dare voce ai ragazzi, farli parlare e provare a capire una patologia che li fa sentire inadeguati per la società nella quale viviamo».

È stato complicato convincere i ragazzi a parlare davanti a una telecamera?

«No, i ragazzi desiderano raccontarsi e mostrarsi, con i loro disturbi e il bagaglio di sofferenze, e davanti alla telecamera trovano quello sguardo e quell'attenzione che spesso non hanno avuto. Noi li mostriamo per come sono, compreso il loro disagio più profondo».

Le famiglie come hanno reagito?

«È stato più complicato ottenere il loro consenso. Spesso perché abbiamo trovato genitori spaventati o inconsapevoli, che non riescono a mettersi in discussione per capire dove hanno sbagliato. "Gli ho dato tutto", dicevano. Tutto ma non la libertà di essere loro stessi».

Il racconto di Fame d'amore segue la giornata tipo dei ragazzi all'interno delle due comunità, la telecamera guarda ciò che guardano loro. L'impatto è forte?

«Inevitabilmente, perché non c'è nulla di omesso. C'è la paura del lunedì mattina alle 7.30, quando salgono sulla bilancia, ci sono ragazze nutrite per mesi con un sondino, corpi trasformati, curve femminili scomparse, crisalidi che arrivano a pesare 22-23 chili».

C'è una storia che l'ha colpita?

«Tutte mi hanno colpito. Ricordo bene quella di Beatrice, un caso emblematico: investita di aspettative dalla famiglia rispetto al suo futuro, si è sentita sovraccaricata di un peso che non voleva portare. È rimasta bloccata dai desideri degli altri e dal senso di colpo per non essere la figlia perfetta».

Le ferite scaturiscono sempre nell'ambito delle relazioni più importanti?

«Quasi sempre. Mi viene in mente Alberto, un medico di 28 anni, figlio di un famoso nefrologo che si è ritrovato quasi costretto a fare un lavoro che non gli piace. Di giorno mangia regolarmente, di notte corre attorno al letto 4-5 ore consecutive. La sua storia spalanca un mondo, perché si parla sempre di anoressia al femminile e mai al maschile, invece i casi sono in aumento e l'età media di chi soffre di disturbi alimentari si abbassa: sono malattie "furbe", che acquisiscono nuove strade per nascondersi nella mente dei ragazzi».

Lei sarebbe dovuta andare a Varese e Todi per girare le puntate ma a causa del Coronavirus è saltato tutto. L'obiettivo era il faccia a faccia con i protagonisti?



«Sì, con interviste più immersive. A Villa Miralago ci sono stata per lavoro e ho intessuto rapporti con alcuni dei ragazzi: se fossi stata lì avrei interagito direttamente anche in video con i ragazzi. Forse avrei imbastito una narrazione più profonda, ma il risultato che abbiamo ottenuto è comunque davvero potente e importante».

Sempre a proposito di Covid, come ha influito su chi soffre di disturbi alimentari?

«Complicato dirlo, ma se tutti abbiamo interiorizzato stress, paura e angosce, per questi ragazzi è tutto ancora più difficile. Infatti al numero verde nazionale le chiamate negli ultimi mesi si sono triplicate. Se sei un malato cronico, la casa diventa una prigione; se sei convivente, il dramma si amplifica e cerchi altre strategie per non farti scoprire».

Altro dramma della sanità italiana: ci sono pochi strumenti, poche strutture adeguate.

«I poli di eccellenza ci sono, ma i posti sono pochi. Emergono 8 mila nuovi casi l'anno ma i posti in comunità specializzate sono appena 350: le famiglie devono gestire tutto e non sanno come uscirne, mancano gli strumenti culturali ed emotivi».

Che ruolo giocano i social?

«Amplificano un modello all'infinito o sono una porta spalancata sulle challenge, delle sfide per diventare sempre più magri o che spiegano come vomitare senza farsi notare dai genitori. Ma dire che i ragazzi cercano la perfezione sui social è una distorsione del problema: il punto è quando escono dal mondo virtuale e cercano di modificare la realtà, manomettendo la propria immagine e la percezione che hanno di loro stessi».

Dopo questa esperienza, ha capito che cos'è la fame d'amore?

«È quel vuoto che crea vulnerabilità e insicurezza che si sommano fino a minare l'autostima e non aiutano questi ragazzi a evolversi. Hanno ferite profonde e solo quando le riconoscono come tali possono ricostruire se stessi: in queste comunità gli restituiscono uno sguardo più equilibrato per conoscersi, si sentono in un luogo protetto e una volta entrati in relazione con chi soffre come loro, si sentono parte di una collettività. Quasi sempre, dopo un lungo percorso scatta una molla, imparano a volersi bene e si sentono pronti per tornare a vivere».

Voltiamo pagina. Fino a fine stagione andrà in onda la domenica pomeriggio con Da noi a ruota libera: soddisfatta del programma?

«Sì, sono molto soddisfatta: siamo quasi due punti sopra lo scorso anno. Il pubblico si è affezionato alle nostre interviste al nostro racconto, che aveva come obiettivo quello di mettere a fuoco temi inediti, sfidando tabù, pregiudizi e cliché».

L'arrivo del Coronavirus vi ha costretto a stravolgere il format e ma nonostante la platea televisiva più ampia, gli ascolti non sono cresciuti.

«La media è uguale a quella pre Covid, è vero, ma nonostante lo stravolgimento del format, c'è uno zoccolo duro che comunque ci segue: non è facile suscitare curiosità in questo periodo».

La prossima stagione tornerà?

«Non so nulla di certo. Ma spero di poter migliorare la formula che abbiamo sperimentato quest'anno. Intanto torno su Rai 3 anche in estate con un progetto che dovrebbe andare in onda la domenica sera».

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