Noi che restiamo a L'Aquila...
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Noi che restiamo a L'Aquila...

A cinque anni dal terremoto del 6 aprile 2009 non esiste un frammento della vita di tutti i giorni di un cittadino aquilano che si possa considerare normale - Foto 1  - Foto 2

L'impresa eccezionale è essere normale. A L’Aquila di normale non c’è niente. A cinque anni dal terremoto del 6 aprile 2009 non esiste un frammento della vita di tutti i giorni di un cittadino aquilano che si possa considerare normale. Nemmeno il sonno, se è vero che la maggior parte ancora si sveglia di soprassalto (alcuni all’ora della tragedia: le 3,32) e vede le pareti che si allungano, il tetto che crolla, il pavimento che sprofonda. Non è normale andare al lavoro, se è vero che le attività che hanno riaperto si sono spostate su un percorso più lungo del Grande raccordo anulare di Roma. Ci vuole la macchina per ogni cosa: per andare a scuola, al supermercato, a richiedere un certificato.

Non è normale vivere in una casa di uno dei progetti delle "new town" che hanno dato sì un tetto dignitoso a oltre 15 mila persone, ma dove non c’è nulla intorno: un cinema, una biblioteca, un consultorio, un teatro. Non è normale essere abitanti di una delle città il cui centro storico, prezioso e ricco di meraviglie architettoniche e artistiche, è come sigillato in una barriera impenetrabile, dove tutto è un cantiere, dove il silenzio della notte mette ancora i brividi e dove l’unica forma di vita sono le sguaiate ubriacature di studenti in cerca di guai.

Non è normale che una città bella, che aveva fatto dell’isolamento la sua virtù, che si vantava di essere "come un paese dove puoi lasciare la chiave attaccata alla serratura" conosca adesso la criminalità dei soldi facili, dei clan. Droga, furti, rapine. Ma anche abuso di psicofarmaci, depressione, suicidi. Dice Vittorio Sconci, 63 anni, direttore del Dipartimento di salute mentale: "Non si vedono grandi patologie acute, ma un enorme maladattamento sociale. Abusi di alcol, droghe, psicofarmaci. Non incazzatura, ma passività. Non si è creato il desiderio di ricostruire come cultura di massa in un momento in cui ognuno voleva e doveva essere parte di un progetto. La comunità non è stata tenuta insieme e la dispersione di una comunità genere insicurezza".

Chi molla
Mario Maccarone ha 72 anni e per 55 ha gestito con suo fratello il bar Gran Sasso, sul corso. Era una istituzione. Se passeggi con lui, 95 cittadini su 100 lo salutano con affetto. Mario però ha deciso di chiudere: "Abbiamo dovuto farlo per mancanza di clienti. Non veniva più nessuno, passavo le giornate a guardare in faccia mio fratello. Mi dispiace, perché mi sentivo di poter lavorare ancora qualche anno". Mario fa la vita del pensionato, con le sue gioie e le sue sicurezze, però ha rabbia dentro: avrebbe voluto decidere lui come e quando smettere. Nel centro storico, prima del terremoto, abitavano 20 mila persone e c’erano 1.500 partite Iva di cui 950 assegnate a commercianti. Oggi ci vivono un centinaio di persone e le attività commerciali sono 22. Il centro era il punto di incontro, la vita sociale, il luogo di attività e di svago. Morto il centro, dove pure sono aperti oggi 200 cantieri ma i soldi sono finiti, è morta la vita sociale della città. Mario inganna il tempo lavorando il giardino, dedicandosi ai nipoti, e consentendosi l’unico lusso, a L’Aquila condiviso con molti: la pay-tv, per un’orgia di calcio, rugby, automobilismo eccetera, per far passare la giornata.

