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Silvia Morara
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Società

Allevi e l'inno del buongusto

Il nuovo inno della Serie A scritto da Giovanni Allevi ha scatenato i commenti del web. Quando le critiche smettono di essere tali e diventano solo espressione dell'invidia più sciocca?

Io odio Giovanni Allevi.

Dirlo, che liberazione.

Però, nel dirlo, ecco che mi sento come il puffo brontolone. Anche il tono che utilizzo è lo stesso: una cartoonesca e cantilenante presa di posizione senza reali motivazioni. "Io odioooooo".

Non ne capisco niente di musica. Ho i miei gusti, credo anche sufficientemente raffinati per uno che non saprebbe strimpellare malamente neanche La canzone del sole intorno a un falò, ma non ho nessuna competenza per dire perché la musica che mi piace credo sia bella e quella che non mi piace brutta, anche se confrontandomi con chi di musica ne capisce tendenzialmente mi viene detto che "ci acchiappo" (mi capita la stessa cosa anche con l’arte, col cibo, col vino).

Grazie a questa istintiva competenza (o fortunata incompetenza) mi permetto sempre una certa arroganza nel criticare quello che ascolto, vedo, mangio o bevo, senza farmi troppe domande.

Quindi ho sempre detto: Allevi mi fa schifo.

Ma in questi giorni, Allevi, autore del nuovo inno della Seria A, è per l’ennesima volta oggetto di critiche, attacchi e prese in giro da parte di tutta la rete benpensante. E io, che ne traggo un gran godimento, mi vedo tristemente unito alla "folla urlante", ne provo vergogna, e cerco di capire il perché.

Musicalmente, la sola cosa che potrei dire, è che mi sembra infantile e facilone, ma non potrei proprio spiegarne la ragione, e temo che più che altro, la mia antipatia, sia da attribuirsi al fastidio che nutro nei confronti del personaggio.

Non tanto per le sue sparate, tipo quella famosa su Beethoven e Jovanotti ("Credo che in Beethoven manchi il ritmo io ho capito cos'è solo con Jovanotti. Nei giovani manca l'innamoramento nei confronti della musica classica proprio perché manca di ritmo"), o quelle altre cose che aveva detto sull’impatto culturale che la sua figura avrebbe sulla musica contemporanea, paragonando se stesso all’Islam nei confronti dell’Occidente.

Per quanto improbabili sono i pensieri legittimi di un artista che cerca di semplificare discorsi articolatissimi in cui ambizioni e aspirazioni si tengono insieme con il sapiente collante del marketing. L’arroganza, se supportata dalle capacità, mi sembra un diritto incontestabile per ogni artista. Sgradevole, forse, ma comunque un diritto il cui esercizio non dovrebbe intaccare il valore delle sue opere.

La cosa che veramente mi irrita di Allevi è quella sua aria perennemente estatica, quell’espressione che in qualunque periferia del mondo gli costerebbe (come minimo) un "che c... ti ridi?", i capelli vergognosamente appariscenti, il tono della voce affettato, insomma, quel nerdismo da scout con uno sviluppatissimo senso civico per cui la parola "amore" assume un valore trascendente, spirituale, universale, materiale., non sa manco lui quale. Ogni volta che lo guardo, mi vien voglia di pestargli un’unghia incarnita per fargli capire che no, la vita non è quella cosa idilliaca che crede lui.

Però, ecco, tocca interrogarsi. Perché la rabbia che provocano la sua faccia, il suo atteggiamento e le sue composizioni, tendenzialmente, trasuda più invidia che altro. Forse l’inno per la A fa schifo, e probabilmente Allevi è sopravvalutato come musicista in maniera indecorosa. Ma il fastidio che provoca riguarda più chi lo prova che quello che lui fa per provocarlo. Vedere il suo successo, per noi così inspiegabile, produce in noi esattamente quel tipo di livore cieco che trova nel web (terreno privilegiato di ogni sorta di idiozia, come sottolineava tempo fa anche Umberto Eco) il luogo ideale per trasformare in bestialità la nostra frustrazione.

Prendersela pubblicamente con chi ha la capacità di vendersi ai potenti e alla "gente", traendo benefici economico-culturali da questa capacità, mi sembra legittimo solo se si sono raggiunti risultati analoghi, in quello o in qualche altro campo, con cose molto più belle.

Altrimenti, tutti noi che insultiamo Allevi, stiamo dicendo solo al resto del mondo "vorrei ma non posso" domandandoci "perché a lui sì e a me no"?

È un bisogno che ci prende alla pancia, a tutti noi irrealizzati convinti di meritare di più dalla vita. Sono sentimenti troppo umani per poterli considerare alieni e mentre siamo lì che li "sentiamo", ecco il social network aperto che sembra dire "gridalo a tutti, denuncia al mondo questo scandalo, e tutti ti ameranno"!

Nessuno ama gl invidiosi. anzi. Dando voce a questi nostri rancorosi (seppur legittimi) istinti, stiamo spiattellando a tutti la nostra miseria (tranquilli, oltre a essere in buona compagnia non importa a nessuno di quel che pensiamo) convinti di infliggere colpi mortali all’oggetto del nostro odio, quando non stiamo facendo altro che puntare i riflettori sulla nostra imbarazzante condizione di poveri invidiosi.

Rifiutarsi di insultare Allevi e la sua musica, in questi giorni, non è un favore o una concessione ad Allevi e alla sua musica, ma l’occasione buona per dimostrare che, anche se non siamo capaci di avere più successo di lui, possiamo quantomeno avere più buongusto.

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