Viaggio nel termovalorizzatore di Parma, il mostro secondo Grillo
Il termovalorizzatore di Ugozzolo, Parma. Notturna. Credits: Roberto Cacchiuri per Panorama
Viaggio nel termovalorizzatore di Parma, il mostro secondo Grillo
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Viaggio nel termovalorizzatore di Parma, il mostro secondo Grillo

E' partito nonostante la fatwa di Beppe Grillo che diceva: "Passerete sul cadavere di Pizzarotti"

Beppe Grillo diceva: «È l’inceneritore di Erode», «la pistola puntata alla tempia», «un mostro da affamare». Minacciava: «parte il ciclo virtuoso di Cancronesi», «mangerete prosciutto e parmigiano alla diossina», «pagherete per morire!». Ma a Parma il mostro non c’è, non c’è il capo d’imputazione, non ci sono miasmi, non ci sono fumi e non ci sono funghi di diossina. Sono diffamazioni le tesi dell’accusa e il pubblico ministero Grillo è solo un untore che perseguita questo termovalorizzatore, vittima della sua campagna d’odio contro la modernità, la tecnologia, l’industria, lo sviluppo.

«Io lo chiamo il bambino, un bambino dalla gestazione un po’ lunga che il 28 agosto è venuto alla luce, dopo 7 anni. Mi sento sua madre» dice Stefania Sabotino che è la responsabile dell’esercizio del termovalorizzatore di Parma. E l’impianto della Iren, società emiliana delle multiutility, non ha le squame della belva; piuttosto sembra un grosso anatroccolo che galleggia nella campagna di Ugozzolo: il camino lungo 70 metri è un becco, le penne sono di colore piombo e di notte s’illuminano come la spada del cavaliere jedi Obi Wan Kenobi.

Si è acceso nonostante la maledizione, la fatwa di Grillo e della giunta a cinque stelle di Federico Pizzarotti che lo ha processato di fronte al Tar e prima ancora bruciato in piazza come faceva l’Inquisizione con gli eretici lanciando dibattiti funerei, profetizzando il giorno del giudizio, il “Dies Iren”, il requiem storpiato con il nome della società proprietaria dell’impianto a capitale misto pubblico e privato. E forse per questo continua a far paura a Emanuele Preti e a sua moglie, vicino di casa del termovalorizzatore, che coltiva pomodori, grano, barbabietole insieme al padre, ma solo per venderli perché mai potrebbe mangiarli come fa invece Vittorio, un pensionato che ha lavorato vent’anni nel vecchio inceneritore di Parma spento nel 2002, che con la schiena piegata raccoglie i migliori per farne conserva, quelli che mai Emanuele darebbe ai suoi figli. «Vedete fumo? Finché porteranno i rifiuti giusti non accadrà niente. Son buonissimi per la conserva», provoca Vittorio che mai riuscirebbe a scalfire la scorza di Preti il quale mai si fiderà del termovalorizzatore, anche se vedesse i pannelli che rilevano la radioattività al check point dove si sottopongono tutti camion prima di sversare i rifiuti, neppure se leggesse i dati che in tempo reale il direttore di Arpa Parma, Eriberto De Munari, monitora dal suo ufficio, come può fare chiunque con un click, dati che sono al di sotto dei parametri predisposti dall’autorizzazione di legge. Non si sentono dei monatti l’ingegnere “padre” Carlo Seghieri, direttore dell’impianto che passa dodici ore dentro la pancia del “mostro”; Stefania Sabotino la “madre”; Roberto Paterlini, direttore di Iren Ambiente che qui chiamano tutti il “nonno” e Arjan che manovra il “ragno” che è poi la forchetta con cui dà da mangiare al termovalorizzatore ben 70000 mila tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati, altri 60000 mila tonnellate provenienti da fanghi di depurazione non recuperabili e rifiuti speciali non pericolosi.

