Calcio

Leonardo, addio Milan. Storia di un uomo specialista in dimissioni

Dal 2010 a oggi ben 5 volte il brasiliano ha lasciato dopo pochi mesi. Ecco la ricostruzione di tutti gli addii della sua carriera

leonardo milan dimissioni carriera

Giovanni Capuano

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Quelle che Leonardo formalizzerà al termine della stagione nelle mani di Ivan Gazidis, al netto delle smentite e di ricostruzioni che servono a preservare l'ambiente nella settimana decisiva del campionato, saranno le quinte dimissioni del brasiliano nella sua carriera post-calciatore. Un record, considerato che si tratta di meno di un decennio e che spesso Leo non è arrivato che a pochi mesi in un ruolo prima di dire addio. O arrivederci.

Dallo strappo con Berlusconi della primavera 2010 a quello con il Milan (dietro la scrivania e non più da allenatore) del maggio 2019 c'è l'evoluzione di un uomo inquieto, poco incline ai compromessi, pensatore libero e che di questa sua libertà ha fatto una bandiera ma anche un limite, considerato come nel bagaglio del grande dirigente ci debba essere anche l'arte della mediazione.

Per Leonardo non è mai stato così e la sua storia professionale lo racconta in quattro tappe cui ora si aggiunge la quinta. In attesa del prossimo giro e del prossimo progetto.

leonardo milan dimissioni carriera

– Credits: MATTEO BAZZI / ANSA

La prima giravolta, dal Milan all'Inter

Lanciato da Galliani sulla panchina del Milan che era stata di Ancelotti (estate 2009), contratto biennale e l'idea di diventare allenatore da grande dopo aver osservato da dietro le quinte il funzionamento del club, Leonardo firmò la sua prima rescissione consensuale il 14 maggio 2010, nemmeno un anno dopo l'insediameento. 

Milan qualificato per la Champions League, mesi di critiche presidenziali ("Questa è una gran bella squadra, avrebbe tutto per vincere se solo la facessero giocare bene..." l'epitaffio firmato Berlusconi) non più di tanti predecessori. "Siamo incompatibili" spiegò Leonardo che ebbe poi modo di argomentare con maggiore profondità il concetto: "Me ne sono andato per ragioni di incompatibilità di carattere e di stile. Sono tutte cose che ho detto anche a lui (Berlusconi ndr), ma a Narciso tutto quello che non è specchio non piace". Amen.

Il tempo di riposare qualche mese e a dicembre la chiamata di Moratti al capezzale dell'Inter uscita come da una centrifuga dalla breve esperienza di Benitez. Partenza sprint, record di punti nelle prime 13 partite (33), sogno scudetto naufragato in un derby stravinto dal Milan e passato alla storia per la dura contestazione degli ex innamorati di Leo, poi l'addio. Improvviso, datato 1° luglio 2011.

Motivi? Ufficialmente la voglia di fare altro, ufficiosamente un rapporto che si era incrinato negli ultimi due mesi e il rifiuto di farsi imporre dalla società alcune figure nello staff o clausole a vincere nel rinnovo di contratto.

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– Credits: EPA/CHRISTOPHE KARABA

La storia più lunga (Psg) e quella più corta (Antalyaspor)

Altro giro, altra esprienza. Questa volta lunga (2 anni e una settimana) e arricchita da quasi 400 milioni spesi sul mercato dal Psg affidato dall'emiro alle mani di Leonardo. Direttore sportivo, un debutto col botto ad appena due giorni dall'addio a Moratti.

Storia prima bella, quindi chiusa male; prima con una squalifica di 9 mesi allungata a 14 e cancellata solo fuori tempo massimo (Leo se n'era già andato da Parigi), poi in un groviglio di critiche e pressioni reciproche. Tutto normale quando gli investimenti sono da emiri, nel senso letterale del termine, e il progetto sportivo ha bisogno di tempo per radicarsi e dare i frutti.

L'annuncio delle dimissioni arrivò il 10 luglio 2013 con effetto al termine della sessione di calciomercato. Addio senza troppi rimpianti, da una parte e dall'altra, ma con la necessità di un periodo di pausa più lungo prima di rimettersi in pista.

Dove? Turchia. Come? Sulla panchina dell'Antalyaspor. Per quanto? Per due mesi e dieci giorni prima di firmare la lettera di dimissioni successiva a quella del presidente che lo aveva scelto e portato fino a lì.

Ora la storia con il Milan, che doveva rappresentare il porto finale del lungo peregrinare di Leonardo. Non è stato così. Questa volta il rapporto si è consumato in inverno, lentamente, dopo che la proprietà ha messo in mano il club a un dirigente che del calcio ha un'idea differente da quella del brasiliano. Giorno più giorno meno, questa volta tutto è finito in dieci mesi e qualche ora.

Un segno di forza o di debolezza? Tanti indizi fanno una prova della difficoltà di Leonardo ad adattarsi al compromesso ma va anche sottolineato come l'addio sia alla fine anche una scelta estrema e molto coerente, che lascia le società libere di muoversi e di cambiare strada.

Prossima tappa? Servirà qualche tempo per disegnarla. Potrebbe essere in Brasile, da coordinatore delle nazionali in vista della Copa America e del quadriennio che porta al Mondiale in Qatar. Oppure altrove, magari in Spagna. Di sicuro non sarà un problema di lingua visto che Leonardo è poliglotta e sa come muoversi ovunque. Conosce bene anche la tradizione della parola 'dimissioni' in tutte le sue forme: démission (francese) o istifa (turco). L'effetto è sempre lo stesso.

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