Chi resiste
Con il bel sole si sono tornati a riempire i parchi. In tarda mattinata i ragazzi che preferiscono i prati ai banchi sono parecchi. Al Parco del Sole e davanti alla Basilica di Collemaggio c’è chi legge, chi fa ginnastica, chi amoreggia, chi dipinge paesaggi. Noemi, grafomane armata di bomboletta nera, ha vandalizzato il muro con il suo messaggio: "Noi due dell’errore abbiamo fatto amore. Ti amo, 23-1-14". Ma la normalità non può essere un graffito demenziale. romina Muzi, 43 anni, invece la scommessa se la vuole giocare. Figlia di storici ristoratori di piazza San Pietro, ha aperto un suo locale in via Antonelli, nel cuore del centro disastrato. Il suo ristorante di giorno è l’unico segno di vita tra gru, ponteggi, transenne e camionette di soldati. "Per fortuna sto sempre in cucina o in casa a occuparmi dei miei figli e quindi non so cosa sia la normalità. La sera l’unico rumore è dell’automezzo degli Alpini che, per riscaldarsi, devono tenere in moto. Se cammino mi viene da piangere. Il locale dove sono cresciuta, dove c’erano i ricordi della mia infanzia, è ormai demolito. Come tutto qui intorno è stato o dovrà essere. Io e la mia amica Marzia Buzzanca abbiamo deciso di resistere e di aprire ma la domenica sera, quando il ristorante è chiuso, vado nel suo locale, mi sento protetta". Un’altra che non si è arresa è tiziana Leonardis, 44 anni, ragazza madre. Gestiva il piu importante negozio di telefonia mobile della città, conosceva tutti. Ha perso in un sol colpo bottega e casa. "Dormivo di nascosto al negozio o nel mio appartamento. Se no in macchina. Poi sono rimasta incinta e il mio compagno se n’è andato: “Non è mio” ha detto". Tiziana, bella e tosta, ha rilevato una casetta di legno sulla piazza della Villa Comunale dove vende souvenir e oggetti di découpage e centrini ai turisti. Sopravvive dignitosamente. "Avevo tanti amici e ora non ho più nessuno intorno. L’Aquila è una città classista. Finché hai una attività di un certo prestigio sono tutti lì a omaggiarti. Poi, diventi un’ambulante e non ti salutano più. Ma io sono sempre la stessa e questo è il mio riscatto e tutto quello che riesco a fare lo faccio per mio figlio".

Chi aspetta
Vincenzo Santilli e sua moglie Giuseppina sono gli ultimi due sfollati da albergo. In quei giorni di aprile 2009 oltre 20 mila aquilani hanno trovato ricovero negli alberghi della costa. Poi, piano piano sono tutti rientrati in una casa. Tutti tranne loro due, che ancora vivono all’hotel Federico II: "Non ne possiamo più. Hanno sbagliato per due volte i lavori della casa e hanno prolungato all’infinito la nostra permanenza qui. Adesso è pronto un altro appartamento con ascensore anche perché mia moglie non sta bene" dice Vincenzo. "La gente mi dice: “Beata te che non spendi nulla” ma io voglio una casa, voglio le mie cose, voglio il mio spazio. Sa che vuol dire vivere da cinque anni in una camera di 20 metri quadrati?" aggiunge Giuseppina. Commenta Roberto, il loro quarto figlio che fa il giornalista sul portale Abruzzo web: "La verità è che gli anziani sono solo un numero. Non c’è stata nessuna attenzione". Però Roberto racconta anche un elemento di rinascita: "C’è un gruppo su Facebook che si chiama “Sei aquilano se...” che conta 15 mila iscritti. Organizziamo ogni settimana una visita guidata nel centro storico per riscoprire e rivedere – seppur imbragati dalle impalcature – i nostri monumenti. È un modo per non dimenticare chi siamo e da dove veniamo".