E i rifiuti qui si trasformano in calorie, zuccheri, carboidrati che poi non sono altro che energia elettrica (128 mega Wattora l’anno) vapore (189 mega Wattora l’anno) che il termovalorizzatore produce e immette nella rete nazionale, l’elettricità che serve a soddisfare il fabbisogno di un paese di 75000 abitanti ed energia termica per 38000 cittadini. Ma la spazzatura è anche denaro, quel “ristoro ambientale” che Iren versa ogni anno a Parma, circa seicentomila euro, e agli altri comuni confinanti. E però come Preti, neppure l’indiana Rupi, che abita a cento metri dal termovalorizzatore con i suoi due figli, sa che il “mostro” può ricevere a casa solo rifiuti di Parma e provincia, secondo quanto disposto dalle norme, e che i camion che alle sei del mattino arrivano a Ugozzolo non sono carovane di rifiuti del Sud. Il termovalorizzatore si ciba di rifiuti, ma sembra più una centrale elettrotermica, ha il viso di mattoni con il colore del cotto e delle tegole, al posto degli occhi ha otto lastre di vetro orizzontale. Eppure il mistero del termovalorizzatore, come in qualsiasi corpo, sta al suo interno. I tubi che servono a portare il calore nella turbina sono arterie di dodici pollici in acciaio lucido e ingabbiano sei imponenti motori da 160 Kilowatt che fungono da muscoli. La turbina che permette il movimento dell’impianto è un bicipite che si nasconde dietro ad una scatola di vernice blu .

In realtà è Carlo Seghieri che conosce ogni organo. Il “padre” del termovalorizzatore ha dieci video dove può vedere la tramoggia, li dove due spirali frantumano i rifiuti, ne esamina la temperatura corporea ogni istante e per temperatura si intende quella del forno che adesso è di 915°, una temperatura tale che «non permette la formazione di diossine, dato che le diossine possono formarsi solo sotto gli 850°», spiega Paterlini. Lo interrogano tutti il “bambino mostro” e non solo la famiglia. Lo interroga anche De Munari (direttore di Arpa Parma) a cui è assegnata la parte dell’ispettore e che ha dislocato nella zona perfino quattro centraline mobili, quasi quattro agenti di pubblica sicurezza, che rilevano la qualità dell’aria: «Non ci sono anomalie, la temperatura di combustione è nella norma. E’ un impianto tra i più moderni». Ma anche De Munari sa che non bastano i numeri contro la paura: «A volte mi chiamano per la presenza di fumi, ma molti dei fumi non possono essere ricondotti all’inceneritore in un’area industriale con la presenza di numerose altre emissioni e di una ferrovia ad alta velocità». Ed ha ragione il dottore Maurizio Impallomeni, del Dipartimento di Sanità Pubblica della Ausl di Parma, che qui ha la parte del giudice delle indagini preliminari, del gip, quando dice che di fronte a un’opera ci sono sempre due risposte: quella di testa che ci fa ragionare sui dati e quella di pancia che ci fa duellare con le nostre ipocondrie.  

Impallomeni spacca il cappello in quattro quando non deve esprimersi sul capo d’imputazione “è colpevole o innocente l’inceneritore?”. «Quante volte ho sentito farmi la domanda: ma lei rimarrebbe? L’ho sentita per le bonifiche, ma anche quando si è in presenza di una carrozzeria. In questo caso direi che con la testa rispetta i limiti di legge fino a prova contraria, direi che c’è la nostra sorveglianza totale, che i limiti sono più bassi di quanto stabiliti altrove. Vivrei tranquillo» risponde Impallomeni. Ma i dati del termovalorizzatore di Parma sono testimonianze che si possono mettere agli atti del “processo” e che chiunque può consultare. L’acido cloridrico segna il parametro 2 su un livello massimo di 8, l’acido fluoridrico segna il valore 0 su 1, le pericolose polveri sono anch’esse dato 0 su 5, gli ossidi di azoto indicano la cifra di 19.6 su 70 di limite massimo. E sarebbe ingiusto non riconoscere l’equilibrio che adesso sfodera Pizzarotti, il suo assessore all’ambiente, Gabriele Folli, consapevole «che una fase si è chiusa e che adesso tutte le forze possono essere convogliate nel sorvegliare l’inceneritore, nell’aumentare la raccolta differenziata». Anche Folli che ha combattuto a lungo contro il termovalorizzatore mai sosterrebbe che a Parma i prosciutti sono imbottiti di diossina, come diceva Grillo, ed è virtuoso il tentativo di coniugare le ragioni dell’amministratore con la convinzione del militante che segue Grillo: «Come giunta noi agiamo in un modo. Grillo enfatizza i toni su problemi che possono nascere in futuro». Il termovalorizzatore infatti se potesse sentire Grillo gli sbufferebbe con i suoi due polmoni che sono questi due forni, forse storcerebbe le lancette dei suoi manometri per fargli una linguaccia. Adesso il mostro ronfa e da un piccolo oblò si possono vedere le fiamme delle sue due linee, due forni, si sente il respiro che si espande da due proboscidi cilindriche: sta bruciando. I rifiuti sembrano lava e la barba bianca dell’ingegnere Seghieri si avvampa come quella di un fabbro. La cenere scende come magma lungo una “gondola” che raccoglie le scorie.

