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Una donna al Quirinale

Per la prima volta potrebbe essere eletta una donna come Capo dello Stato. Da Tina Anselmi a Nilde Iotti, le precedenti candidature

La prima volta che si avanzò, in maniera molto discreta e quasi impercettibile, il nome di una donna come possibile candidata alla Presidenza della Repubblica fu nel 1985 in occasione dell’elezione di Francesco Cossiga, che in questi giorni viene evocata a più riprese come di un’elezione da tenere in considerazione per il metodo messo in atto da Ciriaco De Mita e Alessandro Natta rispettivamente segretario della Dc e del Pci. In quella circostanza i nomi furono addirittura due e anche di un certo peso dal punto di vista politico-istituzionale, in quanto si trattava di Tina Anselmi e Nilde Iotti.

Tina Anselmi e Nilde Iotti

La Anselmi, democristiana, oltre a essere stata partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1976 entrò a far parte del III governo Andreotti occupando la poltrona al dicastero del Lavoro (prima donna ministro nella storia repubblicana). Nel 1981 arrivò l’incarico più arduo della sua esperienza politica e che le costò anche un certo ostracismo negli anni a venire, quello di presidente della Commissione d’inchiesta sulla Loggia Massonica P2. Lei lo assolverà in maniera impeccabile diventando così una sorta di Giovanna d’Arco per gli italiani.

La Iotti, comunista e anche lei partigiana, nel 1946 entrò a far parte dell’Assemblea Costituente; nel 1979 fu eletta Presidente della Camera dei Deputati, prima donna a occupare lo scranno più alto di Montecitorio e riconfermata per tre Legislature consecutive, unico caso nella storia repubblicana. Nel 1987, sempre per la prima volta in Italia in quanto donna e, appunto, comunista, proprio Francesco Cossiga le affiderà un incarico esplorativo per la formazione del Governo in uno dei tanti momenti difficili del nostro Paese. Il tentativo si concluse negativamente.

Da quel momento, i nomi delle due partigiane verranno riproposti sistematicamente in tutte le elezioni successive ma sempre in maniera molto superficiale e, soprattutto, poco riguardosa nei loro confronti, quasi si trattasse più di un gesto di cortesia o, forse, per evitare che la politica (nonostante sia di genere femminile) si mostrasse troppo maschilista.

Rosa Russo Jervolino ed Emma Bonino

Nel 1999 la pattuglia femminile delle candidate al Quirinale si fa più corposa, ed ecco aggiungersi altri due nomi, quello di Rosa Russo Jervolino (prima donna a ricoprire l’incarico di ministro dell’Interno) e della esponente radicale Emma Bonino che da quel momento sarà costantemente la candidata più votata dagli italiani nei sondaggi.

Per la cronaca, nel 1985 Tina Anselmi racimolò la misera cifra di 3 voti, nel 1992 Nilde Iotti non andò oltre i 4 voti, nel 1999 Rosa Russo Jervolino ottenne il record di 16 voti e nel 2013 Emma Bonino si fermò a 13 voti.

Razzismo politico

Il 9 maggio 1999, alla vigilia dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi, il direttore del Corriere della sera Ferruccio De Bortoli così scrisse nel suo editoriale: dovendo fare un nome d'istinto e d'affetto, faremmo quello di Emma Bonino. Per il suo coraggio, le sue battaglie umanitarie, il suo prestigio europeo che la fanno apprezzare più fuori che dentro i nostri confini. E' intollerabile che la sua candidatura sia invisibile, vittima di una forma di razzismo politico.

Già perché, a voler essere sinceri, e fuori da ogni forma di ipocrisia di cui la nostra politica ne è piena, di questo si è trattato tutte le volte che in Italia (dal 1985 a oggi) si è pensato di poter affidare a una donna incarichi importanti a livello istituzionale, di razzismo politico.

Oggi, nell’anno del Signore 2015 siamo di nuovo a parlare di elezione presidenziale e immediatamente è partita la corsa all’autocandidatura che nel nostro Paese precede la vera investitura oltre, naturalmente, allo stucchevole gioco del toto-nomi che, nella quasi totalità, si svolge tra coloro che non devono assolutamente offuscare il Presidente del Consiglio di turno.

Ebbene, se i Grandi Elettori (donne incluse, che sono 291 tra deputate e senatrici) mostrassero un briciolo di coraggio, in occasione dell’elezione del nuovo Capo dello Stato, con uno scatto di orgoglio potrebbero eleggere al Quirinale la prima donna Presidente della Repubblica Italiana sin dalla prima votazione.

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