Chi gioca
Dal 1966 c’è un gruppo che gioca a pallone tutti i sabati. Alcuni sono troppo vecchi, alcuni sono morti e così arrivano altri. Oggi il "gruppo pallone" conta anche 30 persone: "Nessuno va in panchina. Se siamo 30 si gioca 15 contro 15 e i tempi durano 50 minuti perché 45 ci sembravano pochi". Chi parla è Diego De angelis, 67 anni, ingegnere edile. Diego è stato protagonista di una triste storia. Aveva fatto dei lavori sul tetto del proprio condominio e la notte del terremoto la casa è crollata uccidendo, tra le 17 vittime, anche sua figlia Jenny.
L’ingegnere è stato condannato a tre anni di reclusione per disastro colposo. Nella allegra brigata del calcio c’è un po’ di tutto. C’è pietro Ferzoco, 56 anni, ora insegnante di educazione fisica ma ex calciatore e allenatore dell’Aquila calcio. È lui il convocatore, quello che porta il pallone, che fa le squadre: "Ci pensiamo tutta la settimana e non ci rinunceremmo per nessuna cosa al mondo" dice. "Siamo sempre qui, estate e inverno. Abbiamo giocato nel fango con le buste di plastica sugli scarpini. Vede, non è la lontananza dai luoghi che ci pesa, ci distrugge il fatto che prima eravamo una comunità coesa e ora siamo dispersi. E queste partite sono il nostro modo di ritrovarci". C’è antonio Rosati, 40 anni, disoccupato con tre figli da mantenere. "Faccio lavoretti, mi arrangio ma meriterei di meglio. Quando i miei figli mi chiedono:”Papà, perché non ci compri la Playstation?” io cosa rispondo?". Poi c’è Celso Cioni, direttore della Confcommercio.

Chi lotta
Ecco, Celso è uno che lotta. Conosce tutti, ha fatto politica ma soprattutto ora combatte per i suoi associati. "Qui i commercianti sono gente onesta ma non hanno i mezzi per ricominciare". Per questo il 13 gennaio scorso Celso si è barricato con due taniche di benzina nella sede della Banca d’Italia a L’Aquila e ha minacciato fuoco e fiamme se non si facilitava l’erogazione di mutui e prestiti per chi vuole far ripartire l’economia della città. Celso ama la sua città e i suoi cittadini e infatti è un altro che tutti salutano e rispettano: "Gli aquilani sono nelle mani di banche e usurai. Sai quante volte arrivano da me e mi dicono: “Celso, non ce la faccio più, non mi resta che chiudere”. Per questo mi sono incazzato e ho fatto quella protesta se vuoi un po’ naïf. Avevo detto al sindaco due giorni dopo il terremoto: facciamo una riunione tutti insieme, politici, parti sociali, imprenditori, commercianti. Tutti insieme ci mettiamo una sola maglietta, quella dell’Aquila. Invece hanno continuato a fare la loro squallida politica, Cialente contro Chiodi, Chiodi contro Pezzopane, chi si arruffianava Bertolaso, chi omaggiava il ministro. Uno schifo, e il risultato è stato che non c’è stata nessuna coesione. Cosa stiamo facendo per conquistare il nostro futuro?". Anche sua figlia Camilla, 20 anni, studentessa, è una che lotta. O che vorrebbe farlo: "C’è stato l’ultimo scandalo delle tangenti e sembrava non importasse a nessuno. Sai quanti eravamo sotto il comune a protestare? Solo una trentina e appena cinque o sei ragazzi. Qui i giovani sono preda del nulla perché nulla c’è da fare. Il punto di aggregazione è diventato il centro commerciale e nel centro storico si viene solo a bere".La pensano come lei altri due ragazzi belli e concreti. Dice Paolo Spagnoli, 22 anni, studente di ingegneria: "Il pomeriggio, quando torno dalla facoltà, non faccio niente. Il tempo non passa mai e infatti i ragazzi o bevono o si fanno di droghe. Non hai più la piazza, la libreria, il punto di raccolta è un bar dove non c’è nemmeno un tavolo o una sedia ma solo un bancone da cui prendere alcol". Rincara la dose Cesare Calvisi, 22 anni, studente di psicologia: "Dai 15 anni in su si esce solo per ubriacarsi. E poi la droga. Prima c’era solo il fumo. Ora c’è un fiume di cocaina, pasticche, eroina, acidi. Sembra di stare a Napoli o a Roma. Ma noi volevamo essere soltanto L’Aquila: piccola, bella, felice e quasi normale".
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