L’alibi del termovalorizzatore  sta in questa equazione che Paterlini traccia su un foglio. Su 100 kg di rifiuto che arriva qui, il 25% è umido che viene bruciato ottenendo dello biostabillizzante da usare in agricoltura. Il 75 % è l’indifferenziato. Di questo 75%, circa il 50% viene completamente bruciato, un 16% è rappresentato dalle scorie che dopo il trattamento vengono impiegate nei cementifici, il 5% sono metalli ferrosi e non ferrosi che vengono riutilizzati nelle fonderie, il 2% sono le polveri. Ma di questi polveri a sua volta 1% viene utilizzato per estrarre bicarbonato, dato che per filtrare le polveri ci sono due silos rivestiti da due “calzini” imbevuti di calcio e bicarbonato che servono a togliere qualsiasi acidità. Non ci sono fumi nel cielo, non c’è la nebbia qui ad Ugozzolo, non c’è neppure a Piacenza dove il termovalorizzatore ha un fratello gestito sempre dall’Iren più adulto di undici anni, che smaltisce 120 mila tonnellate di rifiuti l’anno e che per l’ex sindaco Roberto Reggi del Pd «è stata una benedizione che ha permesso di raggiungere l’autosufficienza provinciale, impedito di conferire tutto in discarica, ricevere una delle poche entrate per le casse comunali: 1 milione e duecentomila euro l’anno». In 11 anni di “osservato speciale”, il fratello ha la fedina penale da incensurato come testimonia Giuseppe Biasini di Arpa di Piacenza: «La misurazione delle diossine non hanno mai sforato i valori, le centraline della qualità dell’aria non hanno mai registrato anomalie. Ad ogni rinnovo dell’Aia il termovalorizzatore è stato ammodernato secondo le ultime tecnologie e neppure l’imponente studio sanitario chiamato “Moniter” promosso dalla Regione ha registrato correlazioni tra la presenza degli impianti e malattie». Sono 8 i termovalorizzatori in questa Emilia, più di 400 in Europa, sono i paria sotto processo, lo spauracchio degli apocalittici che ne hanno fatto le loro colonne infami.

Ma Maria Luisa Fiorentini, impiegata alle agenzie delle Entrate, non vuole lasciare questa campagna, il suo rustico: «A me la notte sembra di vedere “Guerre Stellari” con tutte quelle luci, ma sono serena. Non voglio andarmene». Forse Maria Luisa non andrà a denunciarlo nella caserma del web, anche lei si abituerà alla presenza del termovalorizzatore e lo ricorderà come un vicino sbattuto in home page, la prima pagina dell’inquirente Grillo. Anche il termovalorizzatore che brucia tutto, non riesce a bruciare l’istigazione al terrore. Di notte le zanzare arringano in sua difesa, gli zirli dei grilli sono pronti a deporre a suo favore frinendo ancora in questa campagna, l’odore di terra umida appena dissodata può essere un teste. Ma poi c’è la luna che dichiara di non aver subito violenza. La notte è rossa e acerba come i pomodori di Preti. La si vorrebbe quasi mangiare…

Carmelo Caruso

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