Chiacchiere da bar col mafioso pentito
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Chiacchiere da bar col mafioso pentito

Dal golpe Borghese ad Aldo Moro: al processo si parla di tutto meno che di trattativa.

Sarebbe difficile spiegare il senso dell’udienza di giovedì 27 febbraio a un giurista straniero. Il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia già spazia su un arco temporale assai ampio: dal marzo 1992, omicidio di Salvo Lima, all’aprile 2006, cattura di Bernardo Provenzano. Una quindicina di anni, durante i quali si dipana l’oggetto del processo, la famosa trattativa. Bene. In quattro ore di udienza il pentito Francesco Di Carlo, che già aveva iniziato a deporre nell’udienza precedente e verrà sentito ancora nella prossima, avrà parlato sì e no un quarto d’ora di temi attinenti al processo.

L’inizio dell’interrogatorio è stato surreale. Il pubblico ministero Nino Di Matteo ha chiesto conto di una riunione a Roma, nell’ufficio di Lima, di cui il pentito aveva parlato precedentemente. Di Carlo ha così risposto: "Per la verità la riunione, ora che mi ricordo, si svolse non a Roma, ma in una villa al mare, al Circeo. Non mi pare ci fosse Lima. Io avevo accompagnato in macchina Ignazio Salvo. C’erano politici, massoni della P2 e militari dei servizi segreti fra cui il generale Santovito, mio amico, tanto che lo chiamavo familiarmente Peppino. Era il 1980, si trattava di una riunione per preparare un golpe, il golpe Borghese". "Ma quello fu un tentativo di golpe del dicembre 1970" ha timidamente obiettato il pm. "Appunto, dieci anni dopo pensavano di ripetere il tentativo" è stata l’ineffabile risposta. Non sarebbe stata comunque la stessa cosa, visto che il principe golpista era nel frattempo morto, esule in Spagna, nel 1974, ma la questione non è stata affrontata perché Di Carlo ha proseguito inarrestabile a parlare della P2, di Francesco Cossiga che ne era il vero capo come, a suo dire, gli aveva assicurato una volta a pranzo l’avvocato Vito Guarrasi. E poi dei suoi rapporti con i servizi segreti: non solo attraverso l’amicizia col generale Santovito, peraltro destituito nel 1982, ma con un misterioso "signor Giovanni".

A parte ogni considerazione sull’attendibilità del racconto, parrebbe logico chiedersi cosa c’entri tutto questo con l’oggetto del processo. Sta di fatto che se ne è parlato a lungo. Così come molto a lungo si è parlato di un incontro a Milano fra Marcello Dell’Utri e Di Carlo, che accompagnava un boss di prima grandezza come Stefano Bontate. All’incontro avrebbe fatto la sua comparsa anche Silvio Berlusconi in persona. Una rivelazione clamorosa? No. Il racconto è da tempo agli atti del processo contro Dell’Utri per concorso esterno con la mafia, processo pendente davanti alla Cassazione. Berlusconi non è mai stato imputato. Non c’era bisogno di sentire Di Carlo per averne notizia. In ogni caso Bontate è stato ucciso nel 1982, dieci anni prima dei fatti di cui dovrebbe occuparsi il processo.

Nell’udienza ci sono stati solo alcuni minuti dedicati a una conversazione fra Di Carlo e suo cugino Nino Gioè, un altro mafioso di Altofonte, trovato impiccato nella sua cella nel 1993, che un ruolo nelle vicende del processo potrebbe averlo avuto. Non che la testimonianza di Di Carlo sia stata illuminante in merito. Gioè gli avrebbe parlato di una sorta di asso nella manica che Cosa nostra si sarebbe giocata dopo le stragi per ribaltare la situazione. Di che si trattasse però il pentito non ha spiegato, né il pm ha particolarmente approfondito.

Alla fine dell’udienza ha cominciato a porre le sue domande una delle parti civili e si è fatto un altro salto nel tempo, tornando addirittura
al sequestro di Aldo Moro. È sperabile che la prossima udienza non sia dedicata allo sbarco americano in Sicilia